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mercoledì 25 febbraio 2015

Quando una piccola montagna... si fa in "Tre"

Enigmi della toponomastica. In questo caso relativi a una modesta altura tra i laghi Maggiore e Orta, il Monte del Falò (1080 m)... ma anche al minuscolo paese ai suoi piedi. Perchè quella montagnola si chiamerà così? Vista la sua posizione strategica, ben visibile dalla pianura e dai borghi sottostanti, seppur al cospetto del più famoso Mottarone, mi immagino lingue fiammeggianti di antichi riti propiziatori legati allo scoccare delle stagioni, soprattutto nel momento del solstizio invernale.
Salendo al Monte del Falò o "Tre Montagnette"

Il fatto è che questo nome lo si ritrova solo sulle carte topografiche perché, pure sul posto, la montagnola è conosciuta in maniera molto più prosaica e intuitiva. Anche le indicazioni per il sentiero che parte dal piccolo villaggio di Coiromonte, frazione di Armeno, non riportano "Monte del Falò", ma semplicemente "Tre Montagnette". Sì, perché, osservando, l'altura è formata da tre dossi che si susseguono in maniera regolare. La salita da Coiromonte è alquanto semplice, grazie a una stradina sterrata che si inoltra nel bosco (lungo la quale nella bella stagione non è raro un face-to-face con bikers che scendono a folle velocità) poi un largo pianoro erboso (o... nevoso) e, infine, lo strappo finale per guadagnare la vetta, anzi... le tre vette.
Dalla vetta, il Monte Rosa con Corinne....
 Cime di una "umiltà" inversamente proporzionale al panorama fantastico di cui si gode, dalla Pianura Padana fino ai "quattromila" del Monte Rosa. Senza contare che il nostro Monte del Falò, anzi le "piccole" Tre Montagnette, hanno pure vissuto una stagione da assolute protagoniste di questa zona.
... e dall'altro lato il Lago Maggiore e le montagne ticinesi
Sotto la vetta, infatti, a partire dal 1863, una compagnia britannica sfruttò giacimenti di galena e blenda, minerali di piombo e zinco, dando lavoro fino a un centinaio di operai. Attività estrattiva che continuò, con alterne fortune, sino al 1940 circa, lasciando poi i placidi pendii solo al risuonare dello scampanio delle mandrie, con un' attività pastorale che tuttora resiste e a... fantastici formaggi. Una "vocazione" internazionale del luogo che si è, per altri versi, trasfusa nel villaggio di Coiromonte, in tutto una sessantina di anime, da alcuni decenni "colonizzato" da una comunità cosmopolita di meditazione integrale, di ispirazione induista, che si rifà a Sri Aurobindo. Il luogo (anche in questo caso... c'è un doppio nome) è stato così ribattezzato in "Mirapuri". Comunque sia, Coiromonte-Mirapuri è un microcosmo di pace, stretto intorno alla parrocchiale di San Giovanni Battista, in un dedalo di stretti viottoli e di case antiche.
Il piccolo villaggio di Coiromonte-Mirapuri, 810 m, frazione di Armeno
Non che io sia un seguace di Aurobindo, però ho sempre creduto che alcuni luoghi ti possano attrarre grazie a un magnetismo speciale (…lasciando pur perdere i minerali del sottosuolo delle Tre Montagnette) e non mi sorprende il fatto che questa comunità abbia scelto proprio questo villaggio (ce ne sono tantissimi simili nel giro di qualche decina di chilometri) fin dal lontano 1978.

Qualcosa di particolare nell'atmosfera di questo luogo ci deve essere, e non è un caso che sopra un'antica vasca qualcuno abbia immortalato il motto "Chi beve a questa fonte ritorna a Coiromonte". Ho bevuto un'acqua purissima e, in effetti, ci sono tornato tante volte... che sia un irresistibile filtro d'amore di Madre Terra?

