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mercoledì 26 novembre 2014

E dalle nebbie spuntò il castello di Don Rodrigo

E' uno dei tanti paesi italiani per i quali non ti sogneresti di programmare una visita o anche solo di fermarti nel caso si passasse da quelle parti. Oltretutto si trova in una posizione semiperiferica, lambito da una strada regionale che conduce in Valsesia, dove si susseguono, l'uno dopo l'altro, borghi ai piedi di antiche colline moreniche. Il primo tra questi, salendo da Novara, è Briona, poco più di mille abitanti. A differenza dei successivi può vantare un atout paesaggistico di un certo rilievo.

...Il palazzotto di don Rodrigo sorgeva isolato, a somiglianza d'una bicocca, sulla cima d'uno dei poggi ond'è sparsa e rilevata quella costiera...Appiè del poggio, dalla parte che guarda a mezzogiorno, e verso il lago, giaceva un mucchietto di casupole, abitate da contadini...


La rocca di Briona (Novara), un tempo dimora del "Caccetta", personaggio cui forse si ispirò Manzoni

Una descrizione che sembra adattarsi perfettamente al castello, sarebbe meglio dire, alla "rocca" di Briona che domina, dall'alto di una collina, il paesello e la pianura sottostante. Costruzione di una certa imponenza, d'origine antichissima, passata nei secoli di mano in mano a varie signorie come i Visconti e gli Sforza, si lega in particolare a un personaggio di cui fu dimora, Giovan Battista Caccia, detto il Caccetta, nobile ribaldo vissuto a cavallo dei secoli XVII e XVII. Un individuo le cui malefatte e crudeltà (compresi rapimenti di giovani fanciulle da marito) potrebbero aver ispirato il Manzoni nel dipingere l'immortale figura di Don Rodrigo per i suoi "Promessi Sposi". Una tesi (peraltro controversa) avallata anche da un noto scrittore come Sebastiano Vassalli. Tra l'altro è stato recentemente scoperto, grazie a studi d'archivio, una sua cuginanza acquisita con Marianna de Leyva, meglio conosciuta come la Monaca di Monza. Non mi addentro oltre, perché, in casi come questo, deve vincere comunque l'immaginazione che vede un Manzoni scartabellare tra antichi documenti seicenteschi e imbattersi nella figura emblematica e ispiratrice per i suoi del crudele signorotto del villaggio brionese. Che, sia detto, trovò la morte in quel di Milano nel 1609, decapitato a Porta Tosa. Oggi il castello, di proprietà privata, si può normalmente ammirare in tutta la sua austera bellezza dall'esterno, meglio in prossimità delle case immediatamente sottostanti il maniero.
Doppio arcobaleno su Briona
Tutto qua a Briona? No, ovviamente. Non considerando che il paese si fregia dell'altisonante titolo di “Città del vino” (per la verità molto abusato in Italia) per i suoi vigneti e le sue cantine, nonché “del miele”... dopo una bella passeggiata al di là della roggia Mora (così detta perché ampliata alla fine del XV secolo da Ludovico il Moro) si può fare un giro al cimitero. Necroturismo? Niente affatto, all'interno del camposanto, si erge un misconosciuto gioiello del romanico piemontese, la chiesa di Sant'Alessandro (XII secolo) ricca al suo interno di affreschi di varie epoche. Non visitabile anche questa? Naturalmente sì, però almeno ci si può rivolgere al Comune per farsela aprire, visto che le chiavi sono lì. Di ritorno verso il castello, una sosta al minuscolo Oratorio della Mora. Chiuso anche quello? No, questa volta no. Aprendo la porticina ci si sente quasi abbracciati, vista la piccola volta a botte, da una serie di affreschi tardogotici raffiguranti una teoria di santi (forse... è per intercessione loro che la piccola cappella è aperta) più la “povera” effigie del demonio, ormai non più riconoscibile, che non ha resistito nei secoli alle offese scaramantiche del popolo.
Gli affreschi tardogotici dell'Oratorio della Mora
Ci sarebbe anche dell'altro nel borgo piemontese di Briona... infatti nella chiesa parrocchiale sta per venire completamente alla luce un altro ciclo di pregevoli affreschi medioevali... ma, se è l'ora in cui si sente “un certo languorino”, allora la strada è obbligata. Si deve andare a Proh, proprio con l' “h” finale, frazione di Briona, da tempo vocata, nelle sue due trattorie, alla classica “paniscia” novarese. Ma prima il consiglio è di passare nelle vicinanze, rigorosamente a piedi, sull'antico ponte romanico a schiena d'asino sulla roggia Mora, luogo legato in epoche lontane alla riscossione di gabelle e dazi. Al ponte è legato un detto popolare
"va a ciapei sul punt da Proù" ovvero "và a prenderli (i denari) sul ponte di Proh". Magari potreste ripeterlo all'oste, prima di pagare il conto...

