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giovedì 20 luglio 2017

Lungo il fiume (del tempo) e sull'acqua



In questa estate dominata, per ora, dal temuto anticiclone Caronte, sempre più spesso l’acqua, o meglio la sua scarsità, funge da protagonista nei servizi tv che indugiano nei più drammatici particolari di una campagna padana riarsa.
Il Canale Cavour nei pressi di Mosezzo (No)
Percorrendo la riva del Canale Cavour vicino a Mosezzo, mi è venuta in mente un’immagine di tanti anni fa, più di quaranta, gli stessi in cui l’H
2O non dava problemi di sorta… la sigla di apertura di uno sceneggiato televisivo di inizio anni ’70: “Lungo il fiume e sull’acqua” tratto dal romanzo giallo di Francis Durbridge. Una di quelle serie della Rai “di una volta” che teneva incollata la nazione per un certo numero di puntate (ogni domenica sera, se ben ricordo) fino alla soluzione. Ne ho ritrovato traccia, ovviamente, nell’incredibile archivio youtube. Storica quella sigla, con il sottofondo di una canzone indimenticabile e completamente fuori contesto, “Vincent” di Don Mc Lean, dedicata a Vincent Van Gogh.  Cast di prim’ordine con grandissimi attori di allora (in primis Sergio Fantoni) e ritmi da anni ’70, diciamo “ponderati”,  così lontani dal parossismo  della tv odierna, specie delle infernali serie americane (a cui rifiuto di arrendermi), tra inseguimenti, spari, sangue assortito, le immancabili autopsie di cadaveri in decomposizione e il “solito” dna.  Tornando a quella serie, anche la sigla non si sottraeva a un tranquillo andazzo... improponibile nella tv di oggi.
Il frame "incriminato" della sigla di "Lungo il fiume..."
Ciò che rimase impresso nella testa di un adolescente, era quell’uomo, anziano, che dal ponte su un canale (o un fiume) dalle acque lente gettava sassi di sotto. Allora mi domandavo perché lo facesse. Si stava divertendo come un bambino?  Non sembrava. Tendenze suicide? Forse. Oppure niente di tutto questo… solo un passatempo senza un apparente senso, in un paesaggio che mi sembrava abbastanza simile a quello intorno a me, connotato da sempre da “acque” di ogni tipo: l’alta pianura al di sotto dei laghi e dei ghiacciai alpini (ora di quello che ne rimane…). Tornando a Caronte, luoghi in cui
oggi non che  la situazione sia da prendere assolutamente sotto gamba (specie se l’estate dovesse continuare così), ma dove, comunque, si vive in un contesto un po’ più controllabile rispetto ad altre zone della pianura  sia per caratteristiche geo-morfologiche (vedi “spremitura” dei “poveri” ghiacciai delle Alpi Occidentali di cui sopra) o grazie ad acque sapientemente governate. Come quelle del Canale Cavour. A farsi un giro di controllo in questo luglio canicolare, tutto pare abbastanza normale per essere in estate… verde, riso in crescita regolare, canale a regime, forse con una  portata leggermente ridotta. Così alla fine non mi sono trattenuto dal gettare un sasso  nellle acque del “padre” di tutti i canali di questa parte di pianura e l’impatto è risuonato  piacevolmente pieno.
... E il sasso si tuffò nel Canale Cavour...
E ho pensato ancora al protagonista sconosciuto dell’antica sigla… cercando, a distanza di decenni, una risposta sul perché quell’uomo agisse così: forse spinto da un irresistibile magnetismo che conduce in una sorta di intima, esclusiva, altra dimensione.

"L’acqua porta dentro di sé qualcosa che ha raccolto in altri luoghi e, non so in che modo, mi consegnerà pensieri che non sono i miei e che sono per me"
(Felisberto Hernández)


giovedì 29 giugno 2017

Pieve di Borgomaro, storie antiche tra gli ulivi


Non è raro, anzi è abbastanza frequente, notare sovrapposizioni di stili nelle chiese italiane. E anche sovrapposizioni di tante vicende umane. Alcune tramandate nella storia… altre, private, intime, assorbite dal legno dei confessionali, di antichi inginocchiatoi, di sacri e segreti anditi, prigioniere del loro tempo.  Entrando in una chiesa è bello immaginare (qualche volta percepire) l’umanità che ci è passata.

