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giovedì 29 ottobre 2015

Expo 2015 Milano... impressioni di ottobre


Ebbene sì, non ho potuto sottrarmi al rito collettivo dell'Expo di Milano, anche perché, da buon italiano - e sotto amorevoli spinte familiari - mi sono premurato di acquistare i biglietti non appena messi in circolazione, aspettando ovviamente gli ultimissimi giorni di apertura "perché alla fine ci sarebbe stata meno gente".
Doppio errore, ovvero: la scoperta dei "prezzi superscontati", attraverso vari canali, qualche tempo dopo, e il fatto che l'Expo negli ultimi giorni di apertura è stato letteralmente preso d'assalto.
Non si poteva mancare, anche per non essere costretto a giustificarsi di fronte a domande del tipo: "Ma come! abiti a meno di un'ora da Rho e ti sei perso un'evento unico e irripetibile!". Quindi mi sono arreso subito.
Prima cosa che ho dovuto fare è spazzare la mente da qualsiasi pregiudizio, anche se vedere la presenza di alcuni noti sponsor, ormai sempre più abili a offrire una loro faccia responsabile, associati al motto dell'Expo "Nutrire il pianeta", mi prende sempre male... ma sarò il solito vecchio integralista...
Per entrare si percorre una spianata in leggera salita dove alcuni alberelli piantati a forza per ingentilire la colata di cemento, mi fanno doppiamente pena, sotto un cielo grigio e autunnale.
Verso l'entrata dell'Expo
Comunque... coda praticamente inesistente... l'ora scelta (pausa pranzo) è stata giusta. Ed eccoci in pieno "decumano", una specie di promenade coperta, abbastanza orrida in verità, con al centro bancarelle di frutta o prodotti alimentari finti, mentre ai lati si aprono i vari padiglioni dei paesi partecipanti: di gente comunque ce n'è molta. Dove iniziare? Approccio soft, con il Sudan, senza coda, poi Vietnam, con una coda affrontabile (15 minuti). Prima impressione? Questi due niente di che, un po' di merchandising per raggranellare (del tutto legittimamente) qualche soldo.
Nel padiglione del Vietnam
E poi via per i padiglioni dei paesi più "gettonati", ma Marocco, Giappone, Kazakistan e altri ovviamente sono presi d'assalto. Dubbio amletico: buttarsi decisamente sulla coda di un paese "top" o virare verso mete più accessibili? Per fortuna però che al seguito c'è anche la suocera (79 anni) che dovrebbe garantire corsie preferenziali. Quindi si chiede ai gentili addetti. Sorpresa: in quegli stand l'anziano è considerato tale a 80 anni (ovviamente carta d'identità alla mano) e può essere accompagnato da una sola persona. Ci si rassegna così a fare code dove sono un po' più "umane" -rinunciando ovviamente a priori all' "impossibile" Italia, a meno di sacrificare qualche ora delle poche a disposizione - per farsi un'idea "minimamente" più completa dell'Expo. La gente aumenta via via che il tempo passa, frotte di scolaresche accompagnate da preoccupati insegnanti dal classico volto "sconvolto-gita" prendono d'assalto il padiglione del Belgio, ormai noto per le sue patatine fritte. 

Assalto alle patatine fritte belghe


Una dopo l'altra, Spagna, con video di una qualità fantastica nel racconto del paese iberico, Monaco, Vaticano, un tocco di Svizzera (con plastico-automa in stile prettamente elvetico) e Russia.





Anche qui coda chilometrica, ma la "Grande Madre" si dimostra comprensiva: corsia preferenziale per anziani over 70 accompagnati da tutto il nucleo familiare... finalmente la suocera è servita a qualcosa!







