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martedì 20 settembre 2016

Contrasti "in libertà" sull'isola dell'Asinara


Sensazioni intense, quasi veri e propri suggerimenti che ti arrivano  a ogni svolta o alla fine di ogni salita direttamente da "lei". Ed è lei, l’isola dell’Asinara, che ti ha consigliato un approccio quasi personalizzato… niente guide, niente compagnie di turisti sul trenino con ruote di gomma… solo mountain bike, l’unica strada in cemento, un sole a picco e tanto sudore.  Ovvio che non si va a “scatola chiusa”… in minimo ci si documenta su ciò che si vedrà in quello che è oggi un Parco nazionale. Si sa di una natura incontaminata, che fino a pochi anni fa c’era un carcere di massima sicurezza, che tanti asinelli pascolano tranquillamente allo stato brado, che i fondali sono limpidissimi… tutte piccole certezze che ti porti dietro, corroborate dalla prima impressione dell’isola  avvicinandoti in battello, nel breve braccio di mare che la separa da Stintino.
Il breve braccio di mare tra Stintino e l'Isola dell'Asinara

Parti sulle due ruote con la baldanza dello scattino dell' “inizio corsa” e, alla prima sosta, l’isola ti prende con sé e ti racconta una storia diversa. L’ex carcere di massima sicurezza di Fornelli (abbandonato nel 1998)  è aperto, si può girare tranquillamente tra celle, parlatori, nel cortile dell’ora d’aria: qualcuno ti dice che qui alloggiarono detenuti famosi, quelli del “41 bis”… Bagarella, Brusca, Cutolo ma prima ancora brigatisti e terroristi degli “anni di piombo”.
L'entrata dell'ex carcere di massima sicurezza di Fornelli

                                                                      Il cortile dell' "ora d'aria"
La gente si ferma a fare foto, ridendo, facendo finta di essere chiusa in cella, ma quello che, fermandosi un attimo, si coglie subito è il contrasto tra una natura selvaggia e meravigliosa, quasi sinonimo  di libertà, confrontato con la costrizione, forse ancor più dura se vissuta in un luogo come questo, dove la voce del mare è così presente.
All'interno del carcere

Passando per gli atri, i corridoi, i cortili dove hanno calcato i loro passi pericolosi criminali, reclusi per “pagare il fio”,  mi è venuta spontanea la sensazione di sofferenza umana, a prescindere da qualsiasi altra considerazione sulla giustizia delle pene inflitte, o su quello che realmente avveniva qui. Le celle dei detenuti di massima sicurezza si affacciano sul cortile dove filtra un sole caldo, vitale, attraverso grate e inferriate. Erano qui i “peggiori”, probabilmente tramavano altri delitti attraverso oscuri canali, tetragoni a qualsiasi sentimento di ravvedimento, anzi… covando più che mai vendetta contro lo Stato (ma non oso pensare cosa potesse provare un uomo magari innocente rinchiuso qui). Eppure ho lasciato questo luogo con un’intensa sensazione di tristezza per le cose umane, prima di rituffarmi nel trionfo mediterraneo dell’Asinara, tra calette meravigliose (e giustamente godibili solo da lontano), asinelli allo stato brado (loro sì, sempre in libertà), un saliscendi continuo tra la macchia mediterranea.
Chilometri sotto il sole prima di arrivare, proprio di fronte a una delle pochissime spiaggette balneabili dai turisti, a un’isolata costruzione: è un ossario di prigionieri di guerra dove campeggia la scritta “PAX”. Poveri resti di oltre 7000 soldati (di 24.000 che furono portati all’Asinara), prigionieri di guerra austro-ungarici del conflitto 15-18 che vennero a morire qui, decimati dalle malattie e dagli stenti insieme a tanti profughi di guerra serbi.

