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giovedì 28 maggio 2015

Roero, quel Piemonte delle vetrine lontane...


Non che non sia conosciuto, però rispetto alle vicine e celebratissime Langhe, è un po' un fratello minore. Arroccato sulla sponda sinistra del Tanaro, in provincia di Cuneo... forse che al territorio del Roero manchi un cantore della notorietà dei langaroli Cesare Pavese o Beppe Fenoglio? Chissà... non considerando la sua piccola capitale (un po' una storia a sé) la città di Bra, patria di Slow food, il Roero, rispetto alle Langhe, dà più il piacere dell'inedito, vagando tra un paesino e l'altro.
Paesaggio della regione del Roero (Cuneo)
Nella scoperta di un intimo "vecchio Piemonte", più ritroso a svelare radicate tradizioni contadine della terra e del cibo. Sì, perché è una terra imperdibile nei suoi sapori anzi... profumi. Lasciando pure da parte gli intensi aromi del
Roero Arneis o dei nebbioli di queste colline, a volte un po' scoscese e dall'aspetto non così placido, è davvero il naso a guidarti. Nel tardo maggio, l'esperienza sensoriale principe nel paesino di Sommariva Perno è quella della fragola nostrana. Siamo ai piedi di un maniero acquistato da Vittorio Emanuele II per la sua amante e poi moglie morganatica Rosa Vercellana, la famosa Bela Rosin. Luogo discosto e discreto, Sommariva, dove ti viene indicato l'anziano contadino che si dedica da decenni, con immutata passione e dedizione, alla coltivazione naturale del frutto. E te lo porge e te lo fa assaggiare appena colto, non dissimulando un certo e giustificato orgoglio per l'ennesima stagione ben riuscita.
 Renzo, "mago" delle fragole di Sommariva Perno (Cn)
Così, lasciando questo borgo, porti con te un delicato profumo di primavera che sembra permanere nella tua memoria olfattiva a lungo... fino a quando non viene scalzato da un altro, tra i tanti del Roero. Sono profumi che, a seconda dei casi, possono sfiorarti, adescarti, abbracciarti e, alla fine, prenderti completamente. 

Canale, in una piana circondata dai colli, è una piccola cittadina non lontana ma un po' diversa da Sommariva, un luogo nel quale  si riesce a cogliere immediatamente l'autentico spirito piemontese della "Provincia granda", Cuneo, di cui fa parte. 
Chiese barocche, classiche case con mattoni a vista e, soprattutto, quei bassi portici che, con fare da understatement, affiancano le strette vie del centro.
I portici di Canale (Cn)
 
Lì sotto, ancora resistono vetrine di angusti negozietti dagli scaffali di legno, lontane anni luce da pretenziose esposizioni internazionali, da ipermercati e centri commerciali.
Passeggiando sotto i portici, ancora prima di ammirare la vetrina, sembra che una forza misteriosa e inebriante, dandoti un leggero tocco, ti fermi e ti dica: "entra un po' più avanti, a destra, non te ne pentirai!". Per coloro che ritengono il formaggio una delle cose per cui l'umanità è da considerarsi meravigliosa, quella piccola esposizione casearia già t'illumina di sensazioni.
A Canale, una vetrina "lontana", cui è molto difficile resistere...
Poi, ovviamente, entri, e sei completamente avvolto da un aroma irresistibile... gastronomicamente afrodisiaco, mi vien da dire. Le essenze di quei formaggi, il meglio della produzione del Roero e dei territori vicini, si fondono in un unicum indescrivibile che a volte cede per un attimo all'inteso profumo che arriva dall'apertura di una latta di tonno o di
acciughe sotto sale (altra tipicità di antica tradizione) per poi riprendersi la ribalta.
L'amore di gesti antichi
Qui ti dimentichi del colesterolo, anzi... i negozianti, nei cui gesti si percepisce nettamente l'amore incondizionato per ciò che propongono, ti consigliano verso quel formaggio che "sarebbe" più magro. Ma qui davvero vorresti portarti a casa tutto. Portare con te un po' di profumo antico, non solo dei cibi ma anche della gente, dei rapporti umani, di una vita meno frenetica. In Italia ci sono ancora posti così. Chissà, sarò un vecchio illuso (a anche un po' integralista) ma, forse, al posto di una gita scolastica qualunque, dove è necessario trovare immeditamente una moderna greppia dove sbranarsi un Big Mac, una puntata a Canale o a Sommariva potrebbe aprire gli occhi a qualche giovane sulla ricchezza del nostro patrimonio gastronomico e umano. Una fantastica varietà che è anche un po' il nostro limite. De Gaulle diceva della Francia: "Come si può governare un paese che ha duecentoquarantasei varietà differenti di formaggio?". Noi pare che ne contiamo più di cinquecento...