La pieve dei  Ss.Nazario e Celso di Borgomaro (Imperia)
Meglio farlo quando dominano la tranquillità e il silenzio dei templi più solitari, discosti,  come la Pieve dei santi Nazario  e Celso sulle alture di Borgomaro (entroterra di Imperia), località già sede nell’VIII secolo di una comunità monastica dedita alla coltivazione dell’ulivo. Distrutta dalle incursioni dei saraceni, fu  ricostruita in stile romanico e più volte rimaneggiata in seguito, come nel 1498, quando fu “riorientata” a est (prima era a ovest).
Il portale, senza lunetta
A quell’epoca risalgono il portale - la cui lunetta (con stemmi nobiliari) fu distrutta dai rivoluzionari nel 1794 - e l’affresco della Vergine che allatta.

E poi ancora, nel XVII secolo, fu rinnovata in stile barocco. Nei secoli successivi fu tutto un alternarsi di saccheggi, abbandoni e ritorni; addirittura nel 1942 la canonica fu usata come casermetta per soldati tedeschi, uno dei quali fu ucciso in un conflitto a fuoco sotto l’altare… e quindi la chiesa fu sconsacrata. Malgrado la riconsacrazione del 1951, la Pieve fu nuovamente oggetto di atti vandalici e saccheggi, favoriti dall’isolamento del luogo. Per arrivare, finalmente, nel 2004 quando, a seguito di un graduale e rinnovato interesse per il luogo, si reinsediò qui una piccola comunità monastica benedettina, grazie alla quale si riaprì definitivamente al culto la chiesa e si procedette al recupero dell’ambiente esterno e dello storico uliveto. Insomma una vita decisamente tribolata, ad onta proprio dell’albero il cui ramoscello simboleggia la pace.

La "tomba dei bambini"
A lato del portale di entrata, furono trovate (ora sono sotto un tumulo di pietra e una  croce)  tante piccole ossa: è la cosiddetta “tomba dei bambini”, riservata agli infanti che non avevano fatto in tempo a ricevere il battesimo e quindi destinati a quel “limbo” di tante lezioni di catechismo di una volta e oggi, sostanzialmente, “abolito”.
L’interno della chiesa, in cui si leggono le diverse sovrapposizioni, è sobrio ma accogliente.
La cosa che mi ha colpito, ancor  più delle enigmatiche faccine scolpite sui capitelli romanici, sono i banchi seicenteschi, naturalmente di chiaro legno di ulivo, tutti diversi, consunti, a volte deformati,
non si sa se per assecondare la sinuosità dell’albero madre o forgiati dalle terga, dalle ginocchia o dalle storie  dell’umanità che qui ha fatto sosta, magari solo per una fugace preghiera. Fatto sta che nel silenzio del luogo, sembrano quasi cercare di parlare, depositari di sofferenze, sogni o speranze perduti nel tempo…  ma alla fine cedono anch’essi al rispetto della pace che qui si respira, circondati da un giardino di ulivi accuditi amorevolmente dai benedettini, in un’atmosfera sospesa tra il Getsemani, reminescenze omeriche e il sapore mediterraneo della Liguria.

Pure colline chiudevano d’intorno
 marina e case; ulivi le vestivano
qua e là disseminati come greggi,
o tenui come il fumo di un casale
che veleggi la faccia candente del cielo…

(
Eugenio Montale)

lunedì 5 giugno 2017

Ponte dell'Abbadia: tra Mar-Emma e videoclip


Traversando la Maremma toscana... e anche laziale, presso il sito archeologico di Vulci, capita di trovarsi di fronte a un severo castello che è quasi un miraggio, perso in una landa dall’anima ancestrale, dove c’è spazio per tutto ma non per  un qualsiasi centro abitato.
Castello di Vulci - Ponte dell'Abbadia (Viterbo)
Il maniero, circondato da un fossato, è preceduto da uno spettacolare ponte che supera, con un’altezza di una trentina di metri,  un abisso sul fondo del quale scorre il fiume Fiora. Il ponte viene detto dell’arcobaleno o del diavolo e tutto il complesso è conosciuto come Ponte dell’Abbadia, visto che, in origine, era un’abbazia benedettina. Poi, dal XII secolo, divenne un castello ben fortificato (che ospitò per un periodo anche i cavalieri Templari), con tanto di torre di vedetta, un luogo strategicamente interessante posto com’era tra Stato pontificio e Granducato di Toscana: ancora oggi è praticamente al confine tra le province di Viterbo e Grosseto.

