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martedì 30 dicembre 2014

Garmisch 1936 e quella medaglia dimenticata dei "non" campioni olimpici


Molti anni fa, non ho idea se ciò ancora accada oggi, un “must” dell'inizio della terza liceo classico era lo studio di un interminabile carme che ti faceva capire che l'estate era, inesorabilmente, finita: “I sepolcri” di Ugo Foscolo. Questo “andar per tombe”, metaforicamente parlando, lo percepivo come qualcosa di una pesantezza, appunto, “mortale”, merito ovviamente anche delle solite noiosissime lezioni e del fatto che, fuori, l'aria di inizio autunno era ancora tersa, tiepida, tutt'altro che cimiteriale. Luogo da rimuovere, il cimitero? Allora si pensava assolutamente di sì, complice pure l'odiatissima insegnante di italiano... poi, col passare degli anni, nel girovagare di qua e di là, ogni tanto ti sorprendi a fare visite, di carattere - con rispetto parlando - “turistico”, nei camposanti di paesi e città. In effetti ci sono sempre molte cose da vedere, da imparare, da studiare, da meditare. Così capita, nel cimitero di in un paesino di poche centinaia di abitanti, di imbatterti in una sepoltura che ti invita a “fare conoscenza” di una persona che ti ha preceduto. Specie se ti imbatti in un grande. A Formazza, estremo villaggio walser del nord del Piemonte, c'è la tomba di un, diciamo così, “non-campione olimpico”, Sisto Scilligo (1911-1992). In realtà la sua brava medaglia d'oro l'aveva vinta in Germania, durante le Olimpiadi di Garmisch del 1936, a tre anni dallo scoppio della rovinosa Guerra Mondiale.

Da sinistra, Silvestri, Perenni, Sertorelli e Scilligo, la squadra militare italiana medaglia d'oro a Garmisch
Ma... andiamo per ordine. Ufficialmente a quei Giochi l'Italia non vinse neppure una medaglia di bronzo e si dovette così attendere fino all'edizione di Sankt Moritz del 1948 per vedere un italiano sul gradino più alto del podio, Nino Bibbia, nello skeleton. Per la verità i nostri a Garmisch si comportarono anche bene, con, per esempio, un ottimo quarto posto nella staffetta di fondo 4x10, alcuni piazzamenti tra i “10” nello sci e anche una clamorosa vittoria della squadra di hockey su ghiaccio contro di Stati Uniti, sfiorando l'ammissione alle semifinali del torneo olimpico. C'era però un'altra gara, quelle delle pattuglie militari, una sorta di antesignana del moderno biathlon. Ebbene Scilligo, insieme ai compagni Luigi Perenni (in realtà il suo nome vero era Alois Prenn, ma l'italianizzazione allora era una regola) Stefano Sertorelli, e al capopattuglia capitano Enrico Silvestri la stravinsero. Le cronache del tempo affermano con ovvia enfasi che: “L'Italia ha conquistato a Garmisch il più ambito alloro delle Olimpiadi invernali... nessuno era stato audace da pensare che i nostri alpini potessero avere la meglio sulla forte rappresentanza delle pattuglie sciatrici scandinave”... E allora? 
La pattuglia azzurra festeggia dopo la conquista della medaglia d'oro
Il fatto è che quello sport era stato inserito (per il volere dello stesso Hitler) nel programma olimpico, ma solo come disciplina dimostrativa, e fu così che quella vittoria non contò nel medagliere. Quindi quella medaglia vinta sui campi da sci, ovviamente strumentalizzata dal regime ma assolutamente prestigiosa, risultò, di fatto, quasi dimenticata, tornando alla luce solo in questi ultimi anni. Che dire, di fronte all'umile tomba di Scilligo e alla sua grande e particolare vicenda sportiva? Che, in un flash, tornano in mente, dopo tanti anni, le parole del Foscolo:

“...A egregie cose il forte animo accendono
l'urne de' forti...

domenica 21 dicembre 2014

AUGURI DI BUON NATALE A TUTTI!


