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martedì 8 settembre 2015

Scherzi... di confine... tra Italia e Svizzera

Non so bene cosa succeda adesso alle elementari, anzi come si dice ora alle primarie... ma ricordi antichi e allo stesso modo vivissimi, mi riportano ai tempi in cui la geografia era una materia da sapere a menadito. Soprattutto quella del nostro Paese. E a maggior ragione se la maestra si chiamava Itala, che, quasi quasi, dopo la rituale preghiera del mattino, in cuor suo avrebbe magari voluto farci fare un "saluto romano". Insomma c'era poco da scherzare... e guai a sbagliare qualcosa su città, fiumi, monti e, in particolare, confini. E bisognava saper spiegare bene il concetto di "spartiacque alpino", quello che per la suddetta maestra Itala sembrava dividere il Bel Paese da stati stranieri quasi considerati "barbari".
Il passo della Fria (2499 m) "mancato" spartiacque politico tra Italia e Svizzera. Sullo sfondo il Finsteraarhorn 
Molti anni dopo quelle lezioni da ascoltare con attenzione religiosa (anche perché la maestra era una temibilissima e anche un po' manesca suora), vagando per monti e sentieri dell'estremo lembo nord del Piemonte, ovvero l'
Ossola, capita che il mitico "spartiacque alpino", da queste parti, non coincide del tutto con il confine politico... nel senso che l'Italia, a volte, "deborda" in Svizzera (peraltro in zona passo del Sempione, succede anche il contrario). Al termine (perlomeno per quanto riguarda la salita) della fantastica escursione che da Aleccio in Valle Antigorio conduce al passo della Fria (2499 m), spartiacque italo-elvetico tra la nostra valle Antigorio e la svizzera valle di Campo (laterale della Valle Maggia), la sorpresa è che al valico non si trova il consueto granitico cippo di confine con incise da una parte la lettera "I" e dall'altra la lettera "S".
Gli ambiti pascoli della Cravariola dal passo della Fria
C'è, ma è molto più in basso, proprio al limitare di quei pascoli che si notano centinaia e centinaia di metri di quota più in basso. E allora? Come è nato questo "scherzo di confine"? Per avere una risposta bisogna andare molto indietro nel tempo, un tempo in cui i pascoli, frequentati dai pastori italiani, erano un bene prezioso e ambitissimo, al di qua e di là dal famoso spartiacque. Dunque, fin dal Basso Medioevo, lotte a non finire, basate su pretesi diritti acquisiti, anche con episodi cruenti a colpi di schioppo tra valligiani italiani e svizzeri: tutto per il possesso della
Cravariola, così si chiama l'estrema porzione della vallata di Campo. Addirittura, si racconta della decapitazione di un cadavere, tal Giovanni Pietro Giannessino "camparo" della Valle Maggia, la cui testa fu esposta in quel di Crodo.
Da un antico sommario della Comunità di Crodo
Nel 1554 furono posti i confini, laggiù in basso, ma liti e rappresaglie non terminarono, tantoché solo nel 1874 un lodo arbitrale affidato al console in Italia degli Stati Uniti, fissò i termini dove sono ancora adesso, termini che nessuno, per fortuna, si sogna più di contestare. Resta così questa anomalia di una alta vallata geograficamente svizzera appartenente però allo stato italiano... (appena più a sud ce n'è un'altra, ma con una storia in parte diversa... appuntamento a un prossimo post).
I villaggi svizzeri di Campo Vallemaggia e Cimalmotto (in alto), lambiti dal grande scoscendimento franoso
Comunque, confini o non confini - che per chi va in montagna alla fine contano assai poco - alcune vicende storiche della valle di Campo, ai piedi del valico, oltre i pascoli della Cravariola, sembrano testimoniare una sorta di osmosi italo-svizzera, o meglio, piemontese-ticinese, raccontandoci pure di un' antica emigrazione verso la pianura italiana di alcune famiglie dei villaggi di Cimalmotto e Campo, luoghi inseriti in un ameno paesaggio alpino del tutto particolare, al limitare di un antico ed enorme scoscendimento franoso.
Campo Vallemaggia con, sullo sfondo, i palazzi Pedrazzini e l'Oratorio di San Giovanni Battista
Famiglie, come quella dei Serazzi di Campo, oggi estinta in loco, che fecero fortuna nel Novarese tra XVIII e XIX secolo, tanto da divenire in seguito benefattori dei luoghi aviti.
Il pronao della "chiesina" di Cimalmotto
"
La fortuna arrise in particolar modo a questa gente operosa e intelligente, la quale non tralasciò aiuti e doni alla chiesina della terra natale. A Novara tenne negozio e banco. Trafficava in diversi rami commerciali, dalla drogheria al negozio di tessuti (seta) e altro", si legge in un vecchio numero della Rivista storica ticinese.

Cose che la maestra Itala, presa dal suo furore didattico, certo non poteva sapere o forse non voleva spiegare per non complicarci troppo la vita, ma che l'andar per montagne, tanti anni dopo, disvela con piacere.

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