martedì 25 novembre 2014

Aspettando la fine dell'ultima ora di... Barga


Alla ricerca di location letterarie... A volte sovvengono i tempi del liceo, molti anni fa, alle prese con estenuanti lezioni, cosiddette "frontali", con insegnanti dalla voce monocorde... tutti a testa bassa a scrivere appunti che, a sua volta, la "prof" stessa pedissequamente traeva dalle elucubrazioni di una miriade di noiosissimi critici. L'Ottocento italiano: Leopardi e Manzoni, Manzoni e Leopardi e ancora Leopardi e Manzoni (per quest'ultimo... appuntamento al prossimo post).
Qualche volta si intrufolava nei monologhi anche un Carducci o un Pascoli, ma quasi di "sfroso"... evidentemente non erano molto simpatici alla suddetta, che li liquidava in breve. Nelle ultime ore della mattinata  la mente tentava di sfuggire lontano, di volar fuori dalla scuola, libera.

Ma a che cosa serviva tutta questa poesia da studiare, tutti questi autori? Ogni tanto c'eri e ogni tanto non c'eri.
Il poeta Giovanni Pascoli
La mano era ormai anchilosata nel prendere appunti e talvolta sul foglio apparivano frasi sbocconcellate, ormai sconnesse. Un giorno, l'ultima ora di un soleggiato sabato di marzo, coincise con un'altra ora... quella di Barga. Ma che cosa era mai questa Barga?

Al mio cantuccio, donde non sento 
se non le reste brusir del grano, 
il suon dell'ore viene col vento 
dal non veduto borgo montano: 
suono che uguale, che blando cade...
Dunque Barga era un "non veduto" borgo montano... Bello sarebbe essere adesso in montagna - pensavo - mentre la "prof" proseguiva imperterrita la monocorde lettura, intervallata dalle chiose del critico letterario Tizio o Caio.
...E suona ancora l'ora, e mi manda 
prima un suo grido di meraviglia 
tinnulo, e quindi con la sua blanda 
voce di prima parla e consiglia...