Bel padiglione con bar tecnologico, tavola di Mendeleev declinata sui cibi e la chicca di un'immagine con falce e martello... con falce al contrario (avrà voluto dire qualcosa?).
La falce con impugnatura "mancina"
Poi, l'elegante nel design e "veloce" Francia. Ma prima l'Iran. Semplice, praticamente un vero grande "orto" in salita con a fianco una enorme proiezione. Tra i - comunque e inevitabilmente pochi - padiglioni visitati, l'unico che mi sembra con "un'anima", quasi percependo tra filmati, didascalie e musiche, la voglia di un popolo di aprirsi al mondo.
All'interno del padiglione dell'Iran
Forse sarò condizionato dalle ultime vicende internazionali... fatto sta che si lascia questo stand con una voglia matta di fare un "salto" in un paese che i temi scelti dagli allestitori rendono ammaliante.

Sul far della sera, ormai quasi stremati, mentre l'afflusso di visitatori raggiunge l'apice, ecco l'ultimo sforzo... appropinquarsi all' "Albero della Vita" per godere degli spettacoli "son et lumieres" che si susseguono a orari prestabiliti.





Addentrarsi nel "cardo" è abbastanza un'impresa, scontrandosi con il flusso contrario di persone, tra gente che si ferma improvvisamente per un selfie e una "zainata" del distratto brufoloso adolescente di turno.
Ma finalmente si arriva di fronte a un concentrato di tecnologia e design italiano davvero eccezionale e lo spettacolo è suggestivo, anche se, maliziosamente - visto come siamo in tanti stipati intorno e ai piedi dell'albero a seguito di un richiamo - mi balenano in mente la sensazione del panem (a volte) et circenses, e, in certi passaggi musicali e scenografici, le invincibili e inquietanti macchine aliene immortalate nel film "La Guerra dei Mondi".







L'Albero della Vita e...




Ma forse ho solo il cervello che è finito in piedi troppo stanchi... 




..."La Guerra dei Mondi"
E così a fatica si riguadagna il decumano, ora più interminabile che mai, per arrivare al posteggio, tra "mandrie" ormai spossate di umani. 
E' finita. Non ho mancato all'evento. Terminato l'Expo, la rassegna dei pareri passerà dal trionfalismo alle contestazioni radicali attraversando le solite interpretazioni e guerre di numeri, anche sulle ricadute economiche della kermesse. Come sempre ci vorrà del tempo per disporre di un quadro obiettivo. Per ora mi accontento di aver imparato un nuovo slogan per il nostro Paese: "l'Italia è più bella anche perché ha Nutella"... sarà così?

mercoledì 21 ottobre 2015

La devozione "stratificata" di Castel Sant'Elia


Si percepisce -  o si ha voglia di percepire - un'energia particolare in luoghi impregnati di quella devozione antica che dalle popolazioni native si trasfonde nel Cristianesimo. Lì dove la natura, le sue forze, sembra abbiano voglia di suggerire qualcosa all'uomo per le stesse caratteristiche del territorio.
Castel Sant'Elia, piccolo borgo in provincia di Viterbo, o meglio le sue vicinanze, da quest'estate rientrano nella mia personale "hit parade" di posti dal particolare magnetismo.
Il paese si trova al margine di una forra tufacea boscosa, la Valle Suppentonia, dalla quale la vista, spaziando verso est in un mare verde, si infrange su una mole isolata, quasi fosse un pachiderma addormentato, il monte Soratte.
La valle Suppentonia e, sullo sfondo, il Monte Soratte
Monte che richiama i sacrifici e i culti antichissimi dei Falisci e di altri popoli italici, come Sabini ed Etruschi, dedicati a una divinità degli inferi, Soranus. Una sacralità che quasi di rimbalzo, arriva, agli albori del cristianesimo, proprio a Castel Sant'Elia, nelle viscere più profonde e nascoste della Valle Suppentonia. Luoghi ideali, per i primi anacoreti per rifugiarsi, completamente isolati, in eremitaggio e meditazione in 
abituri rupestri. Sant'Anastasio e il suo successore San Nonnoso (che "proveniva" proprio dal Soratte) semi-leggendarie figure del VI-VII secolo, furono i primi a sacralizzare la valle costruendo una primitiva basilica. Subentrati i benedettini, alla morte del venerabile abate Elia fu intitolata a quest'ultimo la primitiva chiesa, poi distrutta dai saraceni, nome che passò poi all'attuale paese.
La basilica romanica di Sant'Elia (Viterbo), con la facciata dell'XI secolo. In alto si intravvede il santuario
Si deve scendere nel profondo della valle per imbattersi nell'isolata Basilica di Sant'Elia, sorta, guarda caso, in un luogo dove la tradizione vuole che sorgesse un "delubro", tempio pagano dedicato alla divinità di Pico Marzio, dove i sacerdoti usavano lavarsi le mani dopo un sacrificio. Comunque sia, in pieno agosto, la "chiesa-chiusa", specie in luoghi non proprio toccati da circuiti turistici di primo piano, è un must.
Il grande affresco (XI sec.) del Cristo Redentore nel catino dell'abside
L'interno della basilica,  di puro stile romanico
Fortuna vuole che ci fosse un addetto alle pulizie, grazie alla gentilezza del quale si è potuti entrare nel tempio, seppur fugacemente: un capolavoro dell'architettura romanica laziale all'interno del quale si indovinano elementi delle costruzioni precedenti nel pavimento, in marmi sparsi all'interno e nelle antiche cripte di Sant'Anastasio e San Nonnoso.
La cripta dell'eremita San Nonnoso





