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giovedì 29 giugno 2017

Pieve di Borgomaro, storie antiche tra gli ulivi


Non è raro, anzi è abbastanza frequente, notare sovrapposizioni di stili nelle chiese italiane. E anche sovrapposizioni di tante vicende umane. Alcune tramandate nella storia… altre, private, intime, assorbite dal legno dei confessionali, di antichi inginocchiatoi, di sacri e segreti anditi, prigioniere del loro tempo.  Entrando in una chiesa è bello immaginare (qualche volta percepire) l’umanità che ci è passata.

La pieve dei  Ss.Nazario e Celso di Borgomaro (Imperia)
Meglio farlo quando dominano la tranquillità e il silenzio dei templi più solitari, discosti,  come la Pieve dei santi Nazario  e Celso sulle alture di Borgomaro (entroterra di Imperia), località già sede nell’VIII secolo di una comunità monastica dedita alla coltivazione dell’ulivo. Distrutta dalle incursioni dei saraceni, fu  ricostruita in stile romanico e più volte rimaneggiata in seguito, come nel 1498, quando fu “riorientata” a est (prima era a ovest).
Il portale, senza lunetta
A quell’epoca risalgono il portale - la cui lunetta (con stemmi nobiliari) fu distrutta dai rivoluzionari nel 1794 - e l’affresco della Vergine che allatta.

E poi ancora, nel XVII secolo, fu rinnovata in stile barocco. Nei secoli successivi fu tutto un alternarsi di saccheggi, abbandoni e ritorni; addirittura nel 1942 la canonica fu usata come casermetta per soldati tedeschi, uno dei quali fu ucciso in un conflitto a fuoco sotto l’altare… e quindi la chiesa fu sconsacrata. Malgrado la riconsacrazione del 1951, la Pieve fu nuovamente oggetto di atti vandalici e saccheggi, favoriti dall’isolamento del luogo. Per arrivare, finalmente, nel 2004 quando, a seguito di un graduale e rinnovato interesse per il luogo, si reinsediò qui una piccola comunità monastica benedettina, grazie alla quale si riaprì definitivamente al culto la chiesa e si procedette al recupero dell’ambiente esterno e dello storico uliveto. Insomma una vita decisamente tribolata, ad onta proprio dell’albero il cui ramoscello simboleggia la pace.

La "tomba dei bambini"
A lato del portale di entrata, furono trovate (ora sono sotto un tumulo di pietra e una  croce)  tante piccole ossa: è la cosiddetta “tomba dei bambini”, riservata agli infanti che non avevano fatto in tempo a ricevere il battesimo e quindi destinati a quel “limbo” di tante lezioni di catechismo di una volta e oggi, sostanzialmente, “abolito”.
L’interno della chiesa, in cui si leggono le diverse sovrapposizioni, è sobrio ma accogliente.
La cosa che mi ha colpito, ancor  più delle enigmatiche faccine scolpite sui capitelli romanici, sono i banchi seicenteschi, naturalmente di chiaro legno di ulivo, tutti diversi, consunti, a volte deformati,
non si sa se per assecondare la sinuosità dell’albero madre o forgiati dalle terga, dalle ginocchia o dalle storie  dell’umanità che qui ha fatto sosta, magari solo per una fugace preghiera. Fatto sta che nel silenzio del luogo, sembrano quasi cercare di parlare, depositari di sofferenze, sogni o speranze perduti nel tempo…  ma alla fine cedono anch’essi al rispetto della pace che qui si respira, circondati da un giardino di ulivi accuditi amorevolmente dai benedettini, in un’atmosfera sospesa tra il Getsemani, reminescenze omeriche e il sapore mediterraneo della Liguria.

Pure colline chiudevano d’intorno
 marina e case; ulivi le vestivano
qua e là disseminati come greggi,
o tenui come il fumo di un casale
che veleggi la faccia candente del cielo…

(
Eugenio Montale)

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