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venerdì 18 dicembre 2015

Gombola, resistenza umana al vecchio mulino

Era un termine in voga qualche anno fa, ora soppiantato dal più trendy "resilienza", però a me piace di più, specie in questo periodo natalizio, ripensando al Mulino di Gombola (Modena) uno dei pochi, se non il solo, nell'Appennino emiliano, a funzionare ancora (veramente e non a scopo didattico)  grazie all'acqua di un fiume, il Rossenna.
Gombola,  Appennino modenese
I fratelli Veratti, Bruna e Artemio, fratello e sorella ultraottantenni, sono un vero esempio di resistenza umana: fiera, consapevole, fors'anche un po' anarchica.
La mugnaia Bruna Veratti (dal doc. "Le vie dell'acqua")
Non arriveresti mai qui, se non grazie alla segnalazione di un autoctono: “Là si può trovare l'ultima farina macinata ad acqua”. Il paesaggio sulla provinciale che da Polinago conduce a Serramazzoni evoca tempi passati, specie quando appare, arroccato su un poggio, il piccolo borgo di Gombola che sembra fatto apposta per riportarti a quell'Italia affascinante e pericolosa di qualche secolo fa, tra passaggi di soldataglie e imboscate di banditi.    
Il Mulino di Gombola e...
Ma per arrivare al Mulino bisogna scendere nel profondo della boscosa valle, poco più all'interno di un ponte sul fiume. Una stradina sterrata conduce a questa sorta di eremo del lavoro. E solo dopo aver bussato un paio di volte ti accoglie Artemio. Bruna è un po' indisposta. Con gesti antichi, toglie la farina dall'ultima macinazione, la pesa e ce la porge. Rusticamente integrale, un po' come la vita in un luogo come questo. A un prezzo assolutamente irrisorio se si pensa solo alla tradizione di questo mulino, in funzione da cinque secoli, con un'esperienza e un rispetto della natura tramandati di generazione in generazione.

... l'antica ruota...




Prima che si ritiri al caldo, chiediamo ad Artemio se si può vedere la ruota. Eccola: e proprio ad osservar bene un particolare, non può che venirti in mente la "resistenza umana". Nel mozzo della ruota un' irregolare serie di zeppe di legno.
... che  non ha alcuna  intenzione di cedere
Non so quale funzione possano avere, se di rinforzo o altro... però questi pezzi di legno raccontano di una tensione a non cedere mai, di continuare finché si può, anche senza mezzi, senza nessuno che ti aiuti. E, tornando a casa, ritrovo il mulino in un bel documentario sul solito you tube, dove si racconta la storia dei due vecchi eroi.
Poco dopo incontriamo ancora Artemio nel negozietto di alimentari vicino al ponte... forse per spendere i nostri pochi euro di farina in qualcosa da mangiare per la sera.
Un piccolo mondo, lontanissimo dai ripetitivi e mielosi riti consumistici delle feste che ormai mi sono insopportabili, da quella fregola prenatalizia che sembrerebbe ora corroborarsi nella famosa - e supposta - miniripresa italiana. Ripenso a loro, alla voce del fiume, all'unica stanzetta riscaldata, a quella specie di antro imbiancato dalla polvere di farina e la associo a un presepio autentico, di quelli che tra poco non ci saranno più, confinati nella memoria di chi almeno ha avuto la fortuna di averli conosciuti.