La scena, questa è la mia impressione personale, è presa più che altro dal ponte che, sebbene sia stato rimaneggiato più volte, trasuda di memorie romane ed etrusche, suggerite del resto dalle stesse pietre tufacee dei piloni, la parte più antica dell’ardito manufatto. Nell’insieme un luogo altamente evocativo, anche perché visitato in un pomeriggio dello scorso autunno senza altra anima viva in giro.
Il fatto è che poi ho scoperto, per puro caso, che nello stesso periodo era uscito un videoclip di Emma Marrone in duetto con il cantautore spagnolo Alvaro Soler (quello del tormentone “Sofia” dell’estate 2016) nel “singolo” dal titolo Libre (visibile al link su you tube, che al momento conta oltre 30 milioni di visualizzazioni), ambientato proprio da queste parti (ponte compreso), nella campagna di Cellere e anche nello splendido villaggio medioevale di Pianiano.
Un frame del vieoclip di Emma e Alvaro Soler "Libre" (tratto da youtube)
Che dire della canzone, del prodotto e  della location? I due sono esteticamente piacevoli, la musica è orecchiabile e di immediata presa, i posti (collegati a una  vicenda testuale e per immagini di un "on the road" un po' edulcorato)  esaltati da un’ottima fotografia… ma l’impressione personale è di qualcosa che non lascerà (a parte l’immediato successo) una traccia indelebile nel mondo della musica e neanche dei videoclip. Però, da perfetto profano della musica dal dì d’inc
ö (del giorno d’oggi) come avrebbe detto mio nonno, e che adesso dico io visto che ora l’età del nonno ce l’ho, mi è piaciuta l’idea che un prodotto, tutto sommato, “usa e getta” (detto senza offesa) sia stato abbinato a un’antichità secolare e soprattutto possa destare curiosità nei “cacciatori” di location… alla fine qualcosa resta. Personalmente, il mattino dopo, mi sono risvegliato in un isolatissimo agriturismo in terra toscana, dopo una nottata di intense piogge: una Maremma (senza Emma) che m’ha fatto venire in mente un paroliere d’altri tempi...
“… pace dicono al cuor le tue colline
con le nebbie sfumanti e il verde piano
ridente ne le pioggie mattutine”.
(Giosuè Carducci)

venerdì 5 maggio 2017

Le sei stagioni della vecchia cascina


Vagando nella piana del riso, lungo le strade bianche, gli incontri  non sono molto frequenti, normalmente rari agricoltori meccanizzati, qualche biker e sparute altre “specie” umane in pochi esemplari. Meglio così, a volte è preferibile lasciarsi prendere per mano da ciò che sta intorno, e basta. Anzi, certi luoghi continuano a chiamarti e tu, puntualmente, ci ritorni… perché, non so. Mi è capitato nel maggio dello scorso anno, camminando lungo le rive del canale DAN (Diramatore Alto Novarese) - anche quello in quanto a strano magnetismo su di me non scherza - quando sono stato "catturato" da una cascina.  Una come tante perse nelle risaie e una delle non molte ancora non abbandonate: acqua con le prime piantine di riso, vecchie mura, montagne e soprattutto quell’imponente albero (affiancato da alcuni “fratelli minori”), dall’aspetto quasi sacro. Una visione che mi ha fatto subito venire in mente ricordi lontanissimi, dalla “festa degli alberi” celebrata con entusiasmo alle elementari, alle memorie del nonno che piantava filari di abeti ai bordi della strada, allora sterrata, del Mottarone oltre che nel giardino di casa. Uno di questi lo aveva piantato nel 1930, anno della nascita del suo ultimo figlio, morto poi a 13 anni in circostanze oggi curabilissime. C’è ancora, più in salute che mai. Chissà… forse quel piantone della cascina (un olmo?), mi ha fatto venire in mente quello spirito vitale che pervade tutto, e che ci accomuna anche con gli alberi.  Come si chiama quella cascina?  Cascina dei Prati… nome che è già una poesia, anche se di prati, intorno ce n’è solo uno, piccolino, a ridosso dell’edificio, proprio dove c’è l’albero. Fatto sta che tra nome, suggestioni varie e... sarà solo che è un bel posto, ci sono ritornato più volte… così, per gustare i colori dello scorrere del tempo a ritmi un po’ “piegati” dall’uomo, ma alla fine dettati sempre dalla natura.
 
