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lunedì 16 ottobre 2017

Ultimo riso "in piedi" alla Cascina dei Prati



Ultimo riso "in  piedi" alla Cascina dei Prati... e un ultimo assaggio di nettare per un'ape... segni dell'inverno che sta arrivando (?) in questo autunno che sembra estate e anche ultimo post per questo blog... prossimamente trasmigrerò in  www.vagaitalia.blogspot.it

lunedì 25 settembre 2017

Luoghi e nomi nello spazio-tempo di Gairo


La visita a Gairo Vecchio (Sardegna), rovine relativamente recenti, modeste, senza particolare pregio artistico ti fanno indovinare un tempo e anche una dimensione spaziale particolare. Era un villaggio dell’entroterra dell’Ogliastra, oggi è un insieme silente di muri stranamente variopinti e di case con il cielo per soffitto che cominciano a essere stritolate dalle spire verdi di onnipresenti piante di fico.



Gairo fu quasi completamente distrutto da un’alluvione, e poi abbandonato, nel 1951, per essere costruito più a monte. Addentrandosi nei viottoli e nelle poche strade degne di questo nome, ci si accorge subito che Gairo non era un paesino così piccolo anzi, senza lasciarsi andare a troppe suggestioni da "città fantasma", si intuisce una comunità ben organizzata e un paese, con case umili ma anche meno umili, ben inserito nel territorio e nell’aspra natura circostante. Una vita "in salita", come le "vie" del borgo, legata alla terra e agli animali, dove si immaginano uomini, donne e bambini… famiglie, artigiani, prete, dottore, stazione dei carabinieri.

Un salto a ritroso nel tempo… ma quale tempo? Ne ho scelto uno, su suggerimento… quello di uno delle migliaia di paesi del giovane Regno d’Italia. Il suggeritore, anzi le suggeritrici? I nomi delle "vie", quelle vie che in ogni piccolo paese magari erano (e sono) intitolate, quasi intestate, a questo o quell’abitante, dove la piazza è quella "della chiesa", la via conduce inevitabilmente "ai campi" e cose di questo tipo. Ma qui a Gairo, come in anche nel più piccolo dei paesini, il Regno, quasi a ribadire la propria ragion d’essere e con un Risorgimento ancora vicino, non rinunciò ad affibbiare, nella toponomastica "ufficiale", nomi altisonanti a umili stradine come succede per esempio con "via Garibaldi" "via Mazzini" e "via Menotti" e naturalmente con una "via Umberto", ciò che lascia presagire che queste scritte, che paiono resistere benissimo agli oltraggi delle intemperie, siano state dipinte proprio alla fine dell’Ottocento.


Ovviamente non poteva mancare una "via Roma". Qui, in un edificio che si indovina più importante degli altri (sarà stato la sede del Comune?) ecco un’altra scritta, di qualche decennio successiva: "Vincere".
Il motto del regime, la parola d’ordine "imperativa e categorica", che tante volte ho notato campeggiare a caratteri "massicci", così proprio non l’avevo mai vista: piccola, timida, quasi a volersi nascondere e a lasciar presagire nulla di buono… ora una flebile eco fagocitata dal silenzio eloquente dello spazio-tempo di Gairo.

martedì 5 settembre 2017

Orgosolo: il riscatto, Garibaldi e… un palo


Qualche decennio fa era luogo di "riscatti", nel senso di essere universalmente riconosciuto come famigerata "capitale" del banditismo sardo e dell’Anonima sequestri, grazie anche alle gesta del più famoso latitante (e fenomeno mediatico) di allora, Grazianeddu Mesina. Alla metà degli anni ’70 non si poteva immaginare che un’estemporanea iniziativa di un insegnante e artista senese, Francesco Del Casino, volta a commemorare sui muri del paese il trentesimo anniversario della Liberazione d'Italia, potesse pian piano dare origine al "riscatto" di Orgosolo (Nuoro) da quella cattiva nomea.

