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martedì 21 marzo 2017

Morghengo: villaggio sulle scorciatoie del tempo



E’ un po’ il destino dei luoghi posti su una scorciatoia automobilistica, nella specie la "stradina" (nel senso che spesso è davvero molto stretta) provinciale che collega due importanti direttrici, una per la Valsesia e l’altra verso il lago d’Orta. Morghengo, frazione di Caltignaga (No), è un villaggio dall’antica anima rurale dove non ci si ferma mai. Anzi, anche attraversando le poche centinaia di metri del paesello spesso manco si rallenta.
Morghengo (Caltignaga - Novara), "villaggio scorciatoia"
Una scorciatoia appetita soprattutto da quei "furgoni da consegna" alla caccidi un attimo da risparmiare, a ogni ogni costo. Anche a me capita ogni tanto di passarci, e anch’io non mi fermo. Eppure è un luogo in cui il tempo, quello passato, ha un senso, e torna in mente ogni volta che mi ritrovo qui. Stavolta, la scusa di far fare un giretto a Corinne mi ha fatto "rigustare" Morghengo, a piedi.
Corinne nel vecchio campetto di calcio
Il borgo è tutto raccolto intorno a un castello di antica origine, rimaneggiato in varie epoche, racchiuso a sua volta in una cinta muraria. A parte qualche moderno obbrobrio abitativo o agricolo-industriale, l’aspetto generale del villaggio è rimasto quasi come una volta. Ci sono tre strade, due che circondano il castello, di cui una è proprio quella della scorciatoia tra le due ex statali, e poi c’è una via al, sotto del maniero, che le collega.
Parcheggiare in un prato non lontano da un campetto da calcio semiabbandonato, teatro di epiche sfide giovanili, vuol dire entrare già in quei tunnel della memoria che ti fanno passare in un universo parallelo, quello di un’altra  - o altre – vite già vissute, ma sempre da te.

Il castello di Morghengo e la sua torre
La cosa che già tanti anni fa mi piaceva di questo paese era un tratto, brevissimo, di originaria strada acciottolata, che aveva resistito all’asfaltatura, non si sa come e perché, proprio di fronte alla chiesetta di San Martino, di antichissima origine romanica, che oggi presenta una facciata intonacata agli inizi del ‘900 e, all’interno, traccia del primitivo impianto.
L'acciottolato "resiste"...
 


L'interno della chiesetta di San Martino, dall'originario impianto romanico
Di fianco c’è la casa prepositurale, abbandonata, con un portone sormontato da una lunetta dove si intravvede una scritta che testimonia l’antica presenza dei signori del luogo, i Brusati, gli stessi ancestrali nobili del castello.
Il portone della casa prepositurale
Un luogo antico, in cui quel suffisso engo ne tradisce le origini longobarde. Ricordo che qualcuno mi diceva che la prima parte del toponimo morgen era associabile all’attuale parole tedesca, ovvero "mattino"… sarà proprio così? Fatto sta che, rimuginando e dopo aver dato un’occhiata all’enorme maneggio che recentemente ha occupato parte della campagna attorno alla frazione, mi ritrovo davanti alla strada sotto la cinta del castello, acciottolata, questa, di recente. Non me la ricordavo così.  

Una volta era sterrata… ma ben frequentata, soprattutto la domenica. Guardo la scritta ormai sbiadita "Vendita di vini e liquori" con i segni di un’entrata murata… a qualche metro di distanza da un portone, chiuso.
L'entrata della vecchia trattoria
Un tempo il varco di un’ osteria di campagna dove si mangiava divinamente. La rivedo benissimo: appena entrati c’era un "semilocale" con bancone bar per il caffè postprandiale poi, a destra, un singolo, lungo stanzone, illuminato dalle finestre che davano sulla corte. In fondo a sinistra, la porta che introduceva alla cucina, da dove gli intensi effluvi di una volta, si facevano strada facilmente (e senza scandalo di alcuno) nella sala ogni volta che le sciure votate al servizio uscivano lestamente con piatti fumanti. Tutte delizie novaresi, fatte come una volta, con una specialità ormai dimenticata, il "risotto con le quaglie", che però non mi piaceva. E inoltre cacciagione, soprattutto lepri, direttamente dalle campagne circostanti, cucinate con maestria perduta. E, alle pareti, un sacco di ricordi sportivi, ingialliti e antichi ritagli di giornale incorniciati in qualche modo, dove spiccavano soprattutto grandi ciclisti come Bartali e Coppi, quest’ultimo pure immortalato in una foto nella sua seconda grande passione, quella della caccia... Invano cerco nell’aria qualche aroma, ora è tutto fermo e silente.
Tornando verso la strada che conduce ad Agnellengo, noto la traccia di un motto mussoliniano: "Io preferisco coloro che lavorano duro, secco, sodo, in obbedienza e possibilmente in silenzio", frase che non ammette repliche pronunciata, pare, molto lontano da qui, all’inaugurazione di Carbonia del 1938 e riutilizzata come ammonimento per i contadini di queste lande agricole.
La scritta del ventennio....
Ma è poco più in là che voglio fermarmi, dove resiste una vecchia costruzione abbandonata di una certa imponenza. Per me da bambino era "la casa dei pulcini" e qualche volta capitava di passare di qui per andare a trovare uno zio, ai tempi ispettore agrario provinciale, quando lo si sapeva là, a controllare gli allevamenti di pollame, una tra le sue incombenze.
La "casa dei pulcini"...
Vedere tutti quei pulcini, insieme, gialli, pigolanti era una meraviglia  e probabilmente avrò pure chiesto ai miei, invano, di portarne uno a casa…
Insomma, a Morghengo non  manca proprio nulla per non cadere nella trappola della nostalgia pensando a quanto erano belli i "vecchi tempi" rispetto ad oggi… ma invece resisto, al contrario rallegrandomi di aver avuto la ventura di viverli.