Foto maggio 2016, luglio 2016, ottobre 2016, dicembre 2016, febbraio 2017, aprile 2017







giovedì 27 aprile 2017

Civezza, il paese del... "metano circense"


A una prima occhiata sembra uno dei tanti villaggi dell’entroterra ligure, arroccati sulle prime alture: una bella chiesona con tanto di svettante campanile tra gli ulivi, la massiccia torre di guardia per gli avvistamenti dei pirati saraceni e il classico inestricabile groviglio di caruggi, anditi, stretti passaggi in cui invariabilmente si infila il vento di mare.  
La chiesa di San Marco a Civezza (Imperia)


L'antica torre di avvistamento




Lo strettissimo "Carugiu de bajadonne"

Ma ognuno di questi borghi è diverso, con una propria anima, proprie caratteristiche e particolarità… non necessariamente legate a tempi lontani. E a volte chi abita in questi luoghi si è ingegnato a inventare un tocco diverso per il proprio paese, anche per evitare di cadere in immeritati oblii. E se la vicina Valloria si è riscoperta come “il paese delle porte dipinte”, Civezza (Imperia) è oggi conosciuta come  il “Circopaese”, nome che deriva da un evento di arte circense da strada che ogni 1° maggio trasforma l’antica e rustica  struttura architettonica del borgo in un’articolata e policroma pista a cielo aperto.

Segni, ovviamente colorati, rimangono a ricordare la manifestazione. Un’idea originale quella di dipingere gli anonimi, brutti e a volte invasivi sportellini del metano con i personaggi del circo.





Una piccola, semplice galleria d’arte “en plein air”, utilizzando un supporto decisamente prosaico… che magari riesce a regalare un sorriso anche al momento della lettura del contatore.

martedì 21 marzo 2017

Morghengo: villaggio sulle scorciatoie del tempo



E’ un po’ il destino dei luoghi posti su una scorciatoia automobilistica, nella specie la "stradina" (nel senso che spesso è davvero molto stretta) provinciale che collega due importanti direttrici, una per la Valsesia e l’altra verso il lago d’Orta. Morghengo, frazione di Caltignaga (No), è un villaggio dall’antica anima rurale dove non ci si ferma mai. Anzi, anche attraversando le poche centinaia di metri del paesello spesso manco si rallenta.
Morghengo (Caltignaga - Novara), "villaggio scorciatoia"
Una scorciatoia appetita soprattutto da quei "furgoni da consegna" alla caccidi un attimo da risparmiare, a ogni ogni costo. Anche a me capita ogni tanto di passarci, e anch’io non mi fermo. Eppure è un luogo in cui il tempo, quello passato, ha un senso, e torna in mente ogni volta che mi ritrovo qui. Stavolta, la scusa di far fare un giretto a Corinne mi ha fatto "rigustare" Morghengo, a piedi.
Corinne nel vecchio campetto di calcio
Il borgo è tutto raccolto intorno a un castello di antica origine, rimaneggiato in varie epoche, racchiuso a sua volta in una cinta muraria. A parte qualche moderno obbrobrio abitativo o agricolo-industriale, l’aspetto generale del villaggio è rimasto quasi come una volta. Ci sono tre strade, due che circondano il castello, di cui una è proprio quella della scorciatoia tra le due ex statali, e poi c’è una via al, sotto del maniero, che le collega.
Parcheggiare in un prato non lontano da un campetto da calcio semiabbandonato, teatro di epiche sfide giovanili, vuol dire entrare già in quei tunnel della memoria che ti fanno passare in un universo parallelo, quello di un’altra  - o altre – vite già vissute, ma sempre da te.

Il castello di Morghengo e la sua torre
La cosa che già tanti anni fa mi piaceva di questo paese era un tratto, brevissimo, di originaria strada acciottolata, che aveva resistito all’asfaltatura, non si sa come e perché, proprio di fronte alla chiesetta di San Martino, di antichissima origine romanica, che oggi presenta una facciata intonacata agli inizi del ‘900 e, all’interno, traccia del primitivo impianto.
L'acciottolato "resiste"...
 