Il paese in se stesso, visto da fuori, non dice molto, adagiato mollemente su un declivio… se poi metti una domenica d’agosto con circa 40° all’ombra, non è che possa aspettarti un pullulare di vita.
Orgosolo (Nuoro
Più facilmente un deserto estivo, come succede nei vicini borghi, anche più graziosi, come Mamoiada e Fonni… E invece, ecco il piccolo miracolo. Un pullulare di vita, di turisti (italiani e molti stranieri, anche accompagnati da guida in lingua), di attività attorno ai murales, oggi centinaia, che colorano Corso Repubblica e altre strade del centro, ma non solo.



Un fantastico museo a cielo aperto fatto di figure drammatiche che ora raccontano la vita dei pastori, ora parlano di storiche lotte sociali (come la rivolta antigovernativa  di Pratobello del ’69), a volte si tuffano nella satira politica a volte si aprono alle tematiche attuali del villaggio globale.


Al di là dei messaggi, l’effetto d’insieme, nella diversità di stili, è armonicamente straordinario. La cosa che mi ha più colpito, come idea semplice e proprio per questo efficace è il murale di via Garibaldi, dove campeggia l’effigie dell’Eroe dei due Mondi. Mi immagino quanto sarebbe più bello nelle vie di paesi e città lasciarsi prendere un attimo per mano da figure che ricordano personaggi, vicende, luoghi della nostra storia e della nostra realtà, in un epoca che privilegia l’immagine, piuttosto di una laconica scritta che non suscita alcuna curiosità e a volte manco si legge… a patto però che a guastare l’effetto non ci si metta uno stramaledetto palo di un superfluo segnale stradale che, qui ad Orgosolo,  sembra quasi dare fastidio proprio a un corrucciato Garibaldi.


venerdì 18 agosto 2017

Lungo il fiume (del tempo) e sull'acqua



In questa estate dominata, per ora, dai temuti anticicloni Caronte & Co., sempre più spesso l’acqua, o meglio la sua scarsità, funge da protagonista nei servizi tv che indugiano nei più drammatici particolari di una campagna padana riarsa.
Il Canale Cavour nei pressi di Mosezzo (No)
Percorrendo la riva del Canale Cavour vicino a Mosezzo, mi è venuta in mente un’immagine di tanti anni fa, più di quaranta, gli stessi in cui l’H
2O non dava problemi di sorta… la sigla di apertura di uno sceneggiato televisivo di inizio anni ’70: “Lungo il fiume e sull’acqua” tratto dal romanzo giallo di Francis Durbridge. Una di quelle serie della Rai “di una volta” che teneva incollata la nazione per un certo numero di puntate (ogni domenica sera, se ben ricordo) fino alla soluzione. Ne ho ritrovato traccia, ovviamente, nell’incredibile archivio youtube. Storica quella sigla, con il sottofondo di una canzone indimenticabile e completamente fuori contesto, “Vincent” di Don Mc Lean, dedicata a Vincent Van Gogh.  Cast di prim’ordine con grandissimi attori di allora (in primis Sergio Fantoni) e ritmi da anni ’70, diciamo “ponderati”,  così lontani dal parossismo  della tv odierna, specie delle infernali serie americane (a cui rifiuto di arrendermi), tra inseguimenti, spari, sangue assortito, le immancabili autopsie di cadaveri in decomposizione e il “solito” dna.  Tornando a quella serie, anche la sigla non si sottraeva a un tranquillo andazzo... improponibile nella tv di oggi.
Il frame "incriminato" della sigla di "Lungo il fiume..."
Ciò che rimase impresso nella testa di un adolescente, era quell’uomo, anziano, che dal ponte su un canale (o un fiume) dalle acque lente gettava sassi di sotto. Allora mi domandavo perché lo facesse. Si stava divertendo come un bambino?  Non sembrava. Tendenze suicide? Forse. Oppure niente di tutto questo… solo un passatempo senza un apparente senso, in un paesaggio che mi sembrava abbastanza simile a quello intorno a me, connotato da sempre da “acque” di ogni tipo: l’alta pianura al di sotto dei laghi e dei ghiacciai alpini (ora di quello che ne rimane…). Tornando a Caronte, luoghi in cui
oggi non che  la situazione sia da prendere assolutamente sotto gamba (specie se l’estate dovesse continuare così), ma dove, comunque, si vive in un contesto un po’ più controllabile rispetto ad altre zone della pianura  sia per caratteristiche geo-morfologiche (vedi “spremitura” dei “poveri” ghiacciai delle Alpi Occidentali di cui sopra) o grazie ad acque sapientemente governate. Come quelle del Canale Cavour. A farsi un giro di controllo in questo luglio canicolare, tutto pare abbastanza normale per essere in estate… verde, riso in crescita regolare, canale a regime, forse con una  portata leggermente ridotta. Così alla fine non mi sono trattenuto dal gettare un sasso  nellle acque del “padre” di tutti i canali di questa parte di pianura e l’impatto è risuonato  piacevolmente pieno.
... E il sasso si tuffò nel Canale Cavour...
E ho pensato ancora al protagonista sconosciuto dell’antica sigla… cercando, a distanza di decenni, una risposta sul perché quell’uomo agisse così: forse spinto da un irresistibile magnetismo che conduce in una sorta di intima, esclusiva, altra dimensione.