mercoledì 18 febbraio 2015

Le ombre dimenticate del traforo del Sempione


Ogni tanto ci si imbatte in qualche cosa che ha una forza di attrazione particolare. Prima guardi distrattamente, poi ti volti e te ne vai. Fai qualche passo e... inesorabilmente torni indietro. Sai che magari in quel posto non ci tornerai più; lì, proprio lì, c'è qualcosa che ti vuole parlare: una lapide. Una di quelle che nessuno, o quasi, si sogna mai di fermarsi a leggere, anche perchè surclassata dall'appeal del magnifico paesaggio circostante. Siamo nelle vicinanze di Trasquera, val Divedro (Alto Piemonte) villaggio che ha quel fascino di ultimo avamposto civilizzato prima dell'inizio del "mondo dell'alpe". 
La parrocchiale di Trasquera
La parrocchiale, dedicata ai santi Gervasio e Protasio, è già di per sé uno spettacolo, in posizione dominante sulla valle, quasi aggrappata a un precipizio roccioso. Incastonata in un muro ecco la lapide, che racconta di un fatto di quasi centoventi anni fa. L'epigrafe è ormai consunta dal tempo: "Pregate per l'anima di Formento Ernesto/Chiesa Nova Torino/prima vittima del Sempione/morto nella tenera età/di anni 18/il 22 ottobre 1898/unico sostegno dei vecchi/genitori/ requiem."

La lapide in memoria di Ernesto
Il Sempione in questione non è altro che il leggendario traforo, per decenni il più lungo tunnel ferroviario del mondo con i suoi quasi 20 km, inaugurato in pompa magna nel 1906 dal Re d'Italia Vittorio Emanuele III e celebrato senza risparmio di retorica nell'Esposizione universale di Milano di quell'anno. Ma è giusto trovare un posto anche per il giovane e sfortunato Ernesto. Sarebbe bello sapere qualcosa di più sulla sua breve vita. E se non si può scoprire, si può almeno immaginare una situazione che possa essere stata vicino alla realtà, basandosi sui pochi dati disponibili.
L'ambiente della Val Divedro in una vecchia cartolina
Innanzitutto la provenienza, un paesino (oggi Chiesanuova) di un'altra zona montana piemontese, il Canavese, terra altrettanto periferica e di emigrazione come la regione ossolana dell'epoca. E poi la necessità di lavorare per mantenere i vecchi genitori. Vecchi? Quanti anni avranno potuto avere... 50, 60? Sicuramente un'età al giorno d'oggi considerata da alcuni quasi una "seconda adolescenza". 
Ma, allora, me li immagino come due persone, senza altri figli, ingobbite dalle dure fatiche di una povera agricoltura di montagna, di pura sussistenza. Era giunto il tempo, a diciott'anni, che Ernesto se ne andasse... una bocca da sfamare in meno e qualche soldo a casa in più. L'occasione, del resto, era quella buona. La grande opera del progresso, il traforo del Sempione, voleva manodopera giovane e forte. Lavorare all'interno del tunnel, con temperature che potevano raggiungere i 55° centigradi e notevoli sbalzi tra caldo e freddo, in condizioni di sicurezza precarie, non era cosa da tutti.
Lavoratori all'interno del tunnel del Sempione durante gli scavi, in una foto d'epoca
Di Ernesto si sa solo che, un paio di mesi dopo l'apertura dei cantieri, morì sotto una frana di sassi, una delle eventualità più frequenti nel corso degli scavi. Mi domando quanto tempo, quanti giorni passarono prima che la notizia potesse arrivare ai genitori. E mi immagino il loro dolore, vissuto nella disperazione composta e confortata dalla fede della gente di montagna, quella di una volta. 
Quanti giovani provenienti da tante regioni italiane (Abruzzo, Marche, Calabria, Emilia ecc.) furono accomunati dal destino di Ernesto? Di preciso non si sa, forse una sessantina, forse un centinaio, forse molti di più, perchè allora le statistiche sugli infortuni sul lavoro erano del tutto inaffidabili, tenendo conto anche "della tumultuosa e incontrollabile galassia di imprese subappaltanti, cottimisti, piccoli capimastri e caporali senza scrupoli, che per incrementare i loro guadagni non esitavano a trascurare elementari norme di prudenza". Ernesto, però, ebbe il  "privilegio" di una flebile memoria "non ignota", una lapide. Forse grazie ai buoni uffici dell'allora segretario comunale di Trasquera (nella cui frazione di Iselle inizia il tunnel) che in quegli anni tentò di tenere aggiornata la triste statistica. Caduti del lavoro e ombre nel buio del traforo. Pensando a loro, vengono in mente alcuni versi del Pascoli nell'Ode "Gli eroi del Sempione":
...Uomini, è il giorno settimo: guardate
 che ciò che voi faceste, è buono!

