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mercoledì 21 ottobre 2015

La devozione "stratificata" di Castel Sant'Elia


Si percepisce -  o si ha voglia di percepire - un'energia particolare in luoghi impregnati di quella devozione antica che dalle popolazioni native si trasfonde nel Cristianesimo. Lì dove la natura, le sue forze, sembra abbiano voglia di suggerire qualcosa all'uomo per le stesse caratteristiche del territorio.
Castel Sant'Elia, piccolo borgo in provincia di Viterbo, o meglio le sue vicinanze, da quest'estate rientrano nella mia personale "hit parade" di posti dal particolare magnetismo.
Il paese si trova al margine di una forra tufacea boscosa, la Valle Suppentonia, dalla quale la vista, spaziando verso est in un mare verde, si infrange su una mole isolata, quasi fosse un pachiderma addormentato, il monte Soratte.
La valle Suppentonia e, sullo sfondo, il Monte Soratte
Monte che richiama i sacrifici e i culti antichissimi dei Falisci e di altri popoli italici, come Sabini ed Etruschi, dedicati a una divinità degli inferi, Soranus. Una sacralità che quasi di rimbalzo, arriva, agli albori del cristianesimo, proprio a Castel Sant'Elia, nelle viscere più profonde e nascoste della Valle Suppentonia. Luoghi ideali, per i primi anacoreti per rifugiarsi, completamente isolati, in eremitaggio e meditazione in 
abituri rupestri. Sant'Anastasio e il suo successore San Nonnoso (che "proveniva" proprio dal Soratte) semi-leggendarie figure del VI-VII secolo, furono i primi a sacralizzare la valle costruendo una primitiva basilica. Subentrati i benedettini, alla morte del venerabile abate Elia fu intitolata a quest'ultimo la primitiva chiesa, poi distrutta dai saraceni, nome che passò poi all'attuale paese.
La basilica romanica di Sant'Elia (Viterbo), con la facciata dell'XI secolo. In alto si intravvede il santuario
Si deve scendere nel profondo della valle per imbattersi nell'isolata Basilica di Sant'Elia, sorta, guarda caso, in un luogo dove la tradizione vuole che sorgesse un "delubro", tempio pagano dedicato alla divinità di Pico Marzio, dove i sacerdoti usavano lavarsi le mani dopo un sacrificio. Comunque sia, in pieno agosto, la "chiesa-chiusa", specie in luoghi non proprio toccati da circuiti turistici di primo piano, è un must.
Il grande affresco (XI sec.) del Cristo Redentore nel catino dell'abside
L'interno della basilica,  di puro stile romanico
Fortuna vuole che ci fosse un addetto alle pulizie, grazie alla gentilezza del quale si è potuti entrare nel tempio, seppur fugacemente: un capolavoro dell'architettura romanica laziale all'interno del quale si indovinano elementi delle costruzioni precedenti nel pavimento, in marmi sparsi all'interno e nelle antiche cripte di Sant'Anastasio e San Nonnoso.
La cripta dell'eremita San Nonnoso





La"stratificazione" devozionale di Castel Sant'Elia, la si potrebbe gustare a piedi, risalendo, se fosse agibile un sentiero chiamato la "via dei Santi" (non poteva essere altrimenti) che purtroppo non lo è, al momento. Per cui bisogna riguadagnare in macchina il ciglio della valle, dove, accanto alla basilica novecentesca di San Giuseppe dei padri Micaeliti, un'altra costruzione (il "Conventino") introduce in una galleria che scende nella roccia:
Un tratto dei "144 scalini" dell'eremita Rodio
ben 144 scalini che l'eremita Rodio scavò, da solo, dal 1782 al 1796 per poter raggiungere più facilmente il Santuario di Santa Maria ad Rupes, che si trova più o meno a mezza costa nella parete rocciosa, tra il margine della valle e la basilica di Sant' Elia. Qui si trovava il primo luogo di culto degli eremiti, scavato nel vivo tufo, mentre ora si può entrare più comodamente in una piccola costruzione, elevata al rango di basilica minore, dove campeggia un quadro cinquecentesco di Maria, tra le pochissime immagini della Madonna adorante un Gesù dormiente.


L'icona di Santa Maria ad Rupes



Bisogna risalire... e a questo punto i 144 ripidi scalini si affrontano con meno baldanza. 


Però si deve pur dire che la scala del Rodio è molto più intrigante nell'ascesa, specie verso l'ultima rampa rettilinea, quando si intravvede il chiarore del giorno alla fine della galleria. Vengono subito in mente i racconti di chi ha provato un'esperienza di pre-morte con il noto "paradisiaco" tunnel di luce... verità, sogno, solo effetti neurologici?
Chissà... fatto sta che qui l'effetto, provato, da vivi,  nella risalita, è più che mai suggestivo.

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