e... finalmente la campana, quella della scuola, suonò davvero il termine dell'ultima ora e quella poesia rimase così a metà, lasciando insoluto un quesito... ma dov'era 'sta Barga? E poi la "prof" non aveva detto che il "rifugio" del Pascoli era in quel di Castelvecchio?
Solo da "grandi" si possono capire certe cose e, finalmente, entrare in contatto con i luoghi d'ispirazione dei poeti e rileggere quei passi, questa volta in piena libertà e senza che nessun professore o critico letterario tenti di plagiarti con la sua più o meno personale e più o meno attendibile versione.
La torre campanaria del Duomo di Barga (Lucca) ispiratrice della poesia pascoliana
E si capiscono molte cose quando, da un lato a un altro di una valle giunge il suono di una campana e ci si ferma ad ascoltare. Ci si ferma. Perché è questo che bisogna fare, captando i suggerimenti dei propri sensi e della natura circostante. Si immagina, e sarà un'immaginazione certamente diversa da quella che il poeta tentava di trasmettere con i propri versi... ma non importa, è bello lo stesso. Così, risalendo la valle del Serchio, sopra Lucca, la reminiscenza scolastica non può che indurre a fermarsi in un piccolo borgo, Castelvecchio Pascoli, dove il poeta si illudeva di aver ricostruito, in mezzo alla natura, il suo "nido" natio di San Mauro, in Romagna. E' da qui, dalla sua casa, ora trasformata in museo, che si deve tendere l'orecchio, verso la torre  campanaria di Barga... ritrovata e riconosciuta, e finalmente si può entrare in sintonia con l'ispirazione poetica, quella che tanti anni prima sfuggiva inesorabilmente a uno studente liceale... ma anche alla sua "prof"...
...E suona ancora l'ora, e mi squilla 
due volte un grido quasi di cruccio, 
e poi, tornata blanda e tranquilla, 
mi persuade nel mio cantuccio: 
è tardi! è l'ora! Sì, ritorniamo 
dove son quelli ch'amano ed amo. 


mercoledì 19 novembre 2014

Ricette e campanile... sfida con riso, sul confine del “paniscia-graben”


Anche un paio di letterine possono fare la differenza... Nell'Italia degli ottomila comuni, dell'orgogliosa rivendicazione di tradizioni locali, del guardarsi in cagnesco tra dirimpettai, non possono certo mancare dispute di campanile su un patrimonio di grande importanza nel nostro pese come quello del cibo. Lotte al coltello (e anche... alla forchetta, al cucchiaio e cucchiaino) per dimostrare di essere migliori del proprio vicino.
Spighe mature di oryza sativa, il riso
Partiamo dalla Svizzera... Cosa c'entra la Svizzera? Ebbene, anche nella vicina Confederazione le "frammentazioni" non mancano, figlie naturali della plurinazionalità e del multilinguismo. Una di queste divisioni, la più nota, quella tra la Svizzera tedesca e la Svizzera francese ha preso il nome, guarda caso, dal tipico piatto a base di patate della regione germanofona, i rösti. E quel solco, il rösti-graben (fossato del rösti) - citato spesso dai media per rimarcare differenze più o meno sensibili tra le due etnie maggioritarie in Svizzera, dal punto di vista della mentalità o delle scelte elettorali o politiche - addirittura si identifica in un 
"confine" geografico che corre lungo la valle del fiume Sarine (in tedesco Saane) nel canton Friburgo (ovviamente bilingue). Detto questo, e prendendo a prestito la vicenda, quanti graben, grandi o piccoli, profondi o meno, abbiamo in Italia nel segno del cibo e delle preparazioni gastronomiche? Domanda a cui davvero è impossibile rispondere. Mi limito a citare quello di mia diretta conoscenza, il "paniscia-graben" che vede contrapposte fieramente due comunità (ovviamente) assai vicine: Novara e Vercelli. A Novara si fa la paniscia, a Vercelli la panissa, entrambi gustosi primi della tradizione culinaria popolare a base di riso. Ora, andando a spulciare qua è là in rete si leggono ricette, in entrambi i casi, con mille varianti (come spesso succede per preparazioni non “codificate”) e pareri, più o meno dotti, sulle similitudini o le differenze di questi due piatti.
Paniscia novarese dell'osteria dei Gatt di Lumellogno (Novara)
Addirittura alcuni autorevoli esperti sostengono, a torto, che due risotti siano sostanzialmente uguali. Affermazione quanto mai blasfema sia alle orecchie di un novarese che di un vercellese. Quali sono le differenze dunque? Tenuto conto dei segreti personali di ogni chef o casalinga/o, e quindi senza sconfinare nel "campo minato" della preparazione e dei dettagli, soprattutto riguardo al soffritto (in genere lardo e
salam d'la duja, ovvero salame sotto grasso a Vercelli, lardo e mortadella di fegato, a Novara) la panissa vede, tra gli ingredienti aggiuntivi al riso, la presenza preponderante dei fagioli; nella paniscia trovano posto invece  più verdure in diversa quantità, come verze, sedano, porri e, secondo i gusti personali, altre ancora. Si dirà, ben poca differenza. E invece no! Un palato appena attento coglie senz'altro una sensibile diversità nel gusto. Ma tornando al nostro "paniscia graben", anche quest'ultimo può coincidere con un elemento geografico, nella similitudine con l'omologo elvetico? Al posto del fiume Sarine, potremmo metterci, a questo punto, un altro fiume, il Sesia (che guarda caso a Vercelli chiamano diversamente: "la Sesia" e, in passato, è stato davvero un confine storico) che separa grosso modo le due province, contrapposte peraltro, come si conviene al "dna italico", da accese e antiche rivalità, soprattutto nei vicinissimi capuologhi. Ma, così come succede in Svizzera per il rösti-graben, è una scelta per comodità e convenzione, proprio perché esistono aree di "ibridazione"... senza contare che nella vicina Valsesia esiste pure, sempre a base di riso, la panizza
Una domanda però rimane nella… fondina: quale delle due preparazioni è la più buona? De gustibus, anche se, ovviamente per spirito di campanile, la mia scelta non può essere che una... e, per me, ciò che dà quel tocco in più nel legare ed esaltare al meglio tutti gli ingredienti è l'umilissima verza, meglio se già ammorbidita dalle prime brine invernali. A proposito, per assaggiare una vera paniscia novarese dove andare? Al di là delle rivisitazioni della ricetta popolare di luoghi più o meno chic, preferiamo una versione ruspante come quella dell'osteria dei Gatt di Lumellogno, frazione "contadina" di Novara. Paniscia e panissa: anche un paio di letterine possono fare la differenza... 