 E riposate! E pace all’arma, o forti, 
che al buio sfavillò sul quarzo!...

giovedì 5 febbraio 2015

Civita... uno spot nella “città che muore”?


Ebbene sì, oltre a quelle cinematografiche, anche le location dei più famosi spot pubblicitari che passano in tv ti fanno venir voglia di scoprire di persona le ambientazioni dei set. Specie se lo spot in questione è un po' un "tormentone", come lo è stato in un recentissimo passato (che ogni tanto viene riproposto) quello di una nota marca di marmellata. Spot girato in una fantastica ambientazione, un po' edulcorata (d'altra parte anche il prodotto... lo imponeva) in un piccolo borgo da favola sospeso tra terra e cielo: Civita di Bagnoregio provincia di Viterbo, non lontano dal lago di Bolsena.
Civita di Bagnoregio (Viterbo)
Per arrivarci bisogna percorrere tutta la lunga via centrale del capoluogo comunale, preceduta da cartelli che recitano "Civita, la città (o anche il "paese") che muore". Un richiamo che suona, se non macabro, almeno un po' triste. D'altra parte il minuscolo e antico agglomerato (abitato ormai solo da una dozzina di residenti stabili) poggia su una collina tufacea soggetta a un'inesorabile erosione. Arrivati di fronte al lungo ponte pedonale di accesso a Civita, finalmente la si riconosce con certezza: "Ecco l'inquadratura iniziale dello spot: ci siamo, iniziamo bene!". Per percorrerlo si deve pagare da qualche tempo un piccolo pedaggio, grazie ai proventi del quale (viste le sempre più esigue erogazioni statali...) si potrà monitorare la situazione geologica e intervenire nei casi di urgenza. Percorsa l' aerea e spettacolare passerella (con l'ultimo tratto in salita da prendere con la dovuta calma) finalmente si entra in Civita, alla caccia della "dolce" location.
Il portale di entrata a Civita e... i primi secondi dello spot della marmellata "Santarosa"

Il microcosmo medioevale di Civita è talmente raccolto che per girarlo tutto non ci vuole molto tempo... però la scena dello spot "tormentone", con tutta la buona volontà, non la si trova. E d'altra parte si ha un po' di vergogna a chiedere: "Ma dove hanno girato lo spot della marmellata Santarosa?" quando si è immersi in una bellezza architettonica e in un paesaggio circostante davvero incomparabile. Quindi si lascia Civita con un punto interrogativo, certo da non perdere il sonno, ma sempre tale. Una volta a casa, mi vado a rivedere lo spot, ovviamente riportato su you tube, per capire se la memoria magari mi ha ingannato. Ma ecco il risolutivo responso scritto in calce al filmato: "Soltanto l'inquadratura iniziale è relativa a Civita di Bagnoregio, tutte le riprese dell'interno del borgo a partire dal secondo '04 sono state effettuate nel borgo di Ostia Antica". Mitica rete! Anche stavolta hai trovato una risposta. Ma sarà poi così? Non resterebbe a questo punto che farsi un giro a Ostia Antica... ma è meglio fidarsi. In ogni caso la morale della favola è che la potenza della pubblicità è riuscita a trasformare Civita da "città che muore" a  leggiadra "città virtuale"... già qualcosa, nella speranza che possa essere sempre una "città che vive".
La spettacolare Valle dei Calanchi

mercoledì 4 febbraio 2015

Lassù sulle montagne... Una squadra, un'anima

Esiste un turismo sportivo ma pure (è un po' da malati, lo ammetto) un turismo degli impianti sportivi. Ma l'esperienza che voglio raccontare personalmente trascende in qualche cosa di più. Siamo nell'alto Canton Ticino, quasi ai piedi del passo del San Gottardo. Insomma, a pochissimo dal “cambio di lingua”: dall'italiano al tedesco del canton Uri. Tra due cortine di monti, la lunga Val Leventina sembra volersi incuneare nel cuore della Svizzera, solcata da una delle principali direttrici nord-sud europee, con autostrada e linea ferroviaria internazionale … e, tra poco, con gli incredibili 57 km del tunnel di base del San Gottardo, ormai quasi pronto. L'appuntamento è alla sera, come si conviene con un'innamorata. In genere fa un po' freddo, la nostra meta infatti è circa sui “mille” sul livello del mare, metro più metro meno.  