giovedì 10 dicembre 2015

Frignano, dove i pascoli sembrano più verdi


"Dove il pascolo è più alto, l'erba è verde verde verde, dove l'erba è verde verde c'è la mucca più felice, se la mucca è più felice è migliore anche il suo latte...".
Ogni tanto qualche neurone un po' schizofrenico materializza strane associazioni mentali, pescando nella memoria. Così a, metà novembre, una breve puntata sulle colline del Frignano (Modena), mi ha riproposto un vecchio jingle tormentone di un carosello inizio anni '70 di un noto formaggino (che ogni tanto mangiavo, oggi non lo farei mai più).
Le verdi colline del Frignano (Modena), novembre 2015
Musica accattivante di un geniale maestro del genere come Franco Godi (quello delle colonne sonore del Nick Carter di Bonvi, della Linea di Cavandoli e dei film di Bruno Bozzetto) fresca vocetta adolescenziale (per riascoltarla – grazie come sempre a you tube – https://www.youtube.com/watch?v=SjNd7waUozg) ritornello facile da imparare e… successo dello spot assicurato.
Il villaggio di Frassineti (Modena)
E' stato  proprio  il particolare verde di queste fantastiche colline, vivissimo malgrado la stagione, che mi ha riportato a quella canzoncina ossessionante che si cantava anche a scuola per dimenticare qualche "vaccata" (tanto per stare in tema) commessa in qualche compito in classe appioppatoci dell'odiatissima (da me) insegnante di italiano e latino.  
Montecreto (Modena)
E' un paesaggio pienamente bucolico, che ispira calma, seppur tanto vicino alla "rombante" Modena delle Ferrari e delle Maserati. Ed ha anche una caratteristica particolare nei suoi borghi che, non a caso, non sono molto considerati dalle cartine turistiche. In effetti, se ci passi, si notano alcuni obbrobri edilizi più o meno della stessa epoca dello spot... però, quasi per magia, certi paesini hanno una “bella lontananza”, nel senso che, osservati da una certa distanza sono inseriti davvero armonicamente nel paesaggio: per esempio Frassineti, Montecreto, Renno di Sopra, questi ultimi due lungo la  statale 12 che ha quel nome così evocativo "Dell' Abetone e del Brennero" nel collegamento di due "mondi montani" del tutto diversi.
Tramonto su Riolunato (Modena)

E quindi non è - ancora una volta - un caso che le strade, da percorrere decisamente a velocità slow (anche se qui, quasi naturalmente, non mancano emuli della F1 che come sempre ti si appiccicano a un centimetro) siano, al contrario dei paesi, abbondantemente colorate sulle mappe del solito verde... che indica gli itinerari altamente panoramici. E così vagare senza una precisa meta in queste colline riserva piacevoli sorprese, anche gastronomiche.
Il Monte Cimone domina il Frignano dall'alto dei suoi 2165 metri.
Alla ricerca del parmigiano di montagna fatto col latte della mitica razza autoctona "vacca bianca modenese", magari appena un po' mischiato con quello delle "frisone"... Saranno mucche felici? Lo spero, e in ogni caso il ricordo dello spot del formaggino passa automaticamente nell'oblio di fronte all'estasi meditativa nell'assaggio di un parmigiano stagionato sessanta mesi... altro che Milkana Oro!

venerdì 4 dicembre 2015

Maremma toscana... tra Tex Willer e Carducci

"Una reggia..." pensò Tex Willer sotto un roccione aggettante che avrebbe ospitato il suo ennesimo bivacco... "andrà benissimo per la notte". Sistemazioni di fortuna che accendevano la fantasia dei giovani lettori, nel sogno e nel segno dell'avventura a contatto con la natura.

