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lunedì 27 giugno 2016

Dulzago, la Badia dei micini vaganti...


E' un luogo quasi fuori dal tempo, che sembra si sia ritagliato un suo spazio per mantenere intatto il suo spirito, addossato com'è a una delle ultime propaggini delle antiche morene glaciali che si spengono nella pianura.
La Badia di Dulzago, presso Bellinzago (Novara) è un luogo da gustare nel silenzio dei giorni feriali, evitando i fine settimana, quando la locale osteria è presa d'assalto per chi vuole gustarsi una buona paniscia o quando il complesso rivive, attirando stuoli di visitatori, l'antica tradizione della fagiolata di San Giulio a fine gennaio (per saperne di più cliccare qui).
In un luogo come questo, persi nella campagna, si percepisce più che mai il senso di un'antica comunità, facilmente leggibile nella stessa architettura della Badia, quasi “rinchiusa” su se stessa, con due aperture, due rustici archi che si aprono verso l'esterno.

La chiesa di San Giulio alla Badia e, sullo sfondo, il Corno Bianco
Quanta vita, quante vite, quante storie di lavoro, ma anche di miserie e sopraffazioni sono fluite qui? I vetusti muri impregnati di queste vicende lasciano filtrare solo sensazioni... per il resto c'è una cronologia più asettica che racconta intanto di un “luogo fantasma”... Infatti il borgo di Dulzago (toponimo che pare derivi da dulcis aquae) non esiste più, sparito misteriosamente nel nulla (come spesso è accaduto ad altri villaggi medioevali della mia zona). Resta questo complesso agostiniano, fondato nel XII secolo, che accanto alla funzione religiosa per il territorio circostante, nei secoli, su impulso degli abati commendatari, assunse il ruolo di importante centro agricolo residenziale, con la chiesa dedicata a San Giulio, gli alloggi del clero e le abitazioni dei contadini.
La chiesa di San Giulio, di impianto romanico
Il cortile detto "Abissinia o dei pigionanti"

Gli stabuli dei maiali
Nel corso del Settecento, la Badia si sviluppò con nuovi edifici “di corte” (con “alloggi” costituiti da cucina al pianterreno e una camera al primo piano) per accogliere i salariati: braccianti, mungitori, cavallari, famigli, campari... tutti insieme in una comunità praticamente autosufficiente. Si può solo immaginare la vita in questi, ora silenti, comuni cortili un tempo pullulanti di umanità, qui dove oggi si aggirano gatti e gattini (tutelati da apposito avviso...), mentre poco più in là si notano gli stabuli nei quali i pigionanti avevano diritto ad ingrassare un maiale... la cui carne dubito fosse totalmente a loro appannaggio.

Per fortuna l'agricoltura, nel solco di una tradizione millenaria, è ancora viva alla Badia, ovviamente in modo del tutto differente rispetto a un passato di fatica puramente manuale.
C'è un luogo, a un paio di centinaia di metri di distanza, ignorato anche nei fine settimana votati a pantagrueliche mangiate, da cui si coglie la Badia nella sua interezza... è il piccolo cimitero, completamente abbandonato, ultima dimora dei salariati.



Una rovina di una bellezza particolare, dal carattere un po' britannico, al cui interno cresce rigoglioso un albero. Qui si colgono nettamente gli echi di vite passate, di uomini e donne legate alla terra, a una stessa “piccola” terra, dalla quale mai si staccavano o potevano farlo... per l'intera esistenza e oltre.

martedì 14 giugno 2016

In pianura... anche i canali hanno un'anima

 Non si può fare assolutamente a meno di loro nelle plaghe agricole padane ma non è che godano (salvo eccezioni) di eccessiva fama tanto che, per la maggior parte delle persone, sono semplicemente “canali” insomma... un canale vale l'altro.
Eppure hanno tutti un nome, a volte altisonante a volte meno, e sono anch'essi “corresponsabili” della trasformazione del paesaggio di questa parte della pianura tra Piemonte e Lombardia negli ultimi secoli. Attorno al luogo in cui vivo ne scorrono parecchi: opere ingegneristiche tutt'altro che banali,  spesso intersecantesi tra loro in una mirabile osmosi di acque, gestita a seconda delle esigenze agrarie.