L'ossario austro-ungarico dell'Asinara
Anche qui a “Campu Perdu”, l’Asinara ti fa respirare storie umane, in questo caso dimenticate, quando l’isola, quasi disabitata e assurta da fine Ottocento a lazzaretto, fu scelta come luogo di “accoglienza” per i vari reietti del conflitto. Il sacrario è chiuso ma all’interno le ossa di tanti “senza nome” sono ben visibili. Forse mai come in un luogo come questo si respira l’assurdità delle guerre, volgendo gli occhi dall’altra parte, verso i doni di una natura meravigliosa.
Un'immagine della "colonia agricola" dell'Asinara

Più avanti, le costruzioni della “colonia penale agricola” dove i detenuti, in un tempo lontano, lavoravano la terra e il “Palazzo Reale”, costruzione quasi stridente nel contesto dell’isola, destinata ai brevi soggiorni dei Savoia e oggi sede del Parco.
Il Palazzo Reale all'Asinara
Nel ritorno a due ruote sull’unica strada, si ripercorrono chilometri e sensazioni regalati da quest’isola che ti lascia il segno, così piena di contrasti, di segreti golfi - reali o metaforici - da scoprire… l’isola delle insenature… Sinuaria, così  la chiamavano i Romani.


lunedì 5 settembre 2016

Walser graffiti: Wilmo, Anna e i 4+1 di Antillone

C’erano una volta le vacanze in "colonia alpina", c’erano una volta i preti-guardiani che chiamavamo "prefetti", c’erano una volta le gite parrocchiali di paese su qualche sgangherata corriera… tutte occasioni per lasciare un ricordo indelebile del proprio passaggio in qualche luogo, un graffito che testimoniasse: “sono (o siamo) stati qui!”… meglio se su un edificio sacro.
"Walser graffiti" ad Antillone
Vandalismi?
Forse. Forse semplicemente un gesto atavico che si perde nella notte dei tempi, o forse entrambe le cose, così come avviene oggi con altre modalità.
Fatto sta che il Santuario di Antillone, in alta Val Formazza, raggiungibile con una breve e ombrosa  passeggiata tra i boschi, non si è sottratto, nei secoli, a fornire (dentro e fuori) ampio spazio alle "firme" di pellegrini più o meno pii. Ci sarebbe molto da raccontare di questa meravigliosa chiesetta alpina, importantissima nella storia della comunità walser di Formazza.
Il Santuario della Visitazione di Antillone (Puneiga) in Val Formazza

Basti pensare al rustico e vivido affresco seicentesco dove è rappresentata la comunità di valle che, si incammina in fila nel lungo pellegrinaggio pedestre annuale verso il Passo del San Gottardo (“porta”verso il nord Europa) dove i parrocchiani di un tempo vengono accolti dai monaci “spitalieri” e simbolicamente  i crocefissi degli uni e degli altri si toccano. Pare addirittura che questa immagine sia la più antica raffigurazione iconografica dell'ospizio del san Gottardo.
L'affresco che raffigura il pellegrinaggio al Passo del Gottardo della comunità formazzina
Processione poi vietata per certi comportamenti… diciamo disordinati e anche un po’ licenziosi per la promuiscuità tra sessi.

Però ci sono altre storie, piccole, ignote, legate a questo santuario.
Di fronte alla facciata mi sono fermato tante volte a leggere quei graffiti, quelle incisioni fermate nel tempo, quasi stratificate (ce se sono alcune secolari che si indovinano nei vari strati di intonaco).
Cose non “serie” come i tanti ex voto ma semplici nomi, iniziali, date… vicende, giornate, gite che si possono intuire. Per esempio… “Wilmo e Anna” e poi una data illeggibile sono lassù in cima, la scritta più alta di tutte, racchiusa in un rettangolo, come forse a dire “amore mio… al mondo ci siamo solo noi!”.
 
 O magari sarà stato solo Wilmo a scriverla… in quelle forme di “fidanzamento virtuale” di una volta… quando “lei” neppure sapeva che esistesse lo spasimante. Ma cosa avrà mai voluto dire quel “Mari, noi 4 + 1”?
Poco tempo fa sono tornato ad Antillone, e ho avuto la sorpresa di veder la chiesetta ingabbiata da ponteggi.
Quei graffiti, temo, avranno le ore contate, quelle scritte spariranno per sempre. O magari no… nei miei vagabondaggi mentali prima di dormire, ogni tanto mi figuro  un “paradiso dei pensieri pensati”, una sorta di immane database e, forse, da qualche parte da esiste anche quello dei graffiti di una volta… ingenui, primitivi… a loro modo puri come le ninfee che un tempo crescevano nel laghetto di Antillone.