Quest'estate mi è capitato, per puro caso, di ritrovare la "reggia" di uno dei papà (insieme all'autore Gian Luigi Bonelli) di Tex, il mitico eroe dei fumetti, ovvero il disegnatore Aurelio Galleppini, sostando in un "micropaese" dell'Alta Maremma, Casale di Pari, frazione di Civitella Paganico, in provincia di Grosseto.
La chiesetta di San Donato a Casale di Pari (Grosseto)
Un villaggio davvero di una bellezza minuta, con una piccola chiesetta, stretto interno a una piazzetta centrale cui confluiscono tranquille viuzze. In una di queste spicca una lapide che recita "Qui nacque il 28 agosto 1917 Aurelio Galleppini, in arte Galep..."
La casa natale di "Galep", disegnatore di Tex Willer
E sorge subito spontanea la domanda se, e come, questo luogo e soprattutto i vicini paesaggi della montagna e della costa maremmana siano potuti entrare, in qualche modo, nel mondo di Tex. Forse i ranch del vecchio west non erano altro che fattorie, i cow boy dei butteri e i cavalli... beh, quelli erano sicuramente carissimi e familiari al bambino Galleppini. Per la verità Galep era di stirpe sarda (si trasferì poi nell'isola con la famiglia a nove anni) e, spulciando nel web, si scopre che gli scenari delle avventure del ranger texano potrebbero essere stati ispirati anche dagli ampi spazi selvaggi della Sardegna. Insomma, comunque sia, un eroe del far west con chiare influenze italiane.
Ma tornando più in particolare alla "reggia" di Galep a Casal di Pari, me la immagino più come luogo di intima pace dove poter ascoltare la voce delle prime ispirazioni artistiche, affacciandosi magari a quel loggiato che spazia verso la campagna.
La natia Casale di Pari, interpretata da Aurelio Galleppini in un acquerello
E che questa terra sia stata, in un modo e nell'altro, musa, lo si vede anche dalle opere del Galleppini artista - "dipinto", da chi lo conosceva, come
un gentiluomo d'altri tempi, molto discreto, che parlava a bassa voce, molto introverso - che non ha mancato di raffigurare la sua Casal di Pari con la poesia dei suoi acquerelli, da cui traspare netto l'amore per la propria piccola patria. E chissà che qualche volta, tornando alla casa avita e guardando lontano, non gli sia capitato di ripensare ai versi di Giosuè Carducci dedicati a questa terra:
 …Ben riconosco in te le usate forme
con gli occhi incerti tra ’l sorriso e il pianto,
e in quelle seguo de’ miei sogni l’orme
erranti dietro il giovanile incanto...

giovedì 26 novembre 2015

Orsomarso e... la "Madonna del peperoncino"


Per chi abita a 205 m sul livello del mare - dove le prime colline  si elevano a fatica dalle risaie - avendo sempre sognato di vivere tra i monti, i soli 120 metri di Orsomarso (Cosenza), a pochissimi chilometri dal mar Tirreno, ma in piena "verticalità", fanno un po' invidia.
Orsomarso (Cosenza), un paese... in verticale
Ma nella Calabria tirrenica funziona così, dieci minuti prima sulle spiagge e immediatamente dopo in un "altro mondo". Una visita fugace solo per assaggiare i primi contrafforti del Parco Nazionale del Pollino, dove è incastonato il paesino, qui protetti anche nel contesto della Riserva Naturale Orientata del fiume Argentino. Gli orsi non c'entrano col toponimo, che deriverebbe da Ursus Martius, locale comandante a difesa delle scorrerie dei saraceni nel medioevo.
L'accesso alla Riserva naturale del fiume Argentino
Ma il luogo è ugualmente un'anticamera di wilderness, tra selve impenetrabili, grotte, aspre falesie e le acque incredibilmente limpide del fiume Argentino (valgono da sole una visita). E anche l'orologio civico domina il paese dall'alto di un pinnacolo roccioso, e non poteva essere diversamente.
L'orologio civico
In questo villaggio di antiche case arroccate una sull'altra sembra di essere nella location di uno di quegli amatissimi (da me) film d'antan che un tempo trasmettevano in tv, lontani anni luce dalle banalità, dalle mistificazioni e della paccottiglia propinata oggi e che raccontavano, a loro modo, un po' della nostra storia. In particolare "Il brigante di Tacca del Lupo", regia di Pietro Germi con la collaborazione di Federico Fellini, mi è rimasto impresso per il proclama del brigante Raffa Raffa (ispirato al famoso Carmine Crocco) alla popolazione di un villaggio - come potrebbe essere Orsomarso - che arringava la folla esordendo con la frase "I piemontesi, che Dio li stramaledica..." ed essendo io un piccolo piemontese (allora) la cosa mi rimase ben fissata in mente, anche perchè volevo capire come mai quel tizio ci "stramalediceva".
Un manifesto del film... della reminescenza
E quella fantastica miniera virtuale che è you tube, tanti anni dopo, mi ha fatto ritrovare quel ricordo antico: https://www.youtube.com/watch?v=i8T53ttrOpM, minuto 3,30 circa.
Ma tornando alla realtà e lasciando perdere le suggestioni della memoria, il richiamo più scenograficamente e immediatamente turistico, al di là dello splendido paesaggio, è però una casa (con annesso negozietto) letteralmente coperta di peperoni e peperoncini (siamo in Calabria) appesi ad essiccare al sole.
La casa... dei peperoni e dei peperoncini