In genere ci si ricorda di loro in primavera, se, malauguratamente, le condizioni climatiche sono sfavorevoli e le loro fonti di approvigionamento (laghi o fiumi) soffrono per la mancanza di precipitazioni. Normalmente, invece, nessuno, tranne ovviamente gli agricoltori e qualche pescatore, si accorge di loro quando finiscono il periodo di “asciutta” invernale e tornano a gonfiarsi di acqua in primavera.

Ma a osservarli bene ciascuno ha una sua fisionomia, e la loro “linfa”, a seconda della provenienza, si trasfonde in una vera e propria anima: tre, vicini alle mie zone, dimostrano che anche le acque “regimentate” sono diverse tra loro.
Il Canale Cavour nei pressi di Agognate
Ovviamente si parte dal Canale Cavour, fresco di gran compleanno, ad aprile ha compiuto 150 anni tondi tondi, tra i pochi ad avere una certa notorietà... sarà il nome, sarà che la sua costruzione è tra le prime grandi infrastrutture dello stato unitario, sarà che è la “spina dorsarle” dell'irrigazione della pianura padana occidentale.

Ma la sua anima? assolutamente sabauda e non solo per il nome, per l'attraversare tre province piemontesi (Torino, Vercelli e Novara), perchè derivi dal grande Po e dalla cerulea Dora: basta osservare le sue acque, che, passando sotto la miriade di ponti lungo il percorso, da lontano sembrano... ferme quasi a riecheggiare il detto bogia nen (non ti muovere) riferito, anche con connotazione negativa, ai “veri” piemontesi. In realtà è un flusso regolare, quasi inesorabile, reso un po' misterioso, quasi esoterico (non per niente arriva dalla “magica” Torino) da un colore delle acque verdastro. Per restare un po' nei luoghi comuni affibbiati ai miei corregionali un' anima curteis (cortese) ma anche un po' fauss (falsa).
Le impetuose acque del canale Diramatore Alto Novarese
Molto diversa da quella di un “giovane canale”, terminato nel 1980, il DAN, o meglio Diramatore Alto Novarese. Di lunghezza e sezione molto inferiore ha un'anima quasi sbarazzina, con acque a volte irruente, veloci, forse un pochino presupponenti, visto la loro origine un po' “nobile” (è una derivazione del canale Regina Elena... e ci siamo di nuovo coi Savoia) e un po' internazionale (dato che in ultima analisi le acque, provengono, via Ticino, dall'italo-elvetico Lago Maggiore).
Le acque del Diramatore si gettano nel Canale Cavour a Recetto (No)
Il passaggio sotto la Roggia Mora
Comunque si getta proprio nelle più “istituzionali” acque del Cavour, dopo 25 chilometri di “vita spericolata”, anche perchè riesce a “passar sotto” al terzo incomodo dal nome al femminile: la Roggia Mora, un'anima antica e ibrida. Il suo nome si deve a Ludovico il Moro che, per portare le acque alla sua tenuta Sforzesca, vicino a Vigevano, allungò la preesistente e antichissima Roggia Nuova alla fine del '400.
La Roggia Mora nei pressi di Proh (No)
Un corso d'acqua che è un canale ma che in alcuni tratti assomiglia a un fiume, conservando le sue rustiche caratteristiche primigenie, che fanno risaltare le sue fredde e limpide acque (derivano dal fiume Sesia e, di fatto, dai ghiacci del Monte Rosa) tra rive irregolari, piccole cascatelle e fondali ghiaiosi, senza contare un antichissimo ponte medioevale a schiena d'asino che oggi non porta da nessuna parte ma che si dice, un tempo, fosse luogo di riscossione di gabelle e dazi.
Il ponte medioevale di Proh (No)
Sotto la sua volta si notano strani graffi, segni, forse, del passaggio di vetuste imbarcazioni. Tre canali e tre anime diverse unite dall' irresistibile forza attrattiva dello scorrere dell'acqua: “...
acqua che canti e piangi, acqua che ridi e muggi, tu sei la vita 
e sempre sempre fuggi”.

mercoledì 1 giugno 2016

Isarno: lo scorrere dell'acqua e del tempo...


