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lunedì 29 febbraio 2016

Colma di Valduggia, l'eden del prete-illuminista

 Ci sono personaggi abbastanza ingiustamente destinati all'oblio, che ogni tanto ritornano "a galla", ripescati nel mare del tempo, grazie a una lapide, a qualche dimenticato scritto o a un'intitolazione. Nel caso di Nicolao Sottile, un busto di bronzo che campeggia in un romito sagrato erboso di fronte alla chiesa di Sant'Antonio, alla Colma di Valduggia, ai piedi della vetta del Monte Fenera, alle porte della Valsesia.
L'antica parrocchiale di Sant'Antonio Abate

Colma di Valduggia (Vc), 696 m


Il busto dedicato a Nicolao Sottile
Perché proprio qui? Semplice, questo era il suo buen retiro, luogo quasi sospeso nel cielo tra le amatissime vette valsesiane e la brumosa piana novarese dove lo costringeva il ministero di prete.


Il Nostro era nato a Lione nel 1751, figlio di emigranti valsesiani e, giovanissimo, si nutrì di quegli ideali illuministi che influirono non poco sulla sua formazione. Lo si ricorda come uno spirito libero e aperto e, una volta tornato in Italia e fattosi prete, non dovette certo trovarsi bene in quell'ambiente ecclesiastico novarese dove, malgrado l'avvento di tempi rivoluzionari, "la maggior parte dei canonici erano studiosi di tipo vecchio, dell'ancien regime e non so quanto a suo agio dovette trovarsi tra questi", annota un suo antico biografo. In effetti era un personaggio un po' scomodo per le gerarchie del clero del tempo che non amavano troppo le idee liberali. Addirittura, nel 1796, patì una sorta di confino presso il monastero di Bobbio per volere del suo vescovo di allora, monsignor Buronzo del Signore. Non sorprende che, appena possibile, amasse tornare alla pace e alla libertà di queste montagne, percorse in lungo e in largo, dando poi alle stampe due guide alpinistico-turistiche ante litteram: "Il Quadro della Valsesia" del 1803 e il "Quadro dell'Ossola" del 1810.
Il "quadro dell'Ossola" del canonico-cittadino
Libri che rivelano in pieno una visione della montagna mitizzata, incontaminata con "uomini semplici, puri, liberi, più vicini alle grandi leggi della natura, più lontani dalla grande corruzione delle città", un po' alla maniera di Jean Jacques Rosseau che nella sua "Nouvelle Heloise" sembrava aver trovato la stirpe eletta nei contadini del Vallese. Ma, al di là di ciò, un grande esploratore e un uomo dalle intuizioni originali che vedeva nell' "industria del forestiero", il turismo, e nello sviluppo dei trasporti il viatico per uno sviluppo di vallate poverissime: "quanti abitanti della pianura non hanno goduto mai dei ghiacciai, magnifici spettacoli della natura, nei monti'". Ipotizzava addirittura la possibilità di allevamento dei lama e dei guanacos in queste montagne (… qualche esemplare lo si comincia a vedere ora) a mo' di Cordigliera andina. Me lo immagino, nel sua amata Colma di Valduggia, "illuminato" dal fuoco delle idee.
Visioni contrastanti alla Colma: il nitore delle vette (Weissmies, 4023 m)...
Chissà in che modo il "cittadino-prete" Sottile visse il periodo della Restaurazione, mentre il clero novarese non ebbe difficoltà a piegarsi al nuovo corso intonando in pompa magna gli stessi Te deum riservati pochi anni prima a Napoleone... pensandoci, mi vengono in mente certi preti barricadieri e impegnatissimi della mia gioventù poi perfettamente riadattatisi al “riflusso” dell'inizio degli '80...
... e le brume della pianura novarese
Non credo, non voglio credere che il Sottile sia stato di quella pasta lì, abbandonando i suoi ideali. A suggerirmelo il fatto che, negli ultimi anni di vita fu ancora la montagna la sua "missione", con una immutata tensione alla filantropia. Non sfuggivano al nostro la dura vita e le difficoltà dei valsesiani costretti a guadagnarsi il pane all'estero. Valicavano le Alpi a piedi e tornavano in valle in inverno, per passare in casa le festività natalizie. Il percorso era obbligato: la via per tornare dalla Svizzera o dalla Savoia passava per i 2480 metri del Colle Valdobbia, tra la Valsesia e la valle di Gressoney.
L'Ospizio Sottile al Colle Valdobbia  (2480 m, dal sito alagna.it)
E si può ben immaginare quali fossero le condizioni del passato, specie con gli inverni, veri, di un tempo. "Il passaggio riusciva fatale – si legge su un giornale del 1834 – per il fatto che le anticipate nevi della stagione autunnale, la rigidezza del freddo, che su quell'erta di gradi 27 sotto lo zero fu notato, le avvalanghe i venti, la privazione di ogni soccorso e perfino di una misera capanna per rifugiarsi furono sempre disgraziata e inevitabile cagione della perdita di non pochi viaggiatori". E così Sottile non ci pensò due volte e, settantenne, salì al passo, per decidere dove e come la costruzione sarebbe sorta. In men che non si dica, nel 1822, grazie anche a vari benefattori, l'Ospizio (che ancora oggi esiste e funge da rifugio alpino) fu cosa fatta, a lui intitolato nel 1833. Storicamente, ancor oggi l'Ospizio più alto delle Alpi, superiore anche ai 2467 metri di quello del Gran San Bernardo. Sottile morì nel 1832 ad Ara, non lontano dalla "sua" Colma di Valduggia e per suo volere fu sepolto all'interno della chiesa di Sant'Antonio. 
“La vista dei monti della Valsesia non può che piacere a un viaggiatore filosofo, per cui la natura non è mai muta. I grandi spettacoli atti sono a risvegliare grandi sentimenti, ed eccitano negli animi idee non mai provate ancora... Egli è tra queste ombrose solitudini che l'uomo calca con un no so qual rispetto il terreno che lo sostiene, perché imprime talora de'passi ove forse non li portò alcun mortale... l'arte in questi luoghi è nulla: la natura è tutto. Essi non conoscono che le sue leggi, e per queste tutto vi nasce, vive, s'annienta e rinasce”.