Foto e sosta d'obbligo, inebriati dal colore... Poi, a casa, qualche mese dopo, ti accorgi di un particolare cui non avevi fatto troppo caso, in una giornata, tra le ultime della vacanza estiva, un po' da "mordi e fuggi", insomma da cannibale... già, in quella parete c'è  una timida Madonnina in una nicchia azzurra, di fronte al trionfo del rosso, con il motto "Regina della Pace prega per noi"... un bel contrasto con il fuoco di certi "infernali" peperoncini!

mercoledì 18 novembre 2015

Aieta,un nido rinascimentale per l'aquila calabra

Come ogni aquila che si rispetti, ha scelto il luogo adatto per fare il nido a mezza costa, al di sotto del territorio di caccia. Aieta, dal greco aetòs, appunto "aquila", se la osservi da Tortora, la vedi là in alto, vicina ma quasi irraggiungibile.
L'aquila, simbolo di Aieta




E infatti i due paesini sono a pochissima distanza in linea d'aria (ovviamente... trattandosi di "volatili") mentre per raggiungerla in auto bisogna scendere a mare e poi risalire una tortuosa ma meravigliosa strada panoramica.
Aieta (Cosenza), vista dal paese di Tortora
E' una visione, quella di Aieta "dal basso" che incuriosisce immediatamente, nel notare la sproporzione tra le casette addossate al monte e un enorme palazzo in pietra grigia. Bisogna assolutamente andarci per scoprire l'arcano di un paese che, tra l'altro, fa parte dell'associazione
"Borghi più belli d'Italia".
Come sempre si rischia che le impressioni di un luogo siano "inquinate" dall'euforia vacanziera, ma è anche bello fare uno sforzo di concentrazione per astrarsi dal contesto, cercando di fissare quello che ti racconta (o che vuoi che ti racconti) un villaggio come questo. Ma per prima cosa cerchi il grande palazzo che riempie in maniera così importante lo spazio urbano.
Il palazzo rinascimentale di Aieta
E lo trovi... aperto, oltretutto in orario quasi serale! Già questo è motivo di soddisfazione, che diventa poi vero guibilo nello scoprire che hai anche una guida (oltretutto gratuita) a disposizione. E pure preparata e puntuale nello spiegarti la storia della magione nobiliare durante la visita ai vari ambienti. E così ti si svela un raro, forse unico, angolo di Rinascimento in piena montagna calabra: una dimora gentilizia cinquecentesca su tre piani, negli ultimi decenni salvata da un progressivo degrado, recuperando anche interessanti affreschi decorativi, oggi divenuta monumento nazionale. Nella facciata esterna si apre il "fiore all'occhiello" del palazzo: un meraviglioso loggiato dal quale i Martirano prima e i marchesi Cosentino poi si godevano in piena tranquillità la vista del mare... mica scemi!
Tramonto su Tortora e sul Mar Tirreno dal loggiato del palazzo
Un paese che ti dà l'impressione di essere nobile e popolare insieme, con "antichi" negozianti che ti invitano nel loro modesto ma dignitoso negozio che vende un po' di tutto ed elegantissimi portali scolpiti in pietra che si aprono nel dedalo di linde viuzze.
Arte tra le vie del borgo...
Ci si prepara per il concertino serale in piazza del Municipio

Ti domandi: "Come si vivrà qui, passato il periodo estivo?". E così, sul far della sera, lasci Aieta, rimpiangendo il fatto di non avere un tot di vite a disposizione per provare l'esperienza e con un sapore salato-dolce in bocca (forse lo stesso del tipico prosciutto locale, vera delizia per le papille gustative) sapendo che probabilmente non ci tornerai più... ma non si sa mai.

