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giovedì 17 marzo 2016

Ora solare o legale? A Bestagno c'era "l'italica"



Come ogni anno, di questi tempi, ci si ritrova, volenti o nolenti, a subire il piccolo jetleg conseguente al cambiamento dall'ora solare all'ora legale, ma, quel che è peggio, sorbendoci i soliti, inutili, servizietti giornalistici - con consigli dell'esperto annessi - di qualche tg o il profluvio di pagine web sull'argomento che si concludono in genere con le paroline: “quest'anno risparmieremo tot milioni di euro”... bene! Ma sarà così? Comunque sia, una consolazione... di Pirro, di fronte a oscuri sprechi di ben altre dimensioni. Tornando alle ore, regolare la misurazione del tempo della giornata alle esigenze umane, tramite diversi parametri, non è certo una novità del XX secolo.
Da Bestagno, guardando verso le cime delle Alpi Marittime, il borgo di Chiusanico
La parrocchiale di Bestagno



A Bestagno piccolo borgo dell'entroterra imperiese (che ricordo anche per una estiva “sagra del raviolo” di qualche anno fa che ancora delizia la memoria gustativa delle mie papille, malgrado la prosaica presenza di mia suocera), si può trovare traccia di una delle misurazioni medioevali (in uso ancora all'inizio del secolo scorso) che si basavano sull'alba o sul tramonto, in un orologio solare che campeggia sulla facciata della chiesa parrocchiale dedicata ai santi Michele e Sebastiano.
L'orologio solare a "ore italiche" e "moderne" di Bestagno (Imperia)
Questa è una meridiana che segna le “ore italiche” (con linee che non convergono) indicante le ore mancanti al tramonto: un “sistema rurale” ad uso del lavoro nei campi: si suddivideva il giorno in 24 ore (qui a Bestagno le “ore italiche” sono segnate dalle 12 fino alle 21, evidentemente il sole si nasconde presto dietro le montagne) con inizio della numerazione alle 24, prima ora, fissata in coincidenza col tramonto, come si legge anche nei Promessi Sposi raccontando di Renzo che “Quantunque, nel momento che usciva di Gorgonzola, scoccassero le ventiquattro, e le tenebre che venivano innanzi... prese contro voglia la strada maestra...”.

Bestagno, tra le montagne della valle dell'Impero
Il vantaggio di questo metodo è che consentiva di calcolare le ore di luce residue, sottrendo semplicemente l'ora corrente, segnata dall'ombra dello stilo, da 24.
Oggi siamo condizionati da orologi che non devono sgarrare il centesimo di secondo, una volta più che conoscere l'ora esatta era utile sapere quanto tempo mancava al tramonto per regolarsi su cosa ancora c'era da fare nei campi. Un sistema un po' empirico che, col trascorrere dell'anno, comportava che il mezzogiorno e la mezzanotte corrispondessero in stagioni diverse ad ore diverse. Altri tempi e altri ritmi... orologi solari con ore italiche ce ne sono probabilmente ancora diversi in varie parti d'Italia (come noto sul web), ma quella di Bestagno è notevole perchè unisce i due sistemi di misurazione, ora italica e ora “moderna” (qui dalle 6 antimeridiane alle 4 pomeridiane) in un intreccio di linee un po' astruso che rimarca come anche nel passato una sorta di “dicotomia oraria” fosse già presente, sicuramente senza jetleg.

martedì 15 marzo 2016

Assunta... Eleanor Rigby del Lago d'Orta


In tutti i paesi d'Italia, anche i più piccoli, si legge sempre, da qualche parte, una teoria di nomi ormai quasi dimenticati. Tutti nomi con una storia, finita male. Anche Pettenasco, borgo sulle rive del Lago d'Orta (Novara) ha il suo bravo monumento ai Caduti della Prima Guerra Mondiale.
Pettenasco (Novara) sulle rive del Lago d'Orta
Che vicenda sarà stata quella di Antonio Frascoia, Giulio Fortis o Carlo Miazza? Chissà, ma “l'altra metà” di almeno una di quelle storie, anche se non so quale, un po' la so. Perché ho avuto la fortuna di conoscere, seppur ormai in tarda età, una persona grande nella sua umiltà e semplicità e, insieme, dotata di un' immensa forza d'animo.
Il monumneto ai caduti della Guerra '15-'18 a Pettenasco
Pensando a lei, che di nome faceva Anchisi Assunta (perché nata proprio a Ferragosto, nel 1897), mi vengono in mente i versi di quel lontano brano dei Beatles, forse il loro primo pezzo non “scanzonato”

                                                         Eleanor Rigby, picks up the rice

In the church where a wedding has been

Lives in a dream

Waits at the window, wearing the face

That she keeps in a jar by the door

Who is it for...
(… Eleanor Rigby raccoglie il riso/ nella chiesa dov’è c’è stato un matrimonio/ Vive in un sogno/Aspetta alla finestra, indossando la faccia/ che conserva in un vaso accanto alla porta/ per chi è...)