Il posto? Già, dimenticavo, un minuscolo borgo alpestre che di nome fa Ambrì che, insieme al contiguo villaggio di Piotta, va a costituire una delle più incredibili realtà mondiali dello sport professionistico e, nello specifico, dell'hockey su ghiaccio, appunto l' "Ambrì-Piotta".
E cominciamo con le particolarità: i due piccoli agglomerati non sono neppure comune, facendo capo al municipio di Quinto, centro che, contando tutte le altre frazioni, arriva a superare di poco i 1000 abitanti. Ebbene l'Ambrì-Piotta, fondato nel lontano 1937, è regolamente presente nel massimo campionato elvetico, torneo tra l'altro di grande prestigio a livello europeo. Dalla collocazione geografica consegue che i tifosi dell'Ambrì siano (quasi) tutti sempre in trasferta, breve o lunga che sia. Infatti la squadra conta supporter in un po' tutte le parti della Confederazione e anche in Italia e in Europa. Perché tanto eterogeneo e incrollabile affetto? Forse il fascino del piccolo Davide che lotta contro i vari Golia o forse altro, chissà. Il fatto è che i tifosi dell'Ambrì non demordono mai, a onta delle prevedibili difficoltà proprie di un club di una regione più che periferica alle prese con il mondo dello sport professionistico e con lo strapotere economico dei club "cittadini" (Berna, Zurigo, Lugano, Zugo, Ginevra ecc).
Ma torniamo alla sera della partita. Tanto per proseguire con le cose strane, il parcheggio auto è... nel locale aeroporto, "espropriato" in occasione dei match anche perché, altrimenti, non si saprebbe proprio dove parare.
...e l'aeroporto si trasforma in parcheggio

Già si respira un' atmosfera mistico-sportiva, accentuata ancor più se, come accade non poche volte, nevica. Poi un breve percorso a piedi tra le rustiche casette del villaggio, il sottopassaggio della ferrovia internazionale (con annesso fiumicello) e... finalmente (ecco qui l'impianto sportivo) si è davanti alla mitica pista dell'Hockey Club Ambrì-Piotta, la "Valascia", a ridosso di un ripido costone boscoso che scende a fondovalle. 
La storica pista della Valascia ad Ambrì
Pista vetusta e obsoleta, a confronto di arene sportive (di ogni disciplina) ormai più simili a salotti o destinate a esserlo, ma proprio per questo dall'antico fascino da "posto in piedi per due ore" e più.  Pista che tra qualche anno sarà (purtroppo o per fortuna...) soppiantata da un nuovo impianto al passo con i tempi. La Valascia, lo "spirito" della Valascia, si compenetra quasi nella squadra sportiva, i "Biancoblu", sorretti sempre da un tifo quasi commovente, anche nei momenti più bui. L'Hcap non ha mai vinto un titolo svizzero, eppure la pista (6500 posti, ovvero sei volte gli abitanti di Quinto) è sempre molto frequentata (anche da tantissimi bambini e famiglie) ed entusiasta. L'esperienza tifo-sportiva non può prescindere da un must durante gli intervalli della partita di hockey: un imperdibile bratwurst caldo con senape, accompagnato da una birra. E alla fine, se si vince, tutti insieme a cantare l'inno dell'Ambrì-Piotta, che non può essere altro se non la popolarissima "Montanara" di Toni Ortelli... un'esperienza da brividi! Tutto questo per dire che la squadra dei due piccoli villaggi di montagna, è forse l'ultima che si percepisce quasi con "un'anima" in un contesto sportivo a livelli di èlite sempre più schizofrenico. D'altra parte sono gli stessi giocatori che hanno vestito anche per poco tempo la casacca biancoblu a definire come indimenticabile e unica l'esperienza in questa piccola-grande squadra.
Una formazione dell'Ambrì-Piotta sotto la curva sud

Resta da dire che cosa mai mi abbia condotto ad Ambrì... sarebbe una storia lunga da raccontare, ma diciamo che, anche nel tifo, alle ragioni del cuore è molto difficile resistere.