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mercoledì 22 aprile 2015

Oratorio di Crego, il misticismo delle pietre...


A volte il confine tra follia e santità può essere davvero sottilissimo. Tanto più se si tratta di indagare su una storia di circa un secolo e mezzo fa, alimentata nei tempi da dicerie popolari più o meno attendibili.
Sul lato orografico sinistro della Valle Antigorio (Alto Piemonte), appollaiato su uno sperone roccioso dominante la valle, si erge un singolare oratorio, circondato da un elegante peristilio semicircolare in serizzo, la tipica pietra locale. Il luogo si chiama Crego, piccolo villaggio raggiungibile solo attraverso una deviazione dalla statale di valle.
La gola di Balmafredda
Insomma, per giungere qui, bisogna proprio "volere" arrivarci, passando attraverso la scenografica gola di Balmafredda e risalendo il versante per una stretta stradina. 

Un tempo il paesino aveva un proprio parroco, ma non c'è da stupirsi se ci si rapporta all' "abbondanza" di preti dei secoli scorsi e a una devozione un tempo assai viva nelle genti di montagna e soprattutto in questa valle. Crego, attorno al 1850, contava su 94 anime e quando la parrocchia fu assegnata a Don Lorenzo Dresco, nativo di Varzo, in val Divedro, il nuovo pastore decise subito che l'antica chiesetta dei santi Rocco e Francesco era troppo piccola per la fervorosa fede delle sue pecorelle.
L'oratorio di Crego in Valle Antigorio, costruito da Don Lorenzo Dresco
Come fare? Senza alcun indugio Don Lorenzo iniziò a costruirne una, da solo, completamente con le sue mani, trasformandosi in muratore e scalpellino.

Una fatica ciclopica, se si considerano anche i tempi, i luoghi e i mezzi tecnici, durata dal 1852 al 1878.
Le colonnine in serizzo del peristilio
Un progetto che già poteva suggerire, in qualcuno, di essere figlio di una mente non proprio equilibrata, e che contribuì, ancora in vita, a tratteggiare come leggendaria la figura di Don Lorenzo. Prete generosissimo con i poveri e, al tempo stesso, votato a un misticismo indotto anche da un rigore inflessibile verso se stesso. Tra le testimonianze dirette sulla sua vicenda umana - poche peraltro - tal Francesca Piretti, per otto anni al suo servizio come perpetua, racconta che tutte le mattine, alle ore 3, Dresco si sottoponeva al cilicio e all'autofustigazione a sangue; a detta della donna pare che "giunse a dormire sul nudo pavimento nel solaio della chiesa, ove si conserva ancora la pietra che gli faceva da guanciale". Da qui ad alimentare voci di pazzia da parte di alcuni il passo fu certamente breve. 
Ma anche di santità, se è vero che negli ultimi anni delle sua vita il villaggio di Crego vide "un gran concorso di forestieri che da ogni parte veniva ed egli tutti rimandava soddisfatti e consolati". 
L'urna con i resti di Don Dresco

Sfinito dalle privazioni, dalla fatica e dalla malattia, forse una polmonite, morì nel 1878 all'età di 70 anni e, tra i più anticlericali, c'è chi affermò che finì i suoi giorni in conclamata pazzia. 
Ebbe un funerale povero e i suoi resti finirono addirittura in una fossa comune nel camposanto del non lontano paese di Mozzio, per essere poi riesumati nel 1902 e deposti prima nel cimiterino di Crego poi, in anni recenti, doverosamente, in un'urna esterna della "sua" chiesa.
Oggi resta la memoria di un uomo consolidata - nella sfida col tempo che scorre - dalle pietre dell'originale oratorio di Crego. Don Lorenzo Dresco, santo o folle?


Di sicuro uomo deciso a realizzare il suo sogno, libero da ogni condizionamento. 
La statua della Libertà in versione... montana

E forse non è un caso che a poche centinaia di metri dall'oratorio si possa incontrare, lungo la strada, una singolarissima scultura "arborea" che un estroso valligiano ha ricavato da ciò che restava di un vecchio tronco e dai suoi rami, e nella quale si riconosce facilmente l'ispirazione al monumento simbolo dell'America. 
Che qui a Crego mi piace immaginare dedicata a quel senso di libertà, magari un po' anarcoide, insito nel dna dei montanari e che certo infuocava lo spirito anche del  "santo-folle" Don Lorenzo Dresco.