La"stratificazione" devozionale di Castel Sant'Elia, la si potrebbe gustare a piedi, risalendo, se fosse agibile un sentiero chiamato la "via dei Santi" (non poteva essere altrimenti) che purtroppo non lo è, al momento. Per cui bisogna riguadagnare in macchina il ciglio della valle, dove, accanto alla basilica novecentesca di San Giuseppe dei padri Micaeliti, un'altra costruzione (il "Conventino") introduce in una galleria che scende nella roccia:
Un tratto dei "144 scalini" dell'eremita Rodio
ben 144 scalini che l'eremita Rodio scavò, da solo, dal 1782 al 1796 per poter raggiungere più facilmente il Santuario di Santa Maria ad Rupes, che si trova più o meno a mezza costa nella parete rocciosa, tra il margine della valle e la basilica di Sant' Elia. Qui si trovava il primo luogo di culto degli eremiti, scavato nel vivo tufo, mentre ora si può entrare più comodamente in una piccola costruzione, elevata al rango di basilica minore, dove campeggia un quadro cinquecentesco di Maria, tra le pochissime immagini della Madonna adorante un Gesù dormiente.


L'icona di Santa Maria ad Rupes



Bisogna risalire... e a questo punto i 144 ripidi scalini si affrontano con meno baldanza. 


Però si deve pur dire che la scala del Rodio è molto più intrigante nell'ascesa, specie verso l'ultima rampa rettilinea, quando si intravvede il chiarore del giorno alla fine della galleria. Vengono subito in mente i racconti di chi ha provato un'esperienza di pre-morte con il noto "paradisiaco" tunnel di luce... verità, sogno, solo effetti neurologici?
Chissà... fatto sta che qui l'effetto, provato, da vivi,  nella risalita, è più che mai suggestivo.