domenica 16 novembre 2014

Sbrinz, la "via" europea di un formaggio svizzero

Sbrinz, il suo destino europeo è già nel nome. Sì, perché si tratta di un formaggio svizzero, ma proprio svizzero al cento per cento, "battezzato" dagli italiani. Per conoscere la sua storia bisogna fare il solito viaggetto nel tempo, "atterrando" alla fine del XIV secolo, quando, in quel di Münster, nel Canton Vallese, si firmò una sorta di trattato di cooperazione internazionale tra le comunità al di là e al di qua delle Alpi, al fine di rendere transitabile ai commerci verso la Lombardia, tramite la costruzione di una mulattiera, il passo del Gries (2479m).
Il passo del Gries (2479 m), confine tra Svizzera e Italia, e il lago di Morasco
Per secoli il valico, oggi ai più misconosciuto (tanto che non ha neppure una sua voce autonoma su wikipedia italiano) fu una vera e propria "Via delle Genti", percorsa da un intenso passaggio di merci e mercanti. Ma per parlare di sbrinz su fonti storiche certe, bisogna andare un tantino più in là, quando, nel 1530, si trova citato un
Brientzer käss, ovvero un formaggio di Brienz (cittadina sull'omonimo lago nella Svizzera centrale) per indicarne la zona di origine. Qualche tempo dopo furono i milanesi, che apprezzavano assai quel cacio d'Oltralpe, a storpiarne il nome facendolo diventare "sbrinz", etimo che si affermò ben presto anche nella vicina Confederazione tanto da diventare "ufficiale", anche perché le esportazioni verso il sud consentivano degli ottimi affari ai casari e ai commercianti svizzeri. Ai tempi il trasporto era appannaggio di una sorta di cooperativa - diremmo oggi - l' "unione dei mulattieri", detti anche "someggiatori", termine che deriva appunto dalla soma degli animali adibiti a sopportare i carichi nelle lunghe tappe, 
attraverso gli alti valichi, dalla Svizzera centrale alla pianura. Una via naturale nord-sud, quella del Gries, percorsa, descritta e decantata anche da grandi uomini come Horace-Bénédict de Saussure che la praticò nel 1777 e nel 1783 e, addirittura, da Richard Wagner nel 1852. Ma nell'Ottocento il declino del passo fu accelerato dall'inaugurazione di vie più "comode", come la napoleonica strada del Sempione, per entrare definitivamente nell'oblio alla fine del XIX secolo con l'apertura del traforo ferroviario del Gottardo. Così il nostro sbrinz trovò altre strade per arrivare a deliziare gli italici palati.
La carovana della "Sbrinz Route" a Formazza con il prezioso carico trasportato a dorso di mulo
La gloriosa e secolare epopea del "formaggio transfrontaliero" non meritava però di essere dimenticata. Così da 11 anni a questa parte è stata proposta, oggi a cura di una specifica Fondazione con sede a Lucerna, una rievocazione di quei "gustosi" traffici, la "Sbrinz route": accompagnati da cavalli, muli e asini, "someggiatori" della Svizzera centrale in costumi storici e insegne dei rispettivi cantoni di appartenenza, ripercorrono 
come un tempo le vie dei padri, compreso il Gries,  con il prezioso carico (che viene anche regolarmente venduto) arrivando fino a Domodossola, scendendo per le valli Formazza e Antigorio.
I someggiatori scendono verso Domodossola
Un appuntamento fisso del mese di agosto, nel segno di una valorizzazione "slow" della tradizione, cui volentieri si affiancano escursionisti italiani e svizzeri, che ormai affrontano insieme anche il viaggio di ritorno nel segno di una rinnovato gemellaggio anche... caseario, visto che Formazza è la "patria" del rinomatissimo formaggio d'alpe Bettelmatt. Sbrinz?
Facendo il verso a un ormai più che stucchevole spot televisivo: "Svizzero? Sì, ma anche un po' italiano".