venerdì 17 aprile 2015

Cinquant'anni fa... quella croce nei campi

Una tranquilla strada di campagna “da bici”, di quelle dove il traffico non lo troverai mai, anche perché conduce a Gionzana, una minuscola frazione rurale della città di Novara, circondata dalle risaie e abitata ormai da poche decine di anime. Reminiscenze di antiche domeniche estive in famiglia, con annessa magari una piccola merenda riportano alla - più immaginata che percepita - frescura che si cercava presso il piccolo oratorio della Madonna del Latte, “attrazione”, per così dire, del villaggio. 
Gionzana, piccola frazione rurale del Comune di Novara
Non lontano, una semplice e solitaria croce nei campi non avrebbe mai attirato la mia attenzione di bambino. Fermarsi per un attimo oggi vuol dire fare un passo indietro nel tempo. Di 50 anni giusti giusti. Perché sotto quella croce c'è una tavola metallica con una scritta, ormai quasi consunta da tempo, che così recita: "grave siccità flagellando le campagne riti di penitenza riunirono i fedeli il 14.15.16 maggio 1965 – a ricordo sciogliendo voto solenne la parrocchia di Gionzana eresse – 6 sett. 1965".
La croce a ricordo dei "riti di penitenza" del maggio 1965


Si ripiomba in un momento al tempo in cui nelle campagne erano in uso le "rogazioni", riti religiosi, ma di antico background pagano, con i quali si chiedeva una buona riuscita dei raccolti o la protezione da calamità naturali come la siccità. Certo la parola "penitenza" suona un po' obsoleta oggi, quando pratiche di questo tipo, perlomeno in queste zone, sono pressoché scomparse.




E ancora più beffardamente obsoleta a Gionzana, se si pensa che a poche decine di metri da quella croce c'è un night club, di quelli, per intenderci, siti in location decisamente appartate. Mi vengono in mente le parole di mio nonno che, anche fuori dal contesto sacro, di fronte alle cose che non condivideva nei tempi che inesorabilmente cambiavano attorno a lui, diceva: "gh'è pü d'religion", non c'è più religione. A Gionzana non esistono più da tempo le scuole elementari, la parrocchia e pure l'affresco della Madonna del Latte è stato trafugato qualche decennio fa... ci sono una croce nei campi e un night club. Così è, piaccia o non piaccia.

Chissà... forse di "sacro" ci sono rimasti solo gli ibis, che, ignari, zampettano allegramente alla ricerca di qualche bocconcino prelibato nelle risaie attorno alla croce.

martedì 14 aprile 2015

La chiesetta delle storie prigioniere di Fara


Quanta umanità avranno visto queste mura dimenticate? In genere è la domanda che mi pongo quando sono di fronte a un'antica costruzione abbandonata, destinata senza alcuna colpa all'oblio e all'incuria. La chiesetta della Beata Vergine Addolorata presso Fara Novarese, più semplicemente la "Madonna dei Campi" è un ex edificio sacro, di non eccelso valore artistico, come ce ne sono tanti sparsi in Italia. Avvicinandosi, in piena campagna, alla semidiroccata costruzione seicentesca, non si può non essere colpiti dalla grande scritta "ti amo", verniciata su un orrendo portone metallico che ne chiude l'entrata. 
La chiesetta abbandonata della "Madonna dei Campi" a Fara Novarese
Poi ti affacci alle inferriate e ti sporgi a sbirciare dentro, cogliendo la desolazione dell'interno, quasi spoglio. Resistono un paio di affreschi e un piano d'altare di una certa eleganza.
L'interno del tempio abbandonato
Allora ti vien da pensare alle vicende della gente che, per qualche secolo, ha frequentato la chiesetta. Le preghiere, le imprecazioni, le cerimonie, i canti, i peccati, i sermoni più o meno ispirati, il dolore degli ammalati di colera qui ricoverati in una sorta di lazzaretto e... chissà quante altre cose, compreso l'ascetismo di frati francescani eremiti che qui trovarono rifugio in un lontano passato. Tutto svanito. Tutto dimenticato. Solo i muri rimangono impregnati di storie, voci, sensazioni, pensieri che invano cerchi di percepire. E se qui dentro fosse passato qualche assassino, magari a chiedere perdono? Chissà perché... ma questa chiesa così solitaria mi fa venire in mente l'ambientazione rurale di una mistery story immortalata in uno dei primi film di Pupi Avati, "La casa dalle finestre che ridono"