martedì 23 febbraio 2016

Ocriculum, quando la natura abbraccia le rovine

  Non sono particolarmente imponenti - nel senso che non possono rivaleggiare con i più famosi siti archeologici italiani - ma le rovine romane di Otricoli, l'antica Ocriculum (in provincia di Terni), hanno un appeal particolare. Sarà che sono relativamente poco conosciute, sarà che l'entrata è pure libera, sarà che in un primo pomeriggio di agosto dello scorso anno l'area era deserta, e, come tale, più attraente per il fatto di offrirsi "in esclusiva"... ma questo luogo ti cattura con la bellezza di un paesaggio emozionale.
Parco Archeologico di Ocriculum, la zona delle terme

Inizio col dire che l'area dove sorge Ocriculum è vastissima, solcata da una serie di stradine che ne toccano i principali resti. Un percorso all'interno della storia, ed è qui la prima "magia" di questo posto, nell'armonia tra rovine e natura che identifica un paesaggio.
I resti dell'anfiteatro di Ocriculum
Ci si sente quasi, anche per la solitudine e un inusitato silenzio (per quel mese dell'anno), come protagonisti di quei Grand Tour settecenteschi nel nostro Paese tanto amati dai ricchi stranieri dell'epoca.


L'uno dopo l'altro si susseguono vestigia tra le più varie, dall'anfiteatro ai monumenti funerari, dalle terme al teatro e al foro e si può percorrere anche un tratto dell'antica Via Flaminia.

E si respira veramente la Civiltà romana, tanto più che l'escursione conduce, quasi come un destino segnato, a scendere verso l'antico porto sul fiume Tevere, dove si caricavano le imbarcazioni del pregiato olio di queste terre, ben apprezzato nella capitale dell'Impero.
La chiesetta di San Vittore, il Tevere e...
... il porto dell'olio
Quasi rive del tempo, quelle del Tevere, che senza troppi sforzi di immaginazione, ci catapultano indietro di due millenni. 

Rovine romane di Willem Van Nieulandt (XVIII sec.)
 


E così sembra di essere, ad Ocriculum, dentro in uno di quei dipinti sei-settecenteschi di maniera che celebravano il "culto" delle vestigia e fingere di essere un René de Chateaubriand che, mentre evoca il passato, si definisce come "un edificio caduto, un palazzo crollato e ricostruito con delle rovine" ricordando la fugacità del tempo:






"Intorno a me, tra gli archi in rovina, si aprivano degli squarci sulla campagna romana. Dei cespugli fitti riempivano le sale deserte, la vegetazione disegnava un tessuto di mosaici sul bianco dei marmi. In questi palazzi della morte cipressi altissimi sostituivano le colonne; l’acanto selvatico ricopriva le rovine, come se la natura si fosse compiaciuta a riprodurre sui capolavori mutilati dell’architettura l’ornamento della loro bellezza passata. Mentre contemplavo questo quadro pittoresco e selvaggio, mille idee si succedevano nella mia testa: pensavo a tutto un mondo perduto".