mercoledì 12 novembre 2014

Ariosto e l'anima antica della Garfagnana


Ogni tanto, astrarsi dalla fisionomia attuale di un luogo e ripensarlo nel passato...100, 500, 1000 anni or sono, può essere un piacevole gioco mentale. A volte è un'esercizio difficile, che necessita uno sforzo di fantasia, supportato almeno da qualche minima conoscenza storico-culturale.
Il borgo di Chiozza, frazione di Castiglione di Garfagnana
Altre volte fare “viaggi nel tempo” è più semplice... ed è quando si capita in luoghi che sembrano aver conservato un'anima, per così dire, “inscalfibile” allo scorrere dei secoli. Un'anima affidata alla natura.

...Qui vanno li assassini in sì gran schiera
ch'un'altra, che per prenderli ci è posta,
non osa trar del sacco la bandiera.

Saggio chi dal Castel poco si scosta!
Ben scrivo a chi più tocca, ma non torna
secondo ch'io vorrei mai la risposta.

Parole di Ludovico Ariosto per descrivere, non certo in maniera lusinghiera una terra dalle impenetrabili foreste, marca di confine del ducato Estense, refrattaria a piegarsi a qualsiasi potere esterno, la Garfagnana. Che ci faceva il grande poeta del Rinascimento italiano in mezzo a quelle montagne è presto detto: governatore inviato dal duca Alfonso d'Este in una regione da poco annessa ai suoi territori. Tre anni, dal 1522 al 1525, vissuti, quasi con lo spirito di un esiliato, nel maniero di Castelnuovo, centro principale della valle solcata dal fiume Serchio, e cadenzati da un fitto carteggio di ben 157 lettere con il suo signore.
Le fortificazioni e le mura di Castelnuovo Garfagnana
Se per un attimo si chiudono gli occhi e poi li si riaprono, le selve boscose, le aspre balze delle montagne, lo scorrere delle acque dei torrenti, i borghi a mezza costa raggomitolati su se stessi quasi a difendersi... non si riesce a immaginare una realtà molto diversa da quella di quasi cinquecento anni fa.
Sommocolonia, frazione di Barga, in Garfagnana
Resiste ancora quell'anima antica, fiera e un po' selvaggia che magari non riesce a piacere proprio a tutti, e che tuttora relega la vallata un po' ai margini del turismo di massa... ma forse è meglio così.
Non sembra un caso, quindi, che questa terra conservi tesori del passato anche nei suoi prodotti. Qui, in Garfagnana, si è salvato dall'oblio un cereale come il farro (un tempo alimentazione dei legionari romani) coltivabile sino ad un'altitudine di 1000 metri in piccoli appezzamenti, dal 1996 tutelato dal riconoscimento IGP, Indicazione Geografica Protetta; qui si lotta per conservare biodiversità quali il “formentone” conosciuto anche come “granoturco 8 file”, particolarissimo tipo mais; qui ci sono ancora strenui cultori di “frutta antica”, come mele e pere di varietà magari esteticamente poco attraenti, ma molto profilate nel gusto.
Gragnanella, frazione di Castelnuovo Garfagnana
Un consiglio è di andare in una discosta frazione di Castelnuovo Garfagnana, Gragnanella, dove davvero il tempo sembra essersi fermato; qui Olinto e Alessandra, titolari di un agriturismo, la sanno molto lunga in merito. Dimenticavo... si trova, guarda caso, in via del Respiro, un invito a fermarsi e a lasciarsi avvolgere dall'intenso profumo del passato.

lunedì 10 novembre 2014

Il profondissimo mistero delle acque del Livenza