L'interno della chiesetta di San Martino, dall'originario impianto romanico
Di fianco c’è la casa prepositurale, abbandonata, con un portone sormontato da una lunetta dove si intravvede una scritta che testimonia l’antica presenza dei signori del luogo, i Brusati, gli stessi ancestrali nobili del castello.
Il portone della casa prepositurale
Un luogo antico, in cui quel suffisso engo ne tradisce le origini longobarde. Ricordo che qualcuno mi diceva che la prima parte del toponimo morgen era associabile all’attuale parole tedesca, ovvero "mattino"… sarà proprio così? Fatto sta che, rimuginando e dopo aver dato un’occhiata all’enorme maneggio che recentemente ha occupato parte della campagna attorno alla frazione, mi ritrovo davanti alla strada sotto la cinta del castello, acciottolata, questa, di recente. Non me la ricordavo così.  

Una volta era sterrata… ma ben frequentata, soprattutto la domenica. Guardo la scritta ormai sbiadita "Vendita di vini e liquori" con i segni di un’entrata murata… a qualche metro di distanza da un portone, chiuso.
L'entrata della vecchia trattoria
Un tempo il varco di un’ osteria di campagna dove si mangiava divinamente. La rivedo benissimo: appena entrati c’era un "semilocale" con bancone bar per il caffè postprandiale poi, a destra, un singolo, lungo stanzone, illuminato dalle finestre che davano sulla corte. In fondo a sinistra, la porta che introduceva alla cucina, da dove gli intensi effluvi di una volta, si facevano strada facilmente (e senza scandalo di alcuno) nella sala ogni volta che le sciure votate al servizio uscivano lestamente con piatti fumanti. Tutte delizie novaresi, fatte come una volta, con una specialità ormai dimenticata, il "risotto con le quaglie", che però non mi piaceva. E inoltre cacciagione, soprattutto lepri, direttamente dalle campagne circostanti, cucinate con maestria perduta. E, alle pareti, un sacco di ricordi sportivi, ingialliti e antichi ritagli di giornale incorniciati in qualche modo, dove spiccavano soprattutto grandi ciclisti come Bartali e Coppi, quest’ultimo pure immortalato in una foto nella sua seconda grande passione, quella della caccia... Invano cerco nell’aria qualche aroma, ora è tutto fermo e silente.
Tornando verso la strada che conduce ad Agnellengo, noto la traccia di un motto mussoliniano: "Io preferisco coloro che lavorano duro, secco, sodo, in obbedienza e possibilmente in silenzio", frase che non ammette repliche pronunciata, pare, molto lontano da qui, all’inaugurazione di Carbonia del 1938 e riutilizzata come ammonimento per i contadini di queste lande agricole.
La scritta del ventennio....
Ma è poco più in là che voglio fermarmi, dove resiste una vecchia costruzione abbandonata di una certa imponenza. Per me da bambino era "la casa dei pulcini" e qualche volta capitava di passare di qui per andare a trovare uno zio, ai tempi ispettore agrario provinciale, quando lo si sapeva là, a controllare gli allevamenti di pollame, una tra le sue incombenze.
La "casa dei pulcini"...
Vedere tutti quei pulcini, insieme, gialli, pigolanti era una meraviglia  e probabilmente avrò pure chiesto ai miei, invano, di portarne uno a casa…
Insomma, a Morghengo non  manca proprio nulla per non cadere nella trappola della nostalgia pensando a quanto erano belli i "vecchi tempi" rispetto ad oggi… ma invece resisto, al contrario rallegrandomi di aver avuto la ventura di viverli.