martedì 13 ottobre 2015

La "grazia" delle acque... in un angolo di pianura

Sparite le foreste, bonificati stagni e acquitrini, livellati i dossi... forse l'unica primigenia caratteristica naturale della Pianura padana a salvarsi, prima delle radicali trasformazioni del territorio operate dall'uomo, lo deve al fatto di essere sottoterra. Dal Piemonte al Friuli, il filo rosso, anzi, azzurro, che "lega" tutte le regioni del nord, è la fascia delle risorgive. L'acqua, penetrata negli strati permeabili dell'alta pianura, scorrendo per chilometri e chilometri, dopo essere "sparita" nel sottosuolo, entra infine in contatto con le coltri argillose della bassa pianura, e così, trovando un ostacolo, è costretta a tornare in superficie. Una "spiegazioncina" che un tempo faceva anche la maestra delle elementari nell'ora di "patria" geografia.
Nel "mare" delle risaie, il Santuario della Madonna della Fontana a San Nazzaro Sesia (No)
Proprio nella mia zona, tra Sesia e Ticino la fascia delle risorgive, in genere larga dieci-venti chilometri, raggiunge la sua massima lunghezza, più di 60 km, partendo dalle colline a sud dei laghi e arrivando a lambire il Po.
Ciò che succedeva nei secoli passati nella Bassa allo scaturire dell'acqua ipogea lo raccontano cronache, un po' iperboliche, che descrivono addirittura l'improvvisa apertura di pericolosi baratri nel terreno dovuta a robusti zampilli d'acqua con conseguenti allagamenti delle campagne circostanti. Proprio questi impaludamenti hanno fatto sì che le risorgive sono state, in verità, in qualche modo "manipolate" dall'uomo: a partire dal XIV secolo le acque di queste polle naturali sono state infatti regimentate nei "fontanili" o "fontane", per poi essere utilizzate per irrigare le campagne.
La facciata del Santuario
Così si faceva un profondo scavo, la "testa" - più o meno tondeggiante, dal diametro di parecchi metri, ben protetta da ripe costruite col materiale di riporto - attorno al punto di affioramento delle acque. Poi, tramite un fosso, "l'asta", si canalizzava l'acqua verso i campi. In genere l'area della "testa" era circondata da un'area piantumata con alberi e siepi. Ovviamente il sistema poteva funzionare grazie a un continuo intervento di manutenzione dei contadini. Ed è stata proprio l'acqua dei fontanili a far nascere, nella pianura lombardo-piemontese, la pratica delle "marcite", che permetteva anche in inverno la crescita dei foraggi per lo scorrere continuo dell'acqua, relativamente calda (12°), che impediva il congelamento dei prati. Oggi quella tradizionale pratica è pressoché scomparsa e i fontanili non è che se la passino proprio bene: non più curati come un tempo, a volte ormai interrati o degradati, talvolta trasformati in piccole riserve di pesca. Ci sono, è vero, recuperi virtuosi, specie negli ultimi decenni, ma c'è pure un caso di una "risorgiva - fontanile" che si è salvata da se stessa.
L'altare...
Sulla sua scaturigine dalle profondità, infatti, è stato costruito il santuario della Madonna della Fontana, nei pressi di San Nazzaro Sesia (Novara).E' una costruzione isolata, nel mare delle risaie, risalente al XVII-XVIII secolo. Immagino però che a questo luogo, e alle sue limpidissime acque, si sia assegnata fin da tempi pagani una capacità taumaturgica, assorbita dal cristianesimo e celebrata in tempi relativamente recenti dal ricordo di eventi miracolistici, prodigiosi o di semplici "grazie".
... e, sotto, la risorgiva
Una leggenda racconta che il tempio fu edificato perché un'immagine mariana, posata su un albero da un venditore di quadri che voleva riposarsi in un caldo pomeriggio, non volle più staccarsi da questo sito di acque pure e lustrali, malgrado i tentativi per recuperarla. Una dinamica leggendaria che accomuna questo sito a decine di altri santuari sparsi in tutt'Italia dove tante icone hanno "rifiutato" di spostarsi. Comunque, ci si avvicina al luogo con dovuto rispetto. Anzi, con capo chino, come avverte un antico avviso su una parete del santuario, sotto la quale sbuca verso l'esterno l'acqua.
... l'acqua sbuca poi all'esterno della chiesa

Sulla facciata della chiesa, invece, campeggia il motto di una piccola meridiana, con una frase citata anche da Sebastiano Vassalli nella “Chimera”: "Tempora metimur sonitu, umbra, pulvere et unda, nam sonus et lacrima, pulvis et umbra sumus" ovvero... "misuriamo le ore col suono e con l'ombra, con la polvere e con l'onda, perché noi stessi siamo polvere e ombra, rumore e lacrime...".
Dopo aver meditato un attimo sul duro ammonimento, pure al meno pio viene quasi naturale abbeverarsi all'acqua "benedetta", anche perché qui, in piena Pianura Padana, non è poi  facile trovarla così "naturalmente" limpida e pura. E una volta esaurita la sua funzione sacra, la risorgiva si laicizza, diventando fontanile, andando a donare una grazia terrena ai campi sottostanti, tuttora irrigati da quest'acqua.