Le immagini che vedete nel breve video pubblicato su YOU TUBE (musica Christmas Day di Tomasz Bylina) sono di un antico presepio della Val d'Ossola, scolpite oltre due secoli fa. L' ignoto artista volle donare ai personaggi del Natale le realistiche sembianze dei suoi compaesani, giovani e anziani, borghesi o militari, umili o benestanti che fossero. Con questo, auguro un Buon Natale a tutti quelli che, anche se non mi conoscono, hanno avuto il buon cuore e la pazienza di leggermi.

LINKATEVI SU YOU TUBE E BUON NATALE A TUTTI! 

giovedì 18 dicembre 2014

La morte sospesa e il pietoso "rito del respiro"

Esistono luoghi dove si percepisce l'anima pulsante della terra. Senza andare a scomodare religioni newage, studi di geobiologia o radioestesia, è proprio lì, in quei luoghi, dove, quasi automaticamente, fermandosi ad ascoltare con tutti i propri sensi, ci si mette in sintonia con vibrazioni ancestrali e si ha la netta sensazione di essere a contatto con qualcosa di più grande e misterioso. Un'esperienza derivante dalla suggestione? Può essere, ma se la si prova, questo “qualcosa” ci entra dentro.
Forse è lo stesso tipo di sensazione che deve aver indotto antichi progenitori a edificare un'ara, un tempio, un santuario proprio in quel luogo, isolato, “sacro” quasi per vocazione.
Il santuario della Madonna della Gelata a Soriso (Novara)
La natura attorno all'Oratorio di Santa Maria della Gelata a Soriso, piccolo borgo non lontano dal Lago d'Orta, in Alto Piemonte è, intrinsecamente, suggestiva, proprio nel vero senso del termine, cioè che “suggerisce” qualcosa. Immersa nel bosco, si erge scenograficamente al termine di una lunga scalinata, dominando una piccola e ombrosa valletta. Non lontano, sgorga una fonte, praticata da tempi immemorabili, che già riconduce a un'idea di acqua lustrale.
L'antica fonte della Gelata
E' infatti questo un luogo di prodigi... addirittura di resurrezioni. Qui, quando, un tempo, la mortalità infantile mieteva miriadi di piccole vittime, si svolgeva un pietoso rito: quello del “Respiro”. I piccoli nati morti non potevano essere sepolti in terra consacrata, così compassionevoli processioni portavano i corpicini al cospetto dell'effigie della Madonna, in modo da cogliere almeno un barlume di vita e poter  celebrare un frettoloso battesimo. 
La sacra effigie della Madonna
Un segno, bastava un minimo segno per aspergere sul capo del bambino l'acqua santa purificatrice; solo in questo modo la sua anima avrebbe potuto salire in Paradiso, senza essere privata, nel Limbo, della visione di Dio. In genere si appoggiava una piuma sulla bocca del piccolo e, tra le preghiere incessanti di una fede antica e l'intensa emozione del momento... ecco il fremito della piuma indotto dal respiro del bambino e... il miracolo di un brevissimo ritorno in vita. Esistono autorevoli studi che trattano specificamente di questo rito, tipico delle zone alpine e prealpine della Alpi Occidentali,  una tradizione che ha resistito fino alla fine dell'Ottocento, per poi spegnersi definitivamente all'alba del Secolo Breve. 

Ma, al di là di tutto, è in luoghi come questo dove si sente davvero il “respiro” della natura, dove ci si può abbandonare a un intenso coinvolgimento emozionale, dove rivive, e questo è davvero un piccolo miracolo, la memoria di percorsi umani che, sebbene non ce ne accorgiamo quasi mai, sono dentro di noi.

