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martedì 26 aprile 2016

A Morasco... "Il tempo si è fermato"

 Tutte le dighe dei laghi artificiali di montagna sono diverse... o no? Ce ne sono due, lontane tra di loro, con caratteristiche completamente differenti, che per me saranno almeno "sorelle" grazie a una particolare e antica "esperienza cinematografica": la diga del Venerocolo, ai piedi dell'Adamello in Alta Val Camonica e quella di Morasco, in Val Formazza. Ma bisogna partire da molto, molto tempo fa... da un fotogramma, o come si usa dire adesso, un frame del primo film di un giovanissimo Ermanno Olmi, "Il tempo si è fermato".
Un film che, in un imprecisato anno dei '60, il canale Nazionale della Rai, così si chiamava l'attuale Rai Uno, mandò in onda in prima serata. E quella volta (sarà stato sabato?) non andai a dormire dopo "Carosello".
La diga e il lago di Morasco in Alta Val Formazza
Una storia semplice - giocata con le intuizioni delle "opere prime" - in uno spettacolare scenario bianco che vede, dall'iniziale diffidenza, lo svilupparsi di un'amicizia tra il vecchio guardiano della diga e un giovane sostituto, interpretati da due attori non professionisti. Leggerezza, poesia, ironia, grazia nel cogliere i piccoli gesti della quotidianità, condensate in un piccolo - datato fin che si vuole - capolavoro in bianco e nero. Fu girato con pochi mezzi, trasportati in quota da una teleferica di cantiere, proprio al Venerocolo, probabilmente in una incipiente primavera. 

Allora io non sapevo affatto dove fosse quella diga, ma quel film mi rimase impresso per sempre, soprattutto in quel frame dove il giovane protagonista si buttava nella neve, componendo con la sua sagoma una sorta di "greca".
Il frame della memoria
Ed erano gli stessi anni un cui con la famiglia cominciai a frequentare Formazza... così associai quasi naturamente quel film e quello scenario, alla diga e al lago che negli anni '30, in nome del progresso, sommerse per sempre il piccolo villaggio di Morasco.
Morasco, il villaggio sommerso dalle acque del lago artificiale negli anni '30
Quel film, e il suo titolo, si perse poi per sempre nella memoria, salvo quel frame galeotto. Finché, moltissimi anni dopo, la stessa Rai, lo rimandò in onda, quasi vergognandosi, in una piena notte... insonne e fu così che lo ritrovai per puro caso. E finalmente scoprii dove era stato girato, al lago Venerocolo, sotto l'Adamello, e non a Morasco... "ritrovai" il fotogramma e soprattutto un film magico, come lo era per un bambino nato in pianura (ma con una buona dose di sangue "montagnino") e affascinato dal mestiere di guardiano di una diga e che poi la vita avrebbe trascinato in tutt'altri ambiti. Da allora, grazie al dvd, ho rivisto un sacco di volte il film, andando anche a studiarne un po' la storia. Scoprendo,  coincidenza, che i primi "passi cinematografici" Olmi li mosse proprio in val Formazza.
Infatti era dipendente della Edison, società che costruì (oltre a molte altre) tanto le dighe di Morasco che del Venerocolo. Prima vennero i documentari sul lavoro nei cantieri e sulle linee elettriche della Edison e poi un "naturale" passaggio al vero cinema con "Il tempo si è fermato" girato nel 1958.
Un fotogramma del film di Olmi girato alla diga del lago Venerocolo e, sotto, la diga di Morasco
Vedendolo e rivedendolo, però, malgrado le differenze costruttive e delle quote delle dighe (il Venerocolo è a 2540 metri, Morasco a 1830 metri) qualche particolare rivela una certa somiglianza ambientale, forse colta spontaneamente tantissimi anni fa al tempo di quel lontano imprinting infantile, ritrovata confrontando un fotogramma del film e una fotografia. Comunque sia, per me, ancora oggi, "Il tempo si è fermato"... a Morasco.

martedì 19 aprile 2016

Agognate, c'era una volta la scuola del Bel Paese


 Un agglomerato agricolo ormai disabitato e in abbandono (eccezion fatta per una piccola comunità di Domenicani e un esperimento immobiliare di insediamento “neorurale” pressochè fallito) tanto che è ormai forse troppo chiamarla “frazione”.
La chiesa di San Gaudenzio di Agognate, sede dei Domenicani
Questa è Agognate, appena qualche chilometro oltre Novara. 


E' lambita dal fiume-torrente Agogna, da cui prende il nome, mentre un paio di centinaia di metri più a nord sfrecciano i treni dell'alta velocità e il traffico dell'autostrada Milano-Torino funge da sorda e ininterrotta colonna sonora.
La consunta lapide toponomastica






Da Agognate passava l'antica strada per la Valsesia (adesso la frazione ne è “tagliata fuori”), come recita un'ormai consunta lapide. Qui, a circa 3 km dalla città, un tempo c'era una scuola elementare. Si stenta a crederlo... eppure quel grosso cascinale che è (era) Agognate evidentemente pullulava di vita e di bambini.