giovedì 14 maggio 2015

Un "borgo silenzioso d'Italia"... Lingueglietta

Capita, vagabondando qua e là, di imbattersi nell'insegna "Borghi più belli d'Italia", associazione che raccoglie piccoli centri della Penisola considerati di particolare armonia architettonica nel tessuto urbano e di spiccato interesse storico o artistico. Motto del club, che conta ormai più di 200 "soci" dalle Alpi alla Sicilia, è "il fascino dell'Italia nascosta". 
Lingueglietta, frazione di Cipressa, nell'entroterra imperiese


Certo è che tutte le volte che termina la visita in uno di questi villaggi o paesini (a volte neanche tanto... "ini") ci si interroga su quel concetto di bello, così generico, impegnativo e insieme opinabile.
Ognuno di questi borghi meriterebbe una caratterizzazione in più, forse una sottocategoria. Così Lingueglietta, nell'entroterra imperiese, e' diventata, nel mio personale "club mentale", "uno dei borghi più silenziosi d'Italia". E' questa la caratteristica che mi è rimasta impressa dopo che ho avuto la fortuna di andarci in un giorno feriale di fine aprile. 
Un incontro nei carruggi...
Sì, perché mi immagino che nel periodo estivo... non che sarà presa d'assalto da orde di turisti, ma qualche anima in giro in più ci sarà sicuramente grazie a qualche casa di vacanza e locale aperto. Invece, nel nucleo antico e ben conservato di questa frazione del comune di Cipressa, gli unici incontri sono stati con un gatto e con il vento che si intrufolava nei tipici carruggi liguri. 
La chiesa-fortezza di S.Pietro
Per il resto, la pace assoluta in questo agglomerato quasi arroccato su se stesso. Non è un caso che il luogo della sacralità sia dedicato a san Pietro e la chiesa sia una vera e propria "chiesa-fortezza".
Bello incontrare il silenzio... echi di voci perdute, di un antico mercato, ce le possiamo immaginare sotto un portico (quello dove ci ha sorpreso il gatto, con un' aria che sembrava dire "ma che ci fai qui"?) dove incastonate nella pietra compaiono antiche unità di misura per i prodotti di questa terra: olio, vino e grano. Tra un carruggio e l'altro si coglie l'azzurro del Mar Ligure, vicinissimo ma lontano nello stesso tempo perché quella di Lingueglietta è veramente un'altra dimensione rispetto al brulicare della costa del Ponente ligure.
Antiche unità di misura liguri

Qui il tempo si è quasi cristallizzato, sembra scorrere più lentamente. Anche se il motto della meridiana ammonisce saggiamente:  "Al sol misuro i passi, all'uom la vita". Ad di là dell'appartenenza a club, veri o mentali che siano, Lingueglietta è un luogo che ha un'anima... forse la stessa di quella pianta, rustica ma dai fiori profumatissimi, che si avvolge pervicacemente per sopravvivere a qualsiasi supporto che incontra, tanto amata  e ammirata da Pier Paolo Pasolini:

                  “… e intanto era aprile,
e il glicine era qui, a rifiorire”

giovedì 7 maggio 2015

La Casa dell'albero... una lotta tra uomo e natura


A volte la natura si prende la rivincita sugli interventi umani. Altre volte succede il contrario: è l'uomo che, proditoriamente, restituisce lo sgarbo... magari anche in maniera incomprensibile.
Nei pressi di Castellazzo Novarese, nel bel mezzo delle risaie, resiste da tempo immemorabile una solitaria costruzione semidiroccata.

Cosa fosse in passato ormai nessuno se lo ricorda più. Un semplice cascinotto, un'abitazione rurale o un deposito di attrezzi agricoli... certo è che negli anni deve aver visto passare dentro e intorno a sé tante storie. Io la conosco come soggetto fotografico amato da molti per quel suo "essere" immutabile in mezzo allo scorrere della stagioni, con alle spalle la scenografica quinta delle Alpi Occidentali. Anzi no, tutt'altro che immutabile perché nei decenni - da quando il tetto aveva ceduto all'incuria - al suo interno era cresciuta, rigogliosa, una pianta di ciliegio selvatico. Per me è sempre stata la "Casa dell'albero", semplicemente, non andando più di tanto ad indagare cosa fosse, di chi fosse, perché fosse stata abbandonata. Misteriosa e bella da vedere, nella sua "rinaturalizzazione", con quella pianta fiorita che ne segnava ogni primavera in più. E, attorno, le risaie che si adeguavano alla mise paesaggistica stagionale nei loro cambiamenti cromatici.