Antonio, Giulio o forse Carlo (nessuno lo saprà mai) era il promesso sposo di Assunta, che non tornò, morendo, come tanti altri giovani, nelle trincee del Carso. Gli fu sempre fedele nello spirito e rifiutò qualsiasi altra relazione, consegnandosi a una vita di intensa, intima solitudine, pur dimostrandosi una persona di grande generosità, sempre votata agli altri.
Finita la guerra, ad Assunta non restò altro che andare a servizio, e la scelta cadde sulla neonata famiglia di un giovane notaio di Armeno, un paese vicino, che si era da poco sposato con una bella ragazza di Pettenasco nella magnifica parrocchiale romanica del paese.
La parrocchiale romanica di Armeno (Novara)
Assunta non aveva fatto che qualche anno di elementari eppure le piaceva scrivere, soprattutto poesie e la vicinanza col sciur nudar e la sua poi numerosa prole, non fece che corroborare la sua passione.
La paga? Poca, spesso direttamente tramutata in viveri o beni di prima necessità che Assunta il sabato,  si caricava in spalla col gerlo per portare il tutto nella borgata dove abitavano i vecchi genitori. Una donna forte nella sua mitezza, capace di sopportare tragedie incommensurabili. Dopo la scomparsa della mamma, papà e fratello morirono nello stesso giorno... forse di una di quelle malattie che oggi definiremmo banali.
La famiglia del sciur nudar, primo in alto a sx, in una foto di fine anni '20. Assunta è la penultima della fila

La sua vera famiglia divenne così quella del notaio, anch'essa attraversata da momenti non certo felici, come l'inspiegabile morte di un figlio tredicenne, drammatiche vicende nella guerra partigiana e la precoce vedovanza del notaio.

In quella casa rimasero dunque solo in due, Assunta e il “signor notaio”, come lo chiamava lei. E Assunta gli si dedicò tutta, fino alla sua morte, vera badante “ante litteram” negli ultimi anni, oltre a essere stata ottima cuoca e anche, per quel che le poteva consentire la sua modestissima istruzione, perspicace assistente notarile. Fedeltà, dedizione assoluta a un uomo che, nel frattempo, per troppa generosità era finito in condizioni economiche non certo floride.
La casa del "signor notaio"
E, alla fine, in quella casa che aveva visto tanta vita, rimase l'ultima custode di cose e memorie. Ad onta di una salute malferma e di problemi alla vista. Sola, coraggiosa, in compagnia degli amatissimi gatti che battezzava coi nomi più strani,
Minin, Minussi, Rutusc, Rutuscin... e quando andavi a trovarla sembrava sempre aspettasse con ansia qualcuno.

Una volta suonato il campanello, si vedeva una figura un po' malferma, vestita umilmente, appropinquarsi nel giardino per accertarsi chi fosse. La rivedo così, con una mano sugli spessi occhiali a ripararsi dai raggi del sole e a tentare di scorgere meglio. Una tazza di tè, un “Amaro Cora” per mio padre, mentre scoppiettava il fuoco nel camino. Un fuoco che lei sapeva trattare con gentilezza, quasi ringraziandolo e... se proprio non si attizzava, allora bastava un soffio, una flebile sibilo con la bocca, continuo e quasi musicale, a ravvivare prodigiosamente la fiamma.
Assunta, come la ricordo io
 



Per me bambino quella era (e rimane) una magia che invano tentavo di imitare. E poi si andava via con negli occhi la sua innata signorilità, la sua educazione e il suo dolce sorriso. Così per anni, fino a quando ormai quasi cieca, tornò a vivere con la sorella nella natia Pettenasco portandosi dietro l'ultimo gatto, il fedele Menelik, e spegnendosi in silenzio, senza disturbare nessuno. Assunta... quel tipo di persone, eroiche in una vita semplice, vissuta in pieno, con un amore che traspariva dai gesti, dalle parole... persone che passano silenziose, di cui nessuno si ricorda, ma se si ha la fortuna poterlo fare, la traccia che ti lasciano è indelebile. Assunta adesso vive in un sogno e aspetta... e forse Antonio, Giulio o Carlo arriverà, questa volta...

venerdì 4 marzo 2016

Cortano, il "rifugio" della montagna che fu...