"L’acqua porta dentro di sé qualcosa che ha raccolto in altri luoghi e, non so in che modo, mi consegnerà pensieri che non sono i miei e che sono per me"
(Felisberto Hernández)


giovedì 29 giugno 2017

Pieve di Borgomaro, storie antiche tra gli ulivi


Non è raro, anzi è abbastanza frequente, notare sovrapposizioni di stili nelle chiese italiane. E anche sovrapposizioni di tante vicende umane. Alcune tramandate nella storia… altre, private, intime, assorbite dal legno dei confessionali, di antichi inginocchiatoi, di sacri e segreti anditi, prigioniere del loro tempo.  Entrando in una chiesa è bello immaginare (qualche volta percepire) l’umanità che ci è passata.

La pieve dei  Ss.Nazario e Celso di Borgomaro (Imperia)
Meglio farlo quando dominano la tranquillità e il silenzio dei templi più solitari, discosti,  come la Pieve dei santi Nazario  e Celso sulle alture di Borgomaro (entroterra di Imperia), località già sede nell’VIII secolo di una comunità monastica dedita alla coltivazione dell’ulivo. Distrutta dalle incursioni dei saraceni, fu  ricostruita in stile romanico e più volte rimaneggiata in seguito, come nel 1498, quando fu “riorientata” a est (prima era a ovest).
Il portale, senza lunetta
A quell’epoca risalgono il portale - la cui lunetta (con stemmi nobiliari) fu distrutta dai rivoluzionari nel 1794 - e l’affresco della Vergine che allatta.

E poi ancora, nel XVII secolo, fu rinnovata in stile barocco. Nei secoli successivi fu tutto un alternarsi di saccheggi, abbandoni e ritorni; addirittura nel 1942 la canonica fu usata come casermetta per soldati tedeschi, uno dei quali fu ucciso in un conflitto a fuoco sotto l’altare… e quindi la chiesa fu sconsacrata. Malgrado la riconsacrazione del 1951, la Pieve fu nuovamente oggetto di atti vandalici e saccheggi, favoriti dall’isolamento del luogo. Per arrivare, finalmente, nel 2004 quando, a seguito di un graduale e rinnovato interesse per il luogo, si reinsediò qui una piccola comunità monastica benedettina, grazie alla quale si riaprì definitivamente al culto la chiesa e si procedette al recupero dell’ambiente esterno e dello storico uliveto. Insomma una vita decisamente tribolata, ad onta proprio dell’albero il cui ramoscello simboleggia la pace.