giovedì 2 marzo 2017

Monte Grappa, memorie sovrapposte in vetta


Il Ponte degli Alpini a Bassano e il Monte Grappa
Valsugana, Piave, Brenta, Ponte degli Alpini a Bassano, Monte Grappa… girovagando a cavallo del confine tra Veneto e Trentino (solo cent’ anni fa divideva Regno d’Italia e Impero Austro-Ungarico) nomi e luoghi ti fanno ritornare a un passato lontano, quando erano snocciolati con spirito patriottico da una maestra con un nome che era tutto un programma, Itala Bergamo, suora tutta d’un pezzo, dai metodi maneschi e un po’ intimidatori, utilizzati per tenere a bada una scolaresca che andava ben oltre, in quegli anni ’60,  le quaranta unità.
La maestra Itala Bergamo e la sua scolaresca a metà anni '60
Per inculcare un solido amor patrio non mancava nemmeno la musica del “giradischi”, allora, con noi bambini e bambine ad ascoltare e imparare, dopo “Addio mia bella Addio” soprattutto “Il Piave mormorava…”. Così molti ricordi affiorano quando, dopo decenni, sei, finalmente, in quei posti. Luoghi di guerra, vissuti in una giornata di inizio anno dal  sole splendente, senza neve, con tepori inusitati (ma ormai neanche tanto) per la stagione.  A parte le reminescenze scolastiche, il Ponte di Bassano forse un po’ appartiene anche a me, nell’ancora vivido ricordo di un anno passato tra gli alpini e di una canzone popolare cantata in compagnia, la stessa immortalata in una lapide che la associa a “sublimi sacrifici e guerresche procelle”.
La lapide al Ponte degli Alpini
Lassù occhieggia la vetta del Monte Grappa, proprio quella di un altro brano caro alla maestra Itala “Monte Grappa tu sei la mia patria…” Non si può, essendo qui, non salire su quella vetta, “ammantata”, se così si può dire, da un enorme sacrario. Però scegliamo una “pazzesca” (nel senso buono) strada alternativa: una deserta e stretta provinciale che sale tra i boschi, per quasi trenta km di curve, percorse con calma (fortunatamente dietro non c’è nessun energumeno dotato di Suv che chiede strada) dal paesino di Caupo, non lontano da Feltre. Quindi dalle selve del versante nord, con “finestre” dalle quali si aprono squarci panoramici notevoli.


Salendo sul Grappa: Il gruppo del Latemar e il paese di Enego
Si arriva a quota 1700 metri circa, sotto la vetta imbiancata da una colata di pietre chiare e squadrate.  Saranno le suggestioni di prima, sarà la giornata splendida… ma la prima sensazione è molto diversa da quella provata durante la visita, di qualche anno fa, a un altro famoso sacrario della Grande Guerra, Redipuglia, dove immediatamente mi sono sentito immerso in una solenne, triste, commemorazione di una tragedia nazionale.
Il Sacrario del Monte Grappa
Lo ammetto, salendo i gradini del monumento ai Caduti del Grappa, che da una parte guarda i monti e dall’altra alla pianura vicentina, qui difesa strenuamente con tre sanguinosissime battaglie tra il 1917 e il 1918, mi sono lasciato andare a un po’ di retorica. Ben presto scomparsa, non solo di fronte alle tombe dei soldati, ma soprattutto lungo le scalinate scandite, più volte, da ampie urne dove riposano i resti di 100 militi ignoti (in tutto riposano qui oltre 10.000 italiani senza un nome).


E allora anche quella scritta scolpita “Gloria a Voi soldati del Grappa”, riacquisisce un senso diverso, nel sacrificio di una generazione di giovani italiani. 




Si impongono il silenzio e il rispetto, non altro…
Corinne sull' "attenti"...
anche la mia cagnolina Corinne (come avvenuto negli ultimi anni solo due volte, in luoghi altrettanto, seppur in modo completamente diverso, evocativi come La Madonna della Gelata e il Sass Malo) si ferma spontaneamente, rimanendo quasi sull’ “attenti”… non sarà così, ma a me piace pensare ugualmente che i cani sentano vibrazioni particolari.

Così, si sale verso il culmine lungo la Via Eroica, che arriva fino al Portale di Roma, un massiccio edificio costruito con grossi blocchi di pietra dove campeggia un’altra scritta “Monte Grappa tu sei la mia patria”… primi versi della canzone sentita da bambino… e il cerchio, apertosi in mattinata sulle reminescenze scolastiche e sui “sublimi sacrifici”, ora si chiude completamente. 

Poco più in la, in vista delle vette dolomitiche, il settore austro-ungarico riunisce le spoglie di altri 10.000 ragazzi, con un’altra divisa, anch’essi quasi tutti ignoti.

Di che reggimento siete /Fratelli?/Parola tremante/Nella notte/ Foglia appena nata/Nell’aria spasimante/ Involontaria rivolta/ Dell’uomo presente alla sua/ Fragilità/ Fratelli
(Giuseppe Ungaretti)