lunedì 15 dicembre 2014

Val di Chio, entrando in un' "altra" Toscana

A volte l'istinto del turista-viaggiatore ti induce a fare scelte non razionali. Percorrendo la strada che unisce Arezzo a Cortona e al lago Trasimeno, non si sa proprio che cosa ti faccia deviare all'interno, in direzione di una piccola valle e di paesini dalle ignote denominazioni. Forse la voglia matta di risentirsi un po' bambino, alle prese con l'adrenalina di piccole-grandi esplorazioni. Comunque sia, un valore aggiunto lo si trova subito: poter finalmente guidare a 30 all'ora, senza avere alle calcagna il solito e odiosissimo suv, impaziente di superarti a qualsiasi condizione. Poi, togliendosi dalla statale, c'è la possibilità di ammirare dal basso la cittadina di Castiglion Fiorentino, adagiata scenograficamente su un colle. Ma non siamo in provincia di Arezzo? Scherzi della toponomastica legati a vicende storiche che raccontano lotte per assicurarsi il dominio di un borgo in posizione strategica nel territorio del Granducato.
Panorama della Val di Chio, in primo piano la Collegiata di San Giuliano di Castiglion Fiorentino
Già questo fatto ti suggerisce di essere in un luogo particolare, anche perché Castiglione è un po' un confine tra due mondi, la fertile e animata Val di Chiana da una parte e quel discosto solco vallivo che abbiamo iniziato a percorrere, che si chiama Val di Chio, dall'altra. Tornando alla nostra esplorazione dal sapore bambinesco, l'esordio in effetti ha qualcosa di ludico, con la strada che supera torrenti e canali tramite dossi quasi da “montagne russe”... ma presto si entra decisamente in un'altra dimensione, attraversando l'uno dopo l'altro, piccoli agglomerati. E' un po' “un'altra” Toscana, differente da tutte le altre, forse una Toscana “del silenzio” - certamente diverso da quello della non lontana Verna - in cui parla una natura solare e insieme un po' ombrosa, soprattutto man mano che ci si appropinqua nella valletta. Guardandosi intorno, dove non domina il bosco, i dolci declivi della val di Chio sembrano quantomai adatti alla coltivazione della vite e dell'ulivo e in effetti lo sono davvero. Ma questa vocazione ha anch'essa una storia particolare, essendo stata in gran parte “rigenerata” da due giovani donne, Lidia e Roberta. Sfidando pregiudizi maschilisti, con un pizzico di temerarietà hanno, a partire dal '96, riavviato una tradizione che si era fermata con la morte del capostipite della famiglia, ottenendo nel tempo un crescente successo. Persone speciali, che credono in una missione positiva del settore, al punto da ospitare da qualche tempo anche esperienze di agricoltura sociale al fine di favorire, attraverso la pratica sul campo, il reinserimento nella comunità di soggetti svantaggiati, soprattutto autistici.
Alcuni casali dell'alta Val di Chio dal Passo del Belvedere
La Val di Chio la si abbraccia con lo sguardo dall'alto, quando, risalendone il fianco sinistro, si arriva a scollinare al passo del Belvedere dove la strada continua: una sorta di hic sunt leones verso altri luoghi ignoti da esplorare.
A proposito quanto è stata lunga questa deviazione? Ah sì, solo 12 km, sufficienti a scoprire l'ennesimo microcosmo italiano.

mercoledì 10 dicembre 2014

Globalizzazione alata nella Pianura Padana


Vagabondando nelle pianure dell'alto Piemonte... uno strano incontro, faccia a faccia con il Threskiornis aethiopicus, sarebbe meglio dire “faccia a becco”, viste le caratteristiche del soggetto. Tradotto in italiano, suona con un nome molto meno astruso, ovvero “Ibis sacro”.
Un giovane  esemplare di ibis sacro tra le stoppie delle risaie
Si tratta di un grosso uccello, dall'apertura alare di oltre un metro, che gli studiosi classificano dell'ordine dei “pelecaniformi”, ossia simile ai pellicani, che si caratterizza appunto da un grosso e inconfondibile becco ricurvo e una colorazione bianca e nera.