La "tomba dei bambini"
A lato del portale di entrata, furono trovate (ora sono sotto un tumulo di pietra e una  croce)  tante piccole ossa: è la cosiddetta “tomba dei bambini”, riservata agli infanti che non avevano fatto in tempo a ricevere il battesimo e quindi destinati a quel “limbo” di tante lezioni di catechismo di una volta e oggi, sostanzialmente, “abolito”.
L’interno della chiesa, in cui si leggono le diverse sovrapposizioni, è sobrio ma accogliente.
La cosa che mi ha colpito, ancor  più delle enigmatiche faccine scolpite sui capitelli romanici, sono i banchi seicenteschi, naturalmente di chiaro legno di ulivo, tutti diversi, consunti, a volte deformati,
non si sa se per assecondare la sinuosità dell’albero madre o forgiati dalle terga, dalle ginocchia o dalle storie  dell’umanità che qui ha fatto sosta, magari solo per una fugace preghiera. Fatto sta che nel silenzio del luogo, sembrano quasi cercare di parlare, depositari di sofferenze, sogni o speranze perduti nel tempo…  ma alla fine cedono anch’essi al rispetto della pace che qui si respira, circondati da un giardino di ulivi accuditi amorevolmente dai benedettini, in un’atmosfera sospesa tra il Getsemani, reminescenze omeriche e il sapore mediterraneo della Liguria.

Pure colline chiudevano d’intorno
 marina e case; ulivi le vestivano
qua e là disseminati come greggi,
o tenui come il fumo di un casale
che veleggi la faccia candente del cielo…

(
Eugenio Montale)

lunedì 5 giugno 2017

Ponte dell'Abbadia: tra Mar-Emma e videoclip


Traversando la Maremma toscana... e anche laziale, presso il sito archeologico di Vulci, capita di trovarsi di fronte a un severo castello che è quasi un miraggio, perso in una landa dall’anima ancestrale, dove c’è spazio per tutto ma non per  un qualsiasi centro abitato.
Castello di Vulci - Ponte dell'Abbadia (Viterbo)
Il maniero, circondato da un fossato, è preceduto da uno spettacolare ponte che supera, con un’altezza di una trentina di metri,  un abisso sul fondo del quale scorre il fiume Fiora. Il ponte viene detto dell’arcobaleno o del diavolo e tutto il complesso è conosciuto come Ponte dell’Abbadia, visto che, in origine, era un’abbazia benedettina. Poi, dal XII secolo, divenne un castello ben fortificato (che ospitò per un periodo anche i cavalieri Templari), con tanto di torre di vedetta, un luogo strategicamente interessante posto com’era tra Stato pontificio e Granducato di Toscana: ancora oggi è praticamente al confine tra le province di Viterbo e Grosseto.

La scena, questa è la mia impressione personale, è presa più che altro dal ponte che, sebbene sia stato rimaneggiato più volte, trasuda di memorie romane ed etrusche, suggerite del resto dalle stesse pietre tufacee dei piloni, la parte più antica dell’ardito manufatto. Nell’insieme un luogo altamente evocativo, anche perché visitato in un pomeriggio dello scorso autunno senza altra anima viva in giro.
Il fatto è che poi ho scoperto, per puro caso, che nello stesso periodo era uscito un videoclip di Emma Marrone in duetto con il cantautore spagnolo Alvaro Soler (quello del tormentone “Sofia” dell’estate 2016) nel “singolo” dal titolo Libre (visibile al link su you tube, che al momento conta oltre 30 milioni di visualizzazioni), ambientato proprio da queste parti (ponte compreso), nella campagna di Cellere e anche nello splendido villaggio medioevale di Pianiano.
Un frame del vieoclip di Emma e Alvaro Soler "Libre" (tratto da youtube)
Che dire della canzone, del prodotto e  della location? I due sono esteticamente piacevoli, la musica è orecchiabile e di immediata presa, i posti (collegati a una  vicenda testuale e per immagini di un "on the road" un po' edulcorato)  esaltati da un’ottima fotografia… ma l’impressione personale è di qualcosa che non lascerà (a parte l’immediato successo) una traccia indelebile nel mondo della musica e neanche dei videoclip. Però, da perfetto profano della musica dal dì d’inc
ö (del giorno d’oggi) come avrebbe detto mio nonno, e che adesso dico io visto che ora l’età del nonno ce l’ho, mi è piaciuta l’idea che un prodotto, tutto sommato, “usa e getta” (detto senza offesa) sia stato abbinato a un’antichità secolare e soprattutto possa destare curiosità nei “cacciatori” di location… alla fine qualcosa resta. Personalmente, il mattino dopo, mi sono risvegliato in un isolatissimo agriturismo in terra toscana, dopo una nottata di intense piogge: una Maremma (senza Emma) che m’ha fatto venire in mente un paroliere d’altri tempi...
“… pace dicono al cuor le tue colline
con le nebbie sfumanti e il verde piano
ridente ne le pioggie mattutine”.
(Giosuè Carducci)