Ruderi nella grande aia del cascinale di Agognate
Chissà quanti sanno - sicuramente credo a nessuno interessi - che l'edificio di quella scuola c'è ancora. E' un rudere (credo di fine '800 – inizi '900) che sta per crollare, quasi fagocitato da un abete cresciuto a dismisura di decennio in decennio.
Ciò che resta della scuola di Agognate...
Avvicinandosi - le esili “barriere di sicurezza” sono state divelte dai soliti vandali - si nota una scritta. E' un piccolo miracolo, quella scritta, se è vero che a differenza della fatiscenza dello stabile non ha risentito minimamente del completo abbandono. Recita così: “Civ.e Scuole Elementari Antonio Stoppani”.
... dedicata all'autore del "Bel Paese"
Intitolate proprio all'autore (tra l'altro zio di Maria Montessori) di quel libro che descriveva la geografia e la geologia dell'Italia, appena unita, con intenti didattici e formativi. Volume scritto con efficacia e insieme con semplicità, sfruttando l'artificio letterario di uno zio naturalista che, in inverno, raccontava ai nipotini, stretti intorno al caminetto, le bellezze italiane che aveva modo di osservare nei suoi viaggi. 

Libro di enorme successo tanto che, qualche decennio dopo la sua uscita (nel 1876), divenne testo consigliato ai maestri per destare la curiosità negli scolari mediante la sua lettura. In questa piccola scuola di campagna i figli di fittavoli e manovali agricoli probabilmente analfabeti, cominciarono pian piano a conoscere il Paese in cui vivevano, scoprendo orizzonti inusitati, grandi città, e un lontanissimo e ignoto mare. Non è rimasto nulla, forse solo qualche eco lontana che rimbalza in aule vuote, passando tra porte sgangherate. Ma c'è un altro piccolo miracolo, che si ripete tutte le primavere: la fioritura rigigliosa di un glicine che avvolge i vecchi ruderi.
Il piccolo "miracolo" primaverile del glicine
Pianta nata casualmente? Preferisco pensare che sia stata messa a dimora da qualche giovane maestrina o da un solerte bidello, per ingentilire il luogo del loro lavoro, anzi, della loro missione verso quei bambini figli della povertà.

Si parla da qualche tempo, ma queste sono beghe e lungaggini politiche che non mi interessano, circa una riconversione del terreno agricolo attorno ad Agognate in grande polo logistico-industriale. La cosa si arenerà? Pare di sì. Per ora mi basta una scritta che non vuole cedere riportando alla memoria un'Italia dove ancora contavano spinte ideali e un glicine che segna l'arrivo della primavera, fermando col suo profumo intenso lo scorrere dei giorni.

...Il tempo non ha respiro,

né sussulti di pensiero

nella casa dei glicini ...

ed è silenzio di sospiri intorno...

(da una poesia di Giorgio Alessandro Bonin)

giovedì 7 aprile 2016

In un mosaico di pietra, porte e finestre di Sogno

 Etimologia incerta per questo villaggio dalla storia antica e dal nome quasi fatato, Alpe Sogno, frazione più elevata del comune di Villadossola, probabilmente in origine un castelliere usato come rifugio dalle popolazioni autoctone, ben protetto dallo strapiombo sul fondovalle ossolano.

Oggi ci si arriva per sentiero, da diverse direzioni e anche con una comoda stradina asfaltata, ad uso dei proprietari dei rustici che si animano in estate o nei fine settimana.
L'oratorio di San Giovanni all'Alpe Sogno (736 m)

Di piccoli agglomerati alpini come questo, qui in Ossola, ce ne sono tanti, forse anche più belli. Ma alcuni particolari, decisamente “particolari”, rendono Sogno quasi come una preziosa fotografia di pietra di un passato alpino, immodificabile, se non per qualche scellerato intervento umano. Un'istantanea antica, di mezzo millennio fa, dato che molte costruzioni sono proprio di inizio Cinquecento... e la prima cosa che mi è venuta in mente passando di qui, è che negli stessi anni dei trionfi architettonici del Rinascimento, anche all'Alpe Sogno, tra difficoltà naturali e climatiche e con mezzi decisamente modesti, si piegava la pietra alle esigenze non di principi o alti prelati, ma di semplici famiglie contadine. Mentre operavano Bramante o Michelangelo qui si faceva di necessità virtù, con la materia prima più abbondante trasformata in magioni essenziali, rustiche ma, come in altri villaggi di questa parte della Bassa Ossola, con una soluzione architettonica originale: un sistema trilitico dal sapore ancestrale con i piedritti e l'architrave a formare un'entrata (o le finestrelle) forse un po' pretenziosa nel contesto, ma funzionale e soprattutto solida.
Alpe Sogno, la sede del museo etnografico

Il "sistema trilitico" di Sogno
E' quasi immediato, in luoghi come questo, pensare a un'antica comunità, in che modo viveva... domande che invece mi sfuggono  se abbagliato dai capolavori rinascimentali delle nostre città. Una collettività “nella pietra”, dura come quei pesantissimi monoliti che venivano trasportati e issati e mezzo di forza muscolare solidale, dove si conquistava palmo a palmo il terreno da coltivare a segale e patate, strappato alla pendenza grazie ai terrazzamenti, ovviamente di sasso, e dove anche le viti si appoggiavano a pali infissi in pietre appositamente forate.
Pietra forata per i pali della vigna
Una vera comunità di montagna dove a curar le anime e a perdonare peccati ci pensava (fino all'inizio dell'Ottocento) un parroco autoctono nell'oratorio di San Giovanni Evangelista con il suo campaniletto a vela (molto raro in queste montagne);
La parete dell'antico affresco
 













dove la pietra era ingentilita da affreschi sacri di un certo pregio (uno del 1502 è stato “strappato” per tutelarne la conservazione) e dove, a volte, la stessa pietra  ritornava materia per graffiti dal sapore antico e pagano, come una sorta di svastica scaramantica scolpita sullo stipite di una delle case più antiche del villaggio. 

Antichi ed enigmatici segni sulla pietra
 






Pietre non disanimate, quelle di Sogno, viventi nel racconto di fatiche, passioni e storie di semplici e ignoti uomini e donne che ci hanno preceduto.