lunedì 5 ottobre 2015

Ceriana, i colori segreti di un “paese-tabellina”


Aggrappata, quasi nascosta a un contrafforte della valle Armea, a una decina di chilometri dal mare (che però non si vede) Ceriana, entroterra sanremese, ha il fascino di quei luoghi-tentazione dove per un attimo pensi: "Se mi rifugio qui non mi beccano più... e mi invento anche un'altra identità".
Passato ormai il - relativo - bailamme del periodo estivo, il paese, poco più di milleduecento anime, non tarda a presentarsi per quello che è: un piccolo scrigno di sorprese.
Il paese di Ceriana, in valle Armea (Imperia)
Un po' ritroso ad aprirsi, per la verità, come del resto è nel carattere dell'entroterra ligure.

Dove si indovina, addentrandosi nei carrugi, la stratificazione delle epoche, a partire dai resti del castrum romano sopra il quale si costruirono una solida cinta muraria e camminamenti per difendersi dalle incursioni dei "soliti" saraceni nel medioevo, accolti a pentolate di olio bollente gettate dalle tante caditoie presenti.


E dove ci si sorprende per un numero di chiese, oratori e cappelle sproporzionato in relazione agli abitanti (perlomeno quelli di oggi) del borgo.
Visitazione: l'oratorio degli "Azzurri"
Anzi ogni chiesa ha un suo... partito. Neri, Verdi, Rossi e Azzurri (sì... anche loro), sono infatti le antichissime confraternite cerianesi (che resistono ancora oggi, con tanto di riti di iniziazione dei novizi) cui erano associati vari luoghi di culto.
Oratorio di santa Caterina, dei "Rossi", e la chiesa di S.Spirito

E poi una chiesa parrocchiale tardo barocca, imponente, che domina su tutto. Quasi "incredibilmente" aperto in una domenica pomeriggio di metà settembre, il grande tempio svela al suo interno un misconosciuto capolavoro cinquecentesco (messo lì un po'... così): un polittico con San Pietro in Cattedra, di autore ignoto. Nella predella miracoli di Gesù con un fil rouge "acquatico", tanto per ricordarci che siamo in Liguria.
La parrocchiale tardo barocca di Ceriana e, sotto, il prezioso polittico

Poi ci si addentra nei carrugi, dove, come accade spesso in luoghi come questi, incontri più gatti che abitanti, che invece ti sembra indovinare atti a sbirciare i "foresti" dall'alto, protetti alla vista dalle feritoie delle tipiche imposte liguri o assopiti in una silente quiete postprandiale.
Gallerie e camminamenti coperti a Ceriana

A ogni svolta, ripidissimi e strettissimi anditi che si aprono improvvisamente sembrano perdersi nel nulla, come il "carrugio della Pena" (nomen omen)                                    
Salendo verso.... l'ignoto "du carugiu da pena"
mentre camminamenti coperti dominano la valle: insomma un labirinto dove davvero... sparire è facile.

Lungo la strada che riconduce a Sanremo, la sorpresina finale. Qualcosa che non avevi notato salendo, perchè in posizione, "naturalmente", quasi nascosta.
L'insegna del... paese-tabellina
Ovvero una di quelle magnifiche e vetuste insegne smaltate della benzina Lampo di un' Italia che fu, ormai quasi scomparse (o “involate” da qualcuno) che recita: "Ceriana m. 369 s/m" - giustamente infissa presso il numero civico 3 - proprio come la prima sequenza, dalla cadenza un po' esoterica, della tabellina del numero perfetto. E in effetti lasci questo luogo con un "gusto" strano negli occhi, quasi con la convinzione di aver sfiorato qualcosa di enigmatico, celato, da cercare nel sottofondo del piccolo scrigno cerianese.