venerdì 5 maggio 2017

Le sei stagioni della vecchia cascina


Vagando nella piana del riso, lungo le strade bianche, gli incontri  non sono molto frequenti, normalmente rari agricoltori meccanizzati, qualche biker e sparute altre “specie” umane in pochi esemplari. Meglio così, a volte è preferibile lasciarsi prendere per mano da ciò che sta intorno, e basta. Anzi, certi luoghi continuano a chiamarti e tu, puntualmente, ci ritorni… perché, non so. Mi è capitato nel maggio dello scorso anno, camminando lungo le rive del canale DAN (Diramatore Alto Novarese) - anche quello in quanto a strano magnetismo su di me non scherza - quando sono stato "catturato" da una cascina.  Una come tante perse nelle risaie e una delle non molte ancora non abbandonate: acqua con le prime piantine di riso, vecchie mura, montagne e soprattutto quell’imponente albero (affiancato da alcuni “fratelli minori”), dall’aspetto quasi sacro. Una visione che mi ha fatto subito venire in mente ricordi lontanissimi, dalla “festa degli alberi” celebrata con entusiasmo alle elementari, alle memorie del nonno che piantava filari di abeti ai bordi della strada, allora sterrata, del Mottarone oltre che nel giardino di casa. Uno di questi lo aveva piantato nel 1930, anno della nascita del suo ultimo figlio, morto poi a 13 anni in circostanze oggi curabilissime. C’è ancora, più in salute che mai. Chissà… forse quel piantone della cascina (un olmo?), mi ha fatto venire in mente quello spirito vitale che pervade tutto, e che ci accomuna anche con gli alberi.  Come si chiama quella cascina?  Cascina dei Prati… nome che è già una poesia, anche se di prati, intorno ce n’è solo uno, piccolino, a ridosso dell’edificio, proprio dove c’è l’albero. Fatto sta che tra nome, suggestioni varie e... sarà solo che è un bel posto, ci sono ritornato più volte… così, per gustare i colori dello scorrere del tempo a ritmi un po’ “piegati” dall’uomo, ma alla fine dettati sempre dalla natura.
 
Foto maggio 2016, luglio 2016, ottobre 2016, dicembre 2016, febbraio 2017, aprile 2017







giovedì 27 aprile 2017

Civezza, il paese del... "metano circense"


A una prima occhiata sembra uno dei tanti villaggi dell’entroterra ligure, arroccati sulle prime alture: una bella chiesona con tanto di svettante campanile tra gli ulivi, la massiccia torre di guardia per gli avvistamenti dei pirati saraceni e il classico inestricabile groviglio di caruggi, anditi, stretti passaggi in cui invariabilmente si infila il vento di mare.  
La chiesa di San Marco a Civezza (Imperia)


L'antica torre di avvistamento




Lo strettissimo "Carugiu de bajadonne"

Ma ognuno di questi borghi è diverso, con una propria anima, proprie caratteristiche e particolarità… non necessariamente legate a tempi lontani. E a volte chi abita in questi luoghi si è ingegnato a inventare un tocco diverso per il proprio paese, anche per evitare di cadere in immeritati oblii. E se la vicina Valloria si è riscoperta come “il paese delle porte dipinte”, Civezza (Imperia) è oggi conosciuta come  il “Circopaese”, nome che deriva da un evento di arte circense da strada che ogni 1° maggio trasforma l’antica e rustica  struttura architettonica del borgo in un’articolata e policroma pista a cielo aperto.

Segni, ovviamente colorati, rimangono a ricordare la manifestazione. Un’idea originale quella di dipingere gli anonimi, brutti e a volte invasivi sportellini del metano con i personaggi del circo.





Una piccola, semplice galleria d’arte “en plein air”, utilizzando un supporto decisamente prosaico… che magari riesce a regalare un sorriso anche al momento della lettura del contatore.