Il lucchetto "galeotto"
E mentre invano cerchi di frugare nella memoria qualche parallelismo tra la "Madonna dei Campi" e la cascina del film con le inquietanti finestre dipinte, ecco che, a pochi centimetri dal naso, noti sull'inferriata un unico, semiarrugginito lucchetto... un'altra storia. Sarà la stessa di chi ha verniciato il "ti amo" sul portone o un'altra? Quel lucchetto e quella scritta avranno ancora un significato per i loro autori o sono figli di un'effimera e giovanile stagione di passione?
La tangenziale "misteriosa"
Pure in questo caso, segreti imprigionati nelle antiche pareti del tempio abbandonato, che non possono scappare di qui. 
E' ora di tornare, curiosamente percorrendo un deserto nastro d'asfalto che quasi lambisce la chiesetta. E' la tangenziale - "figlia di un appalto minore" - del paese di Fara Novarese, che attende da anni di essere completata in tutta la sua lunghezza.
Anche questa un'altra storia o forse un mistero che solo i muri della "Madonna dei Campi" possono sapere... o forse neanche loro.

venerdì 10 aprile 2015

Aria romana nel paese dell' "altro" Palazzo Chigi

Anche se siamo in provincia di Viterbo sembra di "respirare" già Roma, a Soriano nel Cimino. Una Roma particolare: quella dei papi, dei principi e del fulgore dello stato pontificio. E lo suggerisce il severo castello che domina l'abitato, fatto costruire nel 1277 da papa Niccolò III, della signoria degli Orsini, cui ai tempi era infeudato il borgo. 
Il nucleo antico di Soriano nel Cimino, dominato dal castello Orsini
Una fortezza dominante la valle del Tevere a difesa del potere temporale del papa, che fu sede nei secoli successivi dei Borgia, dei Della Rovere e dei Caraffa. Sito strategico, Soriano, ma anche luogo di delizia e di fresca residenza estiva - ai piedi dei Monti Cimini - per cardinali e prelati di alto lignaggio delle corti papali. Una seppur breve visita fa intuire un'anima antica e gentile, anche negli abitanti, come spesso accade in questi abbastanza misconosciuti microcosmi dell'Italia centrale. E, tanto per rimanere in ambito "romano", con un pizzico di giustificato orgoglio, mi viene indicato un sito da non perdere: palazzo Chigi-Albani.

Palazzo Chigi-Albani

Una lunga scalinata che scende dalla piazza principale funge quasi da serratura dove infilarsi per aprire uno scrigno segreto. E' un luogo quasi discosto, solo in parte (le scuderie) recentemente restaurato, dove improvvisamente appare, proprio di fianco al corpo centrale di palazzo Chigi-Albani, la meravigliosa fontana Papacqua, alimentata da una sorgente che lì scaturisce.
La fontana Papacqua

Un complesso scultoreo ricavato nella roccia voluto, guarda caso, da un cardinale, Cristoforo Madruzzo, nel corso della seconda metà XV secolo. Secondo l'interpretazione più diffusa, le allegorie presenti nelle due parti dell'insieme vanno a identificare l'acqua del "bene", con un Mosè che percuote un masso con un bastone e fa sgorgare l'acqua per dissetare il popolo di Dio, e quella del "male", più composita, con una faunessa (Papacqua?) che difende i piccoli insidiati da un satiro, un pastore che suona il flauto e il dio Pan in atteggiamento poco amichevole.

Raffigurazioni di tradizione pagana e cristiana che sembrano voler esaltare, ognuna a suo modo, l'acqua come misteriosa forza della natura e fonte di vita proveniente dalle viscere della madre terra. Ma, di fronte a opere come questa, frutto di una creatività artistica tutta italiana, molto originale, l'osservatore può liberamente lasciarsi andare a fantasticare significati più o meno plausibili, coinvolto in sensazioni intense che possono quasi sfiorare una vera e propria "sindrome di Stendhal". Poi, gironzolando per le vie del borgo, il solito "magnetismo" delle lapidi, attira l'occhio su una scritta che mi sembra proprio possa confermare la sensazione che qui a Soriano si "respiri" Roma.
E' dedicata alla giovanissima santa, morta non ancora diciottenne, Rosa di Viterbo, colei che profetizzò la morte di Federico II e che "instillò ai sorianesi la fedeltà a Roma madre"... un antico, radicato e davvero quasi tangibile sentimento.