Paesaggio naturale o paesaggio trasformato? Camminando tra le risaie della Pianura Padana è difficile rispondere a questo dilemma, visto che da più di mezzo millennio ne segnano l'orizzonte primaverile. Certo è che, a quei tempi, lo stravolgimento dell'ambiente fu notevole anche se, ora, mi riesce difficile pensare a qualcosa di diverso da queste distese d'acqua, talmente sono abituato alla loro visione.
Il cascinale di Isarno, tra le risaie di Vignale e Caltignaga

Isarno, cascinale tra Vignale e Caltignaga (No), è l'emblema di questo paesaggio natural-antropizzato, mettiamola così, che rappresenta l'archetipo di quello che è (o per meglio dire, era) il tipico insediamento agricolo nella piana del riso. Praticamente quasi un'isola in mezzo al "mare a quadretti", diviso da argini rettilinei. Un'isola un tempo "autosufficiente", anche per i ridotti bisogni, con la propria chiesetta e il proprio cimiterino, anch'esso circondato dall'acqua e spazi abitativi per i fittavoli, gli operai agricoli e, in stagione, le mondine.

Ma dato che qui, più che mai, "tutto scorre", in un campagna ormai completamente meccanizzata e quasi completamente "vuota" di persone, ecco che il paesaggio ha subito lentamente e inesorabilmente trasformazioni e la vecchia Isarno rimane un po' come un simulacro semivuoto di un sistema di vita tramontato, insieme all'Italia agricola "tradizionale" degli anni 50'-'60, perlomeno qui.
La chiesa di Isarno, di origine romanica, ampliata nel periodo barocco
La particolare chiesetta, dedicata ai Santi Cosma e Damiano, che tradisce origini antiche, chiusa. Le povere ossa dei contadini, sfrattate dalla loro terra d'origine (duro il destino dei cimiterini frazionali...) e finite chissà dove.
L'ex cimitero del cascinale, circondato dalle risaie
Pure un emblema di quello che era il primo arrivo del progresso, una vecchia cabina elettrica, completamente divorata dalla vegetazione e trasformata in un insolito monolite verde.
Il "monolite verde"
Fuori dalla cascina una lapide ricorda - fatto anche questo ormai quasi relegato nell'oblio dei più - i tre contadini assassinati il 10 aprile 1945 dalle Brigate Nere per rappresaglia: l'agricoltore Cesare Marchioni (il giorno precedente aveva aiutato i fascisti in difficoltà con un automezzo) e i braccianti Giuseppe Avondo e Angelo Colli. Una lapide "strana", con il toponimo sbagliato e la mancanza del nome del Marchioni.


Anche le risaie esisteranno ancora così come sono fissate nell'immaginario popolare? In realtà il tipico paesaggio primaverile novarese-vercellese-pavese qualche sensibile modificazione, in questi ultimi anni, la sta vivendo con il crescente successo delle risaie in "asciutta", in cui il consumo di acqua è minore e serve solo per le necessità vegetative e non termoregolatrici delle piantine, come avviene nella risicoltura tradizionale, per cui la risaia non subisce periodi di sommersione continuata.
Le risaie di Isarno e il massiccio del Monte Rosa. Sotto, i resti dell'acquedotto romano e una risaia in asciutta


Chissà... di certo rimarrà l'acqua, qui piegata alle esigenze umane da tempo immemorabile, come testimoniano pure i resti di un antico acquedotto romano.

 
E la canzone dell’acqua è una cosa eterna.
È la linfa profonda che fa maturare i campi.
È sangue di poeti che lasciano smarrire
le loro anime nei sentieri della natura...
Si abbandona agli uomini con le sue dolci cadenze.
Il mattino è chiaro. I focolari fumano
e il fiumi sono braccia che alzano la nebbia.
Ascoltate i romances dell’acqua tra i pioppi.
Sono uccelli senz’ala sperduti nell’erba!
Gli alberi che cantano si spezzano e seccano.
E diventano pianure le montagne serene.
Ma la canzone dell’acqua è una cosa eterna.
(da “Mattino”, Federico Garcia Lorca)