Non è cosa da tutti i giorni, senza effettuare scarpinate in montagna più o meno lunghe, accedere alle sorgenti di un vero fiume, ma in Friuli si può. Ed è un incontro quasi magico con un'acqua trasparente, pulita, di un colore incredibile e unico, che appare all'improvviso dopo un misterioso percorso. Per la verità qui, a Polcenigo, non lontano dal capoluogo Pordenone, “paghi uno” (anzi non paghi, visto che lo spettacolo naturale è del tutto gratuito) e “prendi due” perchè le risorgive principali che alimentano il Livenza sono due: il “Gorgazzo” e e la “Santissima” (in verità ce n'è sarebbe una terza, il “Molinetto”, più a valle rispetto alle prime due).
Le acque de "Gorgazzo", poco dopo la loro risalita in superficie
Pare che il nome del fiume Livenza derivi dal latino Liquentia, dal verbo liquere, ovvero essere scorrevole. E le falde di alimentazione del fiume scorrono nascoste per un lungo tratto, prima della sua “nascita ufficiale", raccogliendo le acque del soprastante altipiano del Cansiglio, inabissatesi in profonde cavità carsiche prima dello sgorgare in superficie. Ai piedi di una parete rocciosa,  il “Gorgazzo”, conosciuto in lingua locale anche come El buso, presenta delle caratteristiche diverse rispetto alla più convenzionale “Santissima” (che si chiama così per la presenza di un chiesa trecentesca dedicata alla Santissima Trinità) 
La sorgente della "Santissima"
in quanto le sue acque, prima di fuoriuscire dalla roccia, preferiscono farsi ancora un "giro" molto più in basso, alimentate come sono da un profondissimo sifone carsico ascendente che, con una profondità di ben – 212 metri rispetto al piano di campagna, è considerato la sorgente più profonda d'Italia. In realtà, il mistero avvolge ancora il percorso ipogeo delle acque del Gorgazzo, che resta in parte del tutto sconosciuto anche alle esplorazioni degli speleosubacquei. Al di là di qualsiasi considerazione scientifica resta la meraviglia dell'incredibile colore delle acque della sorgente, così descritto nel 1877 dal geografo Giovanni Marinelli: "Prendete il colore dello smeraldo, quello delle turchesi, quelli dei berilli, gettateli in un mare di lapislazzuli, in modo che tutto si fonda e ad un tempo conservi l'originalità sua propria ed avrete la tinta di quella porzione di cielo liquido che si chiama il Gorgazzo!".
L'incredibile colore delle acque del "Gorgazzo" scaturite dalle profondità ipogee
Una descrizione iperbolica, eppure, provare per credere, azzeccata, per questa sorta di “laghetto fatato” che sembra voler nascondere la sua bellezza tra l'abbraccio di una verdissima vegetazione. Intorno alle sorgenti, percorsi naturalistici davvero alla portata di tutti e possibilità di ristoro per una piacevole gita. Tuttavia, avendo un po' di tempo in più, e per finire l'escursione in “gloria”, al di là del famosissimo “San Daniele”, il consiglio è di assaggiare  qualcosa di "diversamente buono" ovvero il prosciutto crudo di pianura friulana da Nonis, presso San Vito al Tagliamento (a sud di Pordenone) ristoro agrituristico dove si può finire la giornata in un trionfo di taglieri e grigliate miste e di sfiziosità suine di ogni genere. Le scorribande gastronomiche in terra friulana magari saranno un po' meno poetiche ma sicuramente potranno dare, per altri versi, altrettanta soddisfazione.