                    La "Casa dell'albero" in estate...
                                                                                                      



                                                                         autunno e...


... inverno


Poi un giorno qualcosa è cambiato. L'albero è sparito e la casa è rimasta sola e questa volta, sì, è divenuta insensibile allo scorrere del tempo, salvo quel progressivo e continuo decadimento, impercettibile al nostro occhio nel suo divenire. Vendetta umana al tentativo della natura di ingentilire un rudere, come solo lei sa fare? Chi lo sa? Forse la semplice incapacità di cogliere e lasciarci incantare dalla bellezza che ci è vicino. Ma, se persa è una battaglia, la guerra è ancora lunga. All'interno della casa, ogni primavera rinvigoriscono piantine e arbusti. Alla fine qualcuno potrà vedere a chi spetterà la vittoria...
La "Casa dell'albero" - senza albero - come si presenta oggi

venerdì 1 maggio 2015

Il bosco di Trontano, a cavallo di due stagioni...


Nell'incessante avvicendarsi della stagioni, può capitare di "averne sottomano" due nello stesso tempo. Ed è il bosco a darti questa possibilità. In particolare il bosco di faggio, forse la pianta più "italiana" di tutte, vista la sua diffusione in tutta la Penisola. Sulle Alpi lo si trova in genere a partire dai 500 m di altitudine. Proprio come dal villaggio di Trontano (520 metri, per la precisione) in su, risalendo i contrafforti delle vette che dominano il fondovalle ossolano e la vicina città di Domodossola. 
Fra Dolcino in una litografia

Trontano è un paese che, se oggi va famoso per la "Sagra del fungo", storicamente (o leggendariamente, visto che la cosa è assai controversa) è patria dell'eretico Fra Dolcino, nel XIII secolo capo della setta degli apostolici, uno che nel 1307 fece una brutta fine su un rogo (chissà, forse alimentato proprio da una catasta di legno di faggio) sulle rive del torrente Cervo, nel Biellese. Personaggio citato addirittura, ancora vivente, dal coevo Dante nel XXVIII Canto dell'Inferno nella bolgia dei seminatori di discordie. Un passo certo minore della Divina Commedia, ma che l'odiatissima professoressa d'italiano del liceo, ai tempi, saltò a piè pari, privandoci del piacere campanilistico della citazione della nostra terra (il "Noarese") da parte del Sommo poeta. Vabbè, l'avremmo scoperto qualche anno dopo, alla faccia sua. Ma lasciamo Dolcino e la sua compagna Margherita, sfortunata fino a condividerne la stessa fine, per inoltrarci nel bosco sopra Trontano. 
Il fitto bosco sopra Trontano (Val d'Ossola)... tra autunno e primavera
Chi va per faggete sa che molto spesso sotto i propri piedi si estende uno scrocchiante tappeto di foglie ingiallite, quasi senza soluzione di continuità, tanto da far perdere talvolta la traccia del sentiero. Ma è bello, prima dell'esplosione estiva delle chiome del faggio, il contrasto, anche cromatico, tra le foglie morte autunnali (anche di autunni precedenti) al suolo e i teneri germogli che si affacciano al primo caldo sole primaverile, che ancora può filtrare facilmente tra i rami.
Salendo verso il rifugio Parpinasca
Si percepisce una sensazione di rinascita e, insieme, di quel "tutto scorre" che abbraccia la vita di noi umani come elementi della natura che abbiamo intorno, anche se a volte ce ne dimentichiamo. 
Così si sale pian piano, fino a uscire da questo bosco, forse un po' disordinato ma bello, figlio "naturale" del progressivo abbandono, dopo il secondo dopoguerra, degli alpeggi, dei pascoli e delle tipiche coltivazioni montane e del conseguente "rinselvatichirsi" dell'ambiente alpino.
Corinne guarda lontano...
Più in alto, presso il Rifugio Parpinasca (1210 m circa) comincia un altro mondo, più rude e alpestre, 
ma che ridà profondità alla visione (anche a quella di Corinne) fino a fermarsi, laggiù in fondo, sull'ancora ben imbiancato profilo delle vette delle Alpi Lepontine che, dal canto loro, ricordano che l'inverno, rimasto là in alto, è ancora refrattario a cedere il passo.
.... il rifugio Parpinasca, sullo sfondo una sezione delle Alpi Lepontine, al centro il monte Cistella (2880 m)