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lunedì 29 giugno 2015

Gattico, quella pietra "impregnata" di umanità


Preia d’Argòi, Sass dal burlin, Preia güzza, Preia da scalavè, Sass Malò... sulle modeste alture a meridione del Lago Maggiore, ci sono luoghi dove le pietre (preie o sass a seconda dei casi) si chiamano per nome, rigorosamente in lingua locale. E' una specie di composito argine, quello che chiude il Verbano: nient'altro di ciò che rimane di antiche colline moreniche, modellate dalla forza degli antichi ghiacciai. Gli stessi che scavarono il solco del Verbano e di altri laghi prealpini. E' un ambiente strano, quello di questi dossi del medio novarese, dove si respira un'atmosfera particolare, oserei dire ancestrale, oltre il tempo.
Il tipico bosco delle colline moreniche a meridione del Verbano
E' qui - in genere mimetizzati tra fitti boschi - che si incontrano le pietre "con un nome", i
massi erratici, "imponenti blocchi rocciosi trasportati dal ghiacciaio e depositati dove capitava quando questo si è ritirato". Al di là dell' asettica definizione, l'incontro con un masso erratico ha in sé qualcosa di sacrale... E in effetti queste gigantesche pietre sono conosciute per la memoria di antichissimi riti pagani che sono sopravvissuti fin quasi in epoche moderne.
Appare il "Sass Malò"
Da quanto tempo sono lì questi "regali" lasciati dall'ultimo grande periodo glaciale? Forse 12-13 mila anni... un niente nella storia della terra, ma un periodo immenso se paragonato alla vita di un uomo. Diciamo che sono "da sempre" lì quelle pietre, solitarie, imponenti... da rispettare. Così come lo facevano le tribù celtiche autoctone che le consideravano magiche, taumaturgiche, depositarie di profonde forze naturali. Non è difficile immaginare riti druidici quando ci si trova di fronte al
Sass Malò, presso Gattico.


Per arrivarci bisogna addentrarsi in un fitto bosco dove le specie autoctone come il pino silvestre e la farnia contendono a fatica il terreno all'onnipresente robinia. Il Sass pare nascondersi fino all'ultimo fin quando appare nelle sue dimensioni. Un incontro condito da un minimo di inquietudine. Non per niente il suo nome deriverebbe da malo loco, luogo malvagio, pericoloso, da evitare o addirittura da temere, secondo la chiesa medioevale, così come tutti gli antichi siti di culto pagani. Non è un caso che in epoca successiva si tramandava la leggenda che il Sass fosse stato depositato da perfide streghe durante un'alluvione. Mentre sotto il masso si trovava l'antro delle megere, tra cui Mangiamatài, strega mangia bambini. Una pietra adibita per secoli anche per propiziare la fertilità delle donne, con lo sfregamento del corpo su di essa.
Ma, dopo un momento di circospezione, non si può che rimanere ammaliati da questa piccola meraviglia della natura. Anzi, la sensazione di possanza e insieme di pace di questo luogo ha contagiato la mia piccola Corinne, che, incurante degli invitanti odori del bosco, ha preferito per un po' accucciarsi ai piedi della roccia, senza che io le indicassi nulla. Mi piace pensare che lei abbia sentito qualcosa di "speciale", parlando con la pietra in una lingua che noi  ormai abbiamo dimenticato.
Un "dialogo" tra Corinne e il "Sass Malò"?
Una pietra in qualche modo impregnata di umanità, di storie antiche di uomini e donne che sono passate di qui, di sortilegi, di paure, di superstizioni ma anche di quel rispetto per la natura tramandato per generazioni e ora quasi svanito negli ultimi decenni. Un'osmosi da vivere anche con un "semplice" masso, come insegnano sensibili parole dei nativi americani:
Io sono una roccia, ho visto la vita e la morte,
ho conosciuto la fortuna, la preoccupazione e il dolore.
Io vivo una vita da roccia.
Sono una parte di nostra Madre, La Terra.
Ho sentito battere il suo cuore sul mio,
ho sentito i suoi dolori e la sua gioia.
Io vivo una vita da roccia....
.Io sono parente delle stelle.
Io posso parlare, quando conversi con me
e ti ascolterò, quando parlerai...

lunedì 22 giugno 2015

martedì 16 giugno 2015

Un centinaio di metri... per il viaggio nel tempo

Tralicci, lampioni, fili elettrici e cavi di ogni genere, onnipresenti automobili... elementi che sono la maledizione di chi scatta fotografie (non voglio nemmeno considerare la loro eliminazione con photoshop o simili) alla ricerca di un paesaggio "incontaminato". Non so dire se naturale o meno, perché lo stesso concetto di "naturale" potrebbe aprire lunghe discussioni: forse anche un cassonetto della spazzatura, inserito in un contesto fotografico, potrebbe oggi sembrare "naturale". Tutto si evolve, nel bene o nel male, ma, comunque sia, immaginarsi il paesaggio del passato è un gioco mentale che ogni tanto capita di fare. E spesso mi sono domandato, qui, in questo lembo di pianura in cui vivo, quale fosse veramente 'sto paesaggio della val Padana. Per un tempo immemorabile plaga coperta da grandi foreste e acquitrini, oggi pressoché scomparsi, che lasciarono il posto a coltivazioni "ordinate" e a bonifiche. Per divenire, negli ultimi secoli, simile a ciò che vediamo oggi. Vagabondando nella Bassa novarese, ora si è circondati da campi di mais, filari di pioppi che crescono e poi spariscono nel giro di qualche anno, qualche boschetto dell'onnipresente robinia, pianta importata dall'America all'inizio del XVII secolo, e, soprattutto, risaie: anche quelle in evoluzione, visto che ormai la tecnica di coltivazione in "asciutta" sta prendendo sempre più piede a danno del paesaggio tipico della sommersione primaverile delle campagne, trasformate, fino a poco tempo fa, nel "mare a quadretti" della Pianura padana occidentale.
Il castello di Briona (No) nel giugno 2015

Vagabondando dunque, capita di volgerti indietro verso il castello di Briona per scattare una foto... ed ecco l'isola ecologica, un lampione... prosegui per un centinaio di metri immaginandoti di essere un messo a cavallo nella boscosa campagna del '400 pronto a consegnare un missiva al castellano, chissà se benevolo o meno... proprio mentre davanti a te si staglia un nuovissimo traliccio dell'alta tensione.
Poi ti viene da girarti ancora... ed ecco il piccolo miracolo visivo: scomparsa l'isola ecologica, i lampioni e ogni altro elemento "artificiale", resta solo un castello e degli alberi... saranno pure un po' di robinie in più e non le vecchie specie autoctone... ma, con la complicità del parco del maniero, l'effetto è assicurato. Ho sempre pensato che esistano luoghi, a volte del tutto anonimi e apparentemente insignificanti, che permettono piccole magie; forse punti dove si entra in una "macchina del tempo" che ti riporta per un breve attimo indietro.
Il castello di Briona nell'Anno Domini 1...
Ma sarà poi stata così la pianura qualche secolo fa? E allora, andando ancora a ritroso, quel castello non può essere considerato anch'esso artificiale rispetto alla pure e semplice opera della natura? E siamo da capo con gli interrogativi. Forse sono capitato in un punto dove si incontrano universi paralleli... perlomeno mentali.