lunedì 9 novembre 2015

Tortora, "le ali del Sud" alle porte della Calabria


Quella sera dormii a Lauria, uno degli ultimi e più pittoreschi villaggi della Basilicata. L'indomani entrai definitivamente in Calabria. L'approccio da questa parte è davvero formidabile e conforme a tutto ciò che avevo sognato di più agreste e severo. Una gola stretta, scoscesa, tortuosa, serpeggia tristemente tra due vaste catene montuose, di cui una appartenente alla catena di Pietrasasso, l'altra a quella del Pollino, la più alta, alpestre e primitiva della Calabria...
Questo è l’ingresso e, per così dire, l’anticamera della Calabria. C’era certo di che sgomentare le immaginazioni più timorose; ma avevo presente il sesto canto dell’Eneide e sapevo che l’Inferno è l’anticipazione dei Campi Elisi.... Anche il tempo era migliorato e un magnifico arcobaleno cingeva le montagne, quasi a dirmi che era finito l’Inferno e stava cominciando l’Eliso; come Noé, ebbi fiducia in Dio e proseguii coraggiosamente il pellegrinaggio”.
Tortora (Cosenza), 300 metri s.l.m., centro storico
Non credo che lo scrittore ginevrino Charles Didier (1805-1864, dal cui "viaggio in Calabria" sono tratti questi brani) sia mai stato a Tortora (anche perché da Lauria proseguì verso l'interno) ma... non importa. Questa descrizione mi va bene lo stesso. Sia perché quando da Lauria (sull'autostrada Salerno-Reggio Calabria) si scende per la stretta valle del fiume Noce e, solo verso la fine, il cuore ti si apre alla vista del mare di Calabria, le sensazioni provate non sono così diverse, sia perché incarna quello spirito del viaggio romantico nelle terre italiche, sicuramente un po' obsoleto e ottocentesco, però ancora affascinante.

Per la verità Tortora, primo paese della Calabria tirrenica, appena dopo la lucana Maratea, è un paese "diviso" in due: sulla costa la Marina e, più in alto, il centro storico. E già qui c'è un bel contrasto. 
Perché il centro storico, pur situato a solo sei km dal litorale è già un "altro mondo", in cui il mare funge da deuteragonista.
Ed è la malìa del borgo "alto", dal carattere già montano, appollaiato su un costone roccioso proprio come un uccello, che mi ha fatto sognare di essere non il classico turista agostano, ma il viaggiatore alle prese con le gioie della scoperta.
Ciò che è osservato influenza l'osservatore ma, forse, è anche vero il contrario. Non è che Tortora, aspettando la mia visita, si sia trasformata, come in un sogno, per farmi vedere ciò che io mi aspettavo di vedere? Appena arrivato in paese, il primo pensiero che mi è venuto in mente è stato: "Questo sembra uno dei classici paesini del Meridione immortalati in qualche vecchio film della mia infanzia, in bianco e nero, nel momento in cui passa Garibaldi, liberatore del Regno delle due Sicilie". Ebbene, Tortora, cosa ha fatto?

Mi ha fatto sbagliare strada per il bed and breakfast degli impareggiabili Biagio e Alfonsina e mi ha portato in una piazzetta dove ho potuto leggere quello che la mia mente mi aveva suggerito qualche istante prima: "In memoria di Giuseppe Garibaldi che di passaggio sostò in Tortora, ospite della famiglia Lomonaco il 3.9.1860". Luogo magico, dunque? Non so, ma certo un generoso "scambio di energia" tra il paese e il nuovo venuto, c'è stato subito.
Le "ali" di Tortora, viste dal borgo di Aieta