mercoledì 5 novembre 2014

Tricase: orecchiette... al buio del Salento


Poco pubblicizzate, le sorprese dell'entroterra salentino hanno un autentico sapore di Meridione italiano: baciato dal sole, orgoglioso delle sue tradizioni, ruspante, un po' anarchico e un po' terra di nessuno. Un mix di sensazioni forti, da provare lasciando per un attimo le malìe di un mare indimenticabile. Galatina, Nardò, Maglie, Casarano, Specchia... nomi che ai più dicono poco, persi nel cosiddetto “tacco” dell'Italia.
Il toponimo Tricase, poi, suggerisce un'umiltà intrinseca, quasi a volersi nascondere. In realtà è una cittadina tutt'altro che secondaria, di quasi 20.000 abitanti nella provincia di Lecce, un tempo sede di una fiorente manifattura di tabacchi e ricordata anche per rivolte operaie represse nel sangue. A quattro chilometri dalla costa adriatica (anche se convenzionalmente l'Adriatico finisce a Otranto) e non lontano da Capo Santa Maria di Leuca, capitarci lì, magari dopo un piccolo tour nelle Serre salentine (modeste alture di antichissima origine) vuol dire fare quelle piccole e preziose scoperte che qualsiasi centro dell'Italia “minore” sa offrire. Intanto, salendo da Tricase Porto si può sostare per foto di rito sotto le frasche della monumentale (4,25 metri di circonferenza del tronco) e secolare quercia vallonea "dei cento cavalieri", così detta per aver offerto ombra all'imperatore Federico e alla sua corte. Poi, in paese, addentrandosi nel centro storico, si può ammirare il trionfante barocco delle sue numerose chiese, come la decoratissima San Domenico, che si apre in piazza Pisanelli - salotto buono e anima della cittadina - contrappuntata dal severo castello dei principi Gallone (XVI-XVII Sec.). 
Piazza Pisanelli a Tricase con la chiesa di S.Domenico
Una struttura, quest'ultima, tanto imponente che, al tempo della sua edificazione, diede adito alla leggenda di contare addirittura su 365 stanze, una per ogni giorno dell’anno. 