giovedì 2 marzo 2017

Monte Grappa, memorie sovrapposte in vetta


Il Ponte degli Alpini a Bassano e il Monte Grappa
Valsugana, Piave, Brenta, Ponte degli Alpini a Bassano, Monte Grappa… girovagando a cavallo del confine tra Veneto e Trentino (solo cent’ anni fa divideva Regno d’Italia e Impero Austro-Ungarico) nomi e luoghi ti fanno ritornare a un passato lontano, quando erano snocciolati con spirito patriottico da una maestra con un nome che era tutto un programma, Itala Bergamo, suora tutta d’un pezzo, dai metodi maneschi e un po’ intimidatori, utilizzati per tenere a bada una scolaresca che andava ben oltre, in quegli anni ’60,  le quaranta unità.
La maestra Itala Bergamo e la sua scolaresca a metà anni '60
Per inculcare un solido amor patrio non mancava nemmeno la musica del “giradischi”, allora, con noi bambini e bambine ad ascoltare e imparare, dopo “Addio mia bella Addio” soprattutto “Il Piave mormorava…”. Così molti ricordi affiorano quando, dopo decenni, sei, finalmente, in quei posti. Luoghi di guerra, vissuti in una giornata di inizio anno dal  sole splendente, senza neve, con tepori inusitati (ma ormai neanche tanto) per la stagione.  A parte le reminescenze scolastiche, il Ponte di Bassano forse un po’ appartiene anche a me, nell’ancora vivido ricordo di un anno passato tra gli alpini e di una canzone popolare cantata in compagnia, la stessa immortalata in una lapide che la associa a “sublimi sacrifici e guerresche procelle”.
La lapide al Ponte degli Alpini
Lassù occhieggia la vetta del Monte Grappa, proprio quella di un altro brano caro alla maestra Itala “Monte Grappa tu sei la mia patria…” Non si può, essendo qui, non salire su quella vetta, “ammantata”, se così si può dire, da un enorme sacrario. Però scegliamo una “pazzesca” (nel senso buono) strada alternativa: una deserta e stretta provinciale che sale tra i boschi, per quasi trenta km di curve, percorse con calma (fortunatamente dietro non c’è nessun energumeno dotato di Suv che chiede strada) dal paesino di Caupo, non lontano da Feltre. Quindi dalle selve del versante nord, con “finestre” dalle quali si aprono squarci panoramici notevoli.


Salendo sul Grappa: Il gruppo del Latemar e il paese di Enego
Si arriva a quota 1700 metri circa, sotto la vetta imbiancata da una colata di pietre chiare e squadrate.  Saranno le suggestioni di prima, sarà la giornata splendida… ma la prima sensazione è molto diversa da quella provata durante la visita, di qualche anno fa, a un altro famoso sacrario della Grande Guerra, Redipuglia, dove immediatamente mi sono sentito immerso in una solenne, triste, commemorazione di una tragedia nazionale.
Il Sacrario del Monte Grappa
Lo ammetto, salendo i gradini del monumento ai Caduti del Grappa, che da una parte guarda i monti e dall’altra alla pianura vicentina, qui difesa strenuamente con tre sanguinosissime battaglie tra il 1917 e il 1918, mi sono lasciato andare a un po’ di retorica. Ben presto scomparsa, non solo di fronte alle tombe dei soldati, ma soprattutto lungo le scalinate scandite, più volte, da ampie urne dove riposano i resti di 100 militi ignoti (in tutto riposano qui oltre 10.000 italiani senza un nome).


E allora anche quella scritta scolpita “Gloria a Voi soldati del Grappa”, riacquisisce un senso diverso, nel sacrificio di una generazione di giovani italiani. 




Si impongono il silenzio e il rispetto, non altro…
Corinne sull' "attenti"...
anche la mia cagnolina Corinne (come avvenuto negli ultimi anni solo due volte, in luoghi altrettanto, seppur in modo completamente diverso, evocativi come La Madonna della Gelata e il Sass Malo) si ferma spontaneamente, rimanendo quasi sull’ “attenti”… non sarà così, ma a me piace pensare ugualmente che i cani sentano vibrazioni particolari.

Così, si sale verso il culmine lungo la Via Eroica, che arriva fino al Portale di Roma, un massiccio edificio costruito con grossi blocchi di pietra dove campeggia un’altra scritta “Monte Grappa tu sei la mia patria”… primi versi della canzone sentita da bambino… e il cerchio, apertosi in mattinata sulle reminescenze scolastiche e sui “sublimi sacrifici”, ora si chiude completamente. 

Poco più in la, in vista delle vette dolomitiche, il settore austro-ungarico riunisce le spoglie di altri 10.000 ragazzi, con un’altra divisa, anch’essi quasi tutti ignoti.

Di che reggimento siete /Fratelli?/Parola tremante/Nella notte/ Foglia appena nata/Nell’aria spasimante/ Involontaria rivolta/ Dell’uomo presente alla sua/ Fragilità/ Fratelli
(Giuseppe Ungaretti)