Tornando ai film dell'infanzia, davano un "senso del Sud", quello profondo, magari legato a luoghi comuni, ma indimenticabile per un bambino di un mondo ancora piccolo, in cui l'Italia era grande... quando con la famiglia spingersi fino al centro della Penisola era già una piccola avventura. Molte cose saranno cambiate a Tortora, da quegli anni o forse no... certo non ho potuto indagare più di tanto. 
Ma quello che si percepisce è netto: il sapore di una terra ancora in gran parte incognita nel vero senso della parola, sospesa tra un altrove che si può solo immaginare al di là delle scabre montagne che chiudono l'orizzonte del paese e il rassicurante orizzonte del litorale. Un ricordo più recente mi fa venire ancora in mente il Sud, celebrato in un fortunato tormentone (oggi si direbbe claim) pubblicitario: "Il primo sorso affascina il secondo Strega" (riferito al noto liquore beneventano, inventato, guarda caso, ai tempi della conquista di Garibaldi). Così Tortora, discretamente, a poco a poco ti ammalia.
La facciata "antropomorfa" della chiesa delle Anime del Purgatorio
Con architetture quasi antropomorfe, come la chiesa delle Anime del Purgatorio, con un piccolo ma ricco e interessantissimo museo interattivo sui segreti dell'antica città italica e romana di
Julia Blanda (destinata tra poco a diventare parco archeologico) con sapori totalmente inediti (perlomeno per me) come la zafarana, tipico e dolce peperone locale che generosamente entra in una gastronomia locale "di terra"  dal sapore antico: dalla pasta fatta in casa (indimenticabili lagane...) fino ai profumi, 
insieme forti e delicati, sprigionati al taglio dei capocolli.

E addirittura fornendoti una visione notturna, quella di un incendio alimentato dal vento (di cui certo si sarebbe fatto volentieri a meno), del tutto coinvolgente nella sua infernale scenografia. Ma la cosa che più rimane impressa di Tortora è il notare che il "cuore" del paese batte ancora, soprattutto nelle prime ore del mattino, quando le viuzze del villaggio si aninamo delle vivaci chiacchere del vicinato, delle quali, ovviamente, non capisci nulla, ma è come una colonna sonora che ti riporta sempre là, a quel Sud della memoria, immaginato da bambino. Saranno pure solo emigrati ritornati al borgo natio per le vacanze, sarà una cosa che può piacere a pochi... ma non importa... è una sensazione di umanità viva e autentica. Che pure in questo caso Tortora, indagando nel mio cervello, si sia magicamente trasformata, per farmi vivere ciò che volevo?

giovedì 29 ottobre 2015

Expo 2015 Milano... impressioni di ottobre


Ebbene sì, non ho potuto sottrarmi al rito collettivo dell'Expo di Milano, anche perché, da buon italiano - e sotto amorevoli spinte familiari - mi sono premurato di acquistare i biglietti non appena messi in circolazione, aspettando ovviamente gli ultimissimi giorni di apertura "perché alla fine ci sarebbe stata meno gente".
Doppio errore, ovvero: la scoperta dei "prezzi superscontati", attraverso vari canali, qualche tempo dopo, e il fatto che l'Expo negli ultimi giorni di apertura è stato letteralmente preso d'assalto.
Non si poteva mancare, anche per non essere costretto a giustificarsi di fronte a domande del tipo: "Ma come! abiti a meno di un'ora da Rho e ti sei perso un'evento unico e irripetibile!". Quindi mi sono arreso subito.
Prima cosa che ho dovuto fare è spazzare la mente da qualsiasi pregiudizio, anche se vedere la presenza di alcuni noti sponsor, ormai sempre più abili a offrire una loro faccia responsabile, associati al motto dell'Expo "Nutrire il pianeta", mi prende sempre male... ma sarò il solito vecchio integralista...
Per entrare si percorre una spianata in leggera salita dove alcuni alberelli piantati a forza per ingentilire la colata di cemento, mi fanno doppiamente pena, sotto un cielo grigio e autunnale.
Verso l'entrata dell'Expo
Comunque... coda praticamente inesistente... l'ora scelta (pausa pranzo) è stata giusta. Ed eccoci in pieno "decumano", una specie di promenade coperta, abbastanza orrida in verità, con al centro bancarelle di frutta o prodotti alimentari finti, mentre ai lati si aprono i vari padiglioni dei paesi partecipanti: di gente comunque ce n'è molta. Dove iniziare? Approccio soft, con il Sudan, senza coda, poi Vietnam, con una coda affrontabile (15 minuti). Prima impressione? Questi due niente di che, un po' di merchandising per raggranellare (del tutto legittimamente) qualche soldo.
Nel padiglione del Vietnam
E poi via per i padiglioni dei paesi più "gettonati", ma Marocco, Giappone, Kazakistan e altri ovviamente sono presi d'assalto. Dubbio amletico: buttarsi decisamente sulla coda di un paese "top" o virare verso mete più accessibili? Per fortuna però che al seguito c'è anche la suocera (79 anni) che dovrebbe garantire corsie preferenziali. Quindi si chiede ai gentili addetti. Sorpresa: in quegli stand l'anziano è considerato tale a 80 anni (ovviamente carta d'identità alla mano) e può essere accompagnato da una sola persona. Ci si rassegna così a fare code dove sono un po' più "umane" -rinunciando ovviamente a priori all' "impossibile" Italia, a meno di sacrificare qualche ora delle poche a disposizione - per farsi un'idea "minimamente" più completa dell'Expo. La gente aumenta via via che il tempo passa, frotte di scolaresche accompagnate da preoccupati insegnanti dal classico volto "sconvolto-gita" prendono d'assalto il padiglione del Belgio, ormai noto per le sue patatine fritte. 