Se si ha la fortuna di capitare, nel mese di agosto, durante la fantasmagorica festa patronale di san Vito, vera "esplosione" (è il caso di dire) di tradizione, si può assistere allo spettacolo pirotecnico dell' "incendio di Palazzo Gallone", preceduto dal decollo di variopinti palloni aerostatici e dalla consegna delle chiavi della città alla statua di San Vito.
"Incendio di Palazzo Gallone" a Tricase, durante la festa patronale di sSan Vito
Portarsi via qualcosa da Tricase? Intanto c'è la possibilità di acquistare coloratissime ceramiche artigianali che sembrano imprigionare la solarità di questi luoghi e poi... non c'è che da deliziare il palato con i sapori più autentici della cucina salentina di terra. Il consiglio è di fare una puntata in una frazione di Tricase, Lucugnano, il cui nome pare derivi proprio dal patronimico romano "Lucullo", da sempre associato a "magnate" favolose. Un must del posto è una stretta stradina a "L" che nelle sere d'estate si trasforma in men che non si dica in una trattoria "en plein air", in cui il profumo del basilico proviene da sotto i tavoli, dove generosi mazzi hanno la funzione di tener lontani fastidiosi "ronzii" alati estivi. Questa è "Iolanda": antipasti tradizionali con fritture di verdure e polpette di patate, sottaceti che riescono nel piccolo prodigio di piacere anche a chi non sopporta l'aceto, sagne 'ncannulate - pasta salentina per eccellenza, anche nella variante d'orzo - spiedini di carne e salsicce e, naturalmente, orecchiette alle cime di rapa stellari. Si ritorna alle rispettive basi più che soddisfatti, ma occhio a non perdersi, perché le strade dell' entroterra salentino, in "notturna", sembrano quasi il contrappasso per il gran sole del giorno, ovvero... buio pesto, spesso anche negli incroci e alle rotonde. Ma anche questo, se vogliamo, è il Sale...nto di una piccola avventura.

lunedì 3 novembre 2014

Quell'effimero valore aggiunto del paesaggio padano: le "rotoballe"



Dalle Alpi al Lilibeo - come si diceva una volta - ovvero in tutt'Italia, i paesaggi rurali hanno vissuto, una ventina d'anni or sono, un sorta di cambiamento epocale da "seconda repubblica". Mentre impazzava tangentopoli, la "rivoluzione" dei campi era affidata non a qualche pubblico ministero ma alle... rotopresse. Macchinari un po' inquietanti al traino di trattori che, in men che non si dica, "sfornano", perfettamente imballate in film plastici, enormi balle a forma di tronco di cilindro: le rotoballe, appunto.
Rotoballe a Mosezzo (Novara)...

Paglia di frumento o di riso, fieno e foraggi non fa differenza... il paesaggio rurale in pochissimo tempo cambia radicalmente aspetto, punteggiato da questa sorta di menhir vegetali che a volte vanno a sostituire più prosaiche balle a parallelepipedo. Sì perché, non si sa come, queste rotoballe danno un tocco di poesia in più al paesaggio: chissà, forse sarà la loro somiglianza a grosse biglie per qualche... passatempo di un gigante, arrivando a pesare anche oltre tre quintali.
...e a Palazzolo Acreide (Siracusa)
Fatto sta che se solo si immette la parola "rotoballe" in "ricerca immagini" di google, ci si accorge ben presto della profonda differenza tra quelle a parallelepipedo e quelle rotonde... nel senso che queste ultime, le nostre rotoballe, danno ispirazione a una miriade di fotografi (con tanto di vetrine facebook) che si sbizzarriscono nella reinterpretazione artistica di un paesaggio, magari normalmente un po' anonimo, grazie a questi elementi aggiuntivi. E ciò vale ancor più per i paesaggi padani, "condannati", si fa per dire, all'orizzontalità della pianura o all'ortogonalità (in genere) delle superfici coltivate.
Cilindriche o a parallelepipedo? Una scelta "di campo" per due "tocchi" diversi al paesaggio padano


Un dubbio ci sovviene, non è che queste rotondità, inconsciamente, riportino a quelle delle mitiche mondine, chinate nel loro massacrante lavoro nelle risaie? Che le rotoballe richiamino in noi la nostalgia di una Pianura Padana ormai perduta, pullulante dell'elemento umano?
Quando la campagna piemontese e lombarda pullulava di umanità: le "rotondità" delle mondine
Qualunque sia la risposta, quelle distese di rotoballe che improvvisamente appaiono e altrettanto velocemente spariscono per essere usate o insilate, sono un piccolo piacere, dal sapore un po' metafisico, anche per l' occhio di un fugace osservatore motorizzato.