Una sagoma e un attributo che ricordano qualcosa. Nomen omen, in effetti il nostro volatile ci riporta alla teogonia dell'antico Egitto e a immagini stilizzate che lo identificano con Thot, divinità della sapienza e della magia, raffigurato con testa di ibis. Già... ma che cosa ci fa, qui, in Italia, questo uccello dai tratti esotici? In effetti, è un ospite stabile della plaghe risicole solo da una quindicina d'anni o poco più... ma come ci è arrivato?
Gruppo di ibis nella campagna novarese con una "nostrana" cornacchia grigia

Altro caso di una “globalizzazione” animale sempre più frequente (si pensi a specie ittiche un tempo insolite e oggi comuni nel Mar Mediterraneo) o c'è dell'altro? Sono state formulate almeno due ipotesi: l'una che vede questa “colonia” di pennuti, che ormai conta su diverse centinaia di individui, originarsi da alcuni esemplari liberati o sfuggiti dalla cattività, l'altra suppone che gli uccelli “italiani” provengano da “un'emigrazione” dalle terre francesi. O magari, ricordando il dio Thot, si tratta di una semplice e ignota magia animale... fatto sta che i “becchi curvi bianconeri” si trovano talmente bene da noi che stanno colonizzando anche altre parti della Pianura Padana e non solo, visto che sono stati segnalati anche in Toscana. E gli altri uccelli, intesi come quelli autoctoni, come hanno accolto questa nuova presenza?
Guardando, nelle stoppie del riso, zampettare insieme gli ibis con i “nostrani” aironi o garzette o le onnipresenti cornacchie, non sembrerebbe in maniera ostile... e anche gli ornitologi per il momento sono cauti nel paventare una possibile competizione sul cibo o sulla nidificazione con i volatili “italiani”. In ogni caso, questa acquisizione faunistica ha dato un tocco di novità al panorama dei birdwatchers o dei semplici osservatori della natura. Considerando poi che proprio in Egitto, il Threskiornis aethiopicus, risulta sostanzialmente estinto, che sia proprio l'Italia la terra promessa degli ibis?

giovedì 4 dicembre 2014

Toccare con mano l'anima dell'Italia centrale? Si può... in una cittadina umbra dal nome di donna


E' un' Umbria, per così dire, “minore”, quella della città dal nome di donna, Amelia. Certo non può reggere in confronto con ben più famosi e frequentati centri della “cuore verde” della Penisola, eppure oltre a esser una sorta di esemplare rappresentazione dell'anima dell'Italia centrale, si caratterizza per una sua marcata "anima femminile". Vederla da lontano, arroccata su un poggio calcareo, con le case strette l'una all'altra, suggerisce un ritorno a un passato d'armi, di scorribande, di capitani di ventura, di signorie in lotta, di contrade, di colori e di squilli di tromba.
La cittadina di Amelia, in provincia di Terni
Avvicinandosi, la si vede compresa, quasi presentandosi con ritrosia, in una potente cortina di antichissime mura megalitiche, comunicante verso dall'esterno tramite porte d'entrata immediatamente pronte a richiudersi a difesa. Una città dal nome di donna (anche se il toponimo deriva dal leggendario fondatore, re Ameroe) che, quasi ovviamente, è consacrata alla Donna per eccellenza. Entrando nella parte antica della città, attraverso la
"Porta Romana" si legge chiara l'iscrizione: Civitas Mariae Virginis in nomine Jesu a terraemotu liberata a.d. MDCIII, ovvero, "liberata per intercessione della Vergine dal rovinoso sisma umbro-abruzzese del 1703".
La cosiddetta "Porta Romana"
E si sale - spesso non si può fare altro in una cittadina dell'Italia centrale -  lungo la strada principale, via della Repubblica, per arrivare alla cima del colle, dove ai piedi della millenaria torre non può che ergersi la chiesa madre, dedicata, ancora una volta, a una donna: Fermina (o Firmina), martire ro
mana e patrona di Amelia. Secondo il racconto agiografico la giovane era figlia del praefectus urbis Calpurnio. Si narra che un consularis, di nome Olimpiade avrebbe tentato di sedurla, ma la virtù di Fermina lo condusse ben presto sulla via della fede. Una conversione che costò, qualche tempo dopo, a Olimpiade e alla stessa Fermina, la morte. All'entrata del Duomo si conserva una colonna romana dove la vergine, secondo la tradizione, subì il martirio.
Una ricetta tipica di quasi duecento anni or sono
Passando dal sacro al profano, ma restando sempre al femminile, se si è in buona compagnia, si consiglia di passare nello strettissimo “vicolo baciafemmine”... ed è possibile prolungare l'addolcimento delle labbra con la specialità locale, i “Fichi Girotti”: una ricetta che risale al 1830, nella quale i fichi, essiccati, vengono farciti con vari ingredienti come cioccolato, scorze d'arance, mandorle, noci ecc. 
E non è un caso che questa sia la specialità di Amelia... certo il fico sarà una parola "al maschile" ma i frutti commestibili - che combinazione - li produce solo la pianta femmina...