Assalto alle patatine fritte belghe


Una dopo l'altra, Spagna, con video di una qualità fantastica nel racconto del paese iberico, Monaco, Vaticano, un tocco di Svizzera (con plastico-automa in stile prettamente elvetico) e Russia.





Anche qui coda chilometrica, ma la "Grande Madre" si dimostra comprensiva: corsia preferenziale per anziani over 70 accompagnati da tutto il nucleo familiare... finalmente la suocera è servita a qualcosa!







Bel padiglione con bar tecnologico, tavola di Mendeleev declinata sui cibi e la chicca di un'immagine con falce e martello... con falce al contrario (avrà voluto dire qualcosa?).
La falce con impugnatura "mancina"
Poi, l'elegante nel design e "veloce" Francia. Ma prima l'Iran. Semplice, praticamente un vero grande "orto" in salita con a fianco una enorme proiezione. Tra i - comunque e inevitabilmente pochi - padiglioni visitati, l'unico che mi sembra con "un'anima", quasi percependo tra filmati, didascalie e musiche, la voglia di un popolo di aprirsi al mondo.
All'interno del padiglione dell'Iran
Forse sarò condizionato dalle ultime vicende internazionali... fatto sta che si lascia questo stand con una voglia matta di fare un "salto" in un paese che i temi scelti dagli allestitori rendono ammaliante.

Sul far della sera, ormai quasi stremati, mentre l'afflusso di visitatori raggiunge l'apice, ecco l'ultimo sforzo... appropinquarsi all' "Albero della Vita" per godere degli spettacoli "son et lumieres" che si susseguono a orari prestabiliti.





Addentrarsi nel "cardo" è abbastanza un'impresa, scontrandosi con il flusso contrario di persone, tra gente che si ferma improvvisamente per un selfie e una "zainata" del distratto brufoloso adolescente di turno.
Ma finalmente si arriva di fronte a un concentrato di tecnologia e design italiano davvero eccezionale e lo spettacolo è suggestivo, anche se, maliziosamente - visto come siamo in tanti stipati intorno e ai piedi dell'albero a seguito di un richiamo - mi balenano in mente la sensazione del panem (a volte) et circenses, e, in certi passaggi musicali e scenografici, le invincibili e inquietanti macchine aliene immortalate nel film "La Guerra dei Mondi".







L'Albero della Vita e...




Ma forse ho solo il cervello che è finito in piedi troppo stanchi... 




..."La Guerra dei Mondi"
E così a fatica si riguadagna il decumano, ora più interminabile che mai, per arrivare al posteggio, tra "mandrie" ormai spossate di umani. 
E' finita. Non ho mancato all'evento. Terminato l'Expo, la rassegna dei pareri passerà dal trionfalismo alle contestazioni radicali attraversando le solite interpretazioni e guerre di numeri, anche sulle ricadute economiche della kermesse. Come sempre ci vorrà del tempo per disporre di un quadro obiettivo. Per ora mi accontento di aver imparato un nuovo slogan per il nostro Paese: "l'Italia è più bella anche perché ha Nutella"... sarà così?