Salendo alla vetta del Mottarone, più o meno a metà strada tra il borgo di Armeno e la cima, appare una costruzione che desta qualche curiosità, anche perchè non si capisce se sia una cappella, una chiesetta o altro. Un luogo, a 1042 metri di altitudine, che prende il nome dell'alpeggio omonimo, poco distante.
Il rifugio-ricovero Cortano, 1042 m, sulla strada Armeno-Mottarone
Ed ecco quindi Cortano, conosciuto più che altro per essere “base” per irridudibili fungiatt lombardi che prendono d'assalto questi pendii, contendendosi fieramente anche l'ultimo porcino disponibile a fine stagione.
Cortano, come si presentava a dine '800
Piccoli slarghi ai lati della provinciale sono infatti a loro ideali per lasciare l'auto e addentrarsi nei boschi. Tutto qui per una località che, sulle carte è conosciuta come “cappella” o “ricovero” di Cortano? Ovviamente no. Anzi, questa semplice costruzione ha vissuto momenti di gloria, legati all'epopea del Mottarone, ai tempi della bella époque rinomatissimo belvedere alpino e attrazione turistica di prim'ordine di questo lembo di Piemonte. Si deve tornare indietro al 1880, quando le cosiddette “Quattro Rosine” (“figlie” del Monte Rosa), le sezioni del club Alpino Italiano di Biella, Domodossola, Varallo e Verbano decisero di restaurare una vetusta costruzione edificando questo... rifugio alpino.
Così si saliva al Mottarone un tempo...
Sì perchè, quando ancora la rotabile era di là da venire, c'era solo una mulattiera, che si percorreva con fatica a piedi o con "trazione animale" e qui si pernottava per salire, nelle prime ore del giorno, per godersi l'alba sull'arco alpino dalla vetta del Mottarone. Rifugio invero più che spartano, lontanissimo dagli “alberghi d'alta quota” del giorno d'oggi, dotato semplicemente di un focolare per una frugale cena e un po' di calore e qualche panca per cerca di dormire.
... e così si sale oggi
Ma era ciò che bastava nell'epoca di un “mondo piccolo” in cui contemplare il sorgere del sole che illuminava la pianura e l'arco alpino era davvero un'esperienza indimenticabile. Lo è anche adesso, anche se sempre meno persone se ne accorgono. Da notare che, qualche anno dopo, in vetta al Mottarone, venne costruito il “Grand Hotel Guglielmina” che suggellava la consacrazione di questa montagna come eccezionale belvedere alpino, tanto da rivaleggiare con la cima del “Rigi” della vicina Svizzera, celebrato da Daudet in Tartarino di Tarascona.
Il Grand Hotel Mottarone in una vecchia cartolina
Gloria effimera, tristemente conclusa da un incendio, causato da un banale cortocircuito, che lo distrusse completamente nel 1943. Poco dopo il declino del nostro “rifugio Cortano”, sostanzialmente abbandonato alla sua funzione nel momento in cui venne costruita la carrozzabile, seppure sterrata, Armeno-Mottarone all'inizio degli anni 30.
La vetta del Mottarone in versione invernale
Seguirono anni di abbandono, usato come protezione per i pastori o, peggio, come immondenzaio o pisciatoio per cafoni dei picnic della domenica (quelli che non si allontanano  oltre i dieci metri dall'auto, per intenderci). Finchè, nel 1994, fu restaurato e rimesso in ordine, così come si presenta ora. Rimane come testimonianza di un tempo lontano, ma... qualcosa può ancora vantare. Nel 1992, infatti, una delle tante moltiplicazioni italiche di enti più o meno utili, nella specie l'istituzione di nuove province, fece sì che questa montagna fosse divisa tra la provincia di Novara e quella di nuova istituzione del Verbano-Cusio-Ossola (dal canto loro tre realtà completamente differenti), comunemente conosciuta come provincia di Verbania (con buona pace degli ossolani...). Al di là di ogni considerazione, vedere una montagna che è quasi un piccolo massiccio come il Mottarone, “tagliata” oltre a essere illogico, è un fatto che mi ha sempre fatto un po' tristezza: anche se per chi va per monti i confini non contano alcunchè... c'è da capirmi... è la montagna della mia infanzia.
Cortano, l'ultimo "rifugio" della mia provincia
Una minima consolazione per Cortano, però, questa divisione l'ha portata: perse tutte le sue più alte montagne l'ormai “semipiatta” provincia di Novara può vantare tuttora, ancorchè “storico”, un rifugio alpino: proprio questo rustico ricovero con la sua piccola storia di una montagna che fu... in tutti i sensi.