martedì 2 dicembre 2014

Sapri: "one hit wonder" per sito risorgimentale



"One-hit wonder", ovvero cantante noto al grande pubblico per un solo, formidabile, successo. Se dovessimo utilizzare lo stesso termine, ovviamente con il dovuto rispetto, anche nella poesia, allora Luigi Mercantini sarebbe a buon diritto nella schiera di chi è ricordato per un unico exploit. Per la verità, ce ne starebbe anche un altro, ovvero quello che risuona con il "Si scopron le tombe, si levano i morti, i martiri nostri son tutti risorti" dell'Inno a Garibaldi!, ma non è paragonabile al pathos di...

Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!
Me ne andavo al mattino a spigolare,
quando vidi una barca in mezzo al mare:
era una barca che andava a vapore;
e alzava una bandiera tricolore...
Sì, la Spigolatrice di Sapri, questo il grande "hit" del poeta marchigiano di Ripatransone con il suo famosissimo incipit, è qualcosa che rimane impresso nella memoria, sebbene la poesia (e anche la storia) risorgimentale sia ormai divenuta un po' obsoleta nelle italiche scuole. Al di là di ogni considerazione relativa al rivoluzionario, sfortunato e un po' velleitario tentativo del patriota Carlo Pisacane e dei suoi "trecento" di affrancare il Meridione d'Italia dalla monarchia borbonica, è strana la sensazione che si prova in quel di Sapri, ritrovando i luoghi descritti in quella poesia.
La baia di Sapri (Campania) teatro della sfortunata spedizione di Carlo Pisacane
E' una cittadina nell'estremo lembo della Campania, al confine con la piccola porzione di Basilicata tirrenica, raccolta in una baia accogliente e piena di sole. Su uno scoglio, lo Scialandro, una sinuosa statua in vedetta rappresenta quella "spigolatrice", povera lavoratrice dei campi,
La statua che rappresenta la "Spigolatrice di Sapri"
scelta per il "punto di vista" del poeta. E' un vero contrasto, quello che associa questo paesaggio tanto accogliente (con acque limpide segnalate dalla "bandiera azzurra", proprio vicino alla statua) all'epica tragicità di quella poesia...
...Mi feci ardita, e, presol per mano,
 gli chiesi: «Dove vai, bel capitano?»
 Guardandomi, rispose: «Cara sorella...
vado a morir per la mia patria bella»...
Un luogo risorgimentale "strano" (anche se la località dello sbarco non fu precisamente qui) molto diverso da altri, dove sacrari, ossari, lapidi e altro, introducono il visitatore nell'atmosfera di una storia quasi percepita "in bianco e nero".
Nel 1952 anche un film prese spunto dalla vicenda di Sapri
Difficile pensare a quell'estate del 1857, quando la morte di quei giovani si abbracciò a una natura benevola: un connubio stridente cui spesso non si fa caso, ripensando a guerre o battaglie. Sensazione colta in pieno in tempi moderni in un'altra indimenticabile poesia in musica, la
Guerra di Piero, di un artista, certo non "one hit wonder", come Fabrizio De Andrè...
dormi sepolto in un campo di grano 
non è la rosa non è il tulipano
 che ti fan veglia dall'ombra dei fossi 
ma sono mille papaveri rossi”