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giovedì 30 ottobre 2014

Sempione, un Passo... nella storia


Nella Pianura Padana centro-occidentale probabilmente non esiste città che non abbia nella propria toponomastica  un corso o una via che... "guarda verso l'alto". Ovvero che non sia dedicata a uno dei più importanti passi alpini, fondamentale tramite tra la Pianura stessa e l'Europa centrale fin dai tempi più remoti. Percorrere la strada del Passo del Sempione, il "protagonista" di oggi, vuol dire rivivere una storia millenaria, sulle orme degli Leponzi, l'antica popolazione alpina che si stanziò per prima nell' Ossola, dei Romani, che la utilizzarono militarmente per raggiungere le Gallie, dei Burgundi, dei Longobardi, dei Franchi e... così via nei secoli. 
L'alta val Divedro, nella quale si inerpica la strada
 del  Sempione.Sullo sfondo il Fletschorn (3993 m)
Bellicosi o meno, una "via dei popoli", si potrebbe dire; ma intanto vediamo come si arriva ai 2005 metri sul livello del mare del valico. Si parte da una delle "capitali" della compitazione. Cioè? Sì, insomma, per essere più chiari, dello "spelling" italiano, dove la lettera "D" è associata alla cittadina di Domodossola, raggiungibile tramite l'autostrada Voltri - Gravellona Toce e poi con la statale 33, ovviamente "del Sempione". Per la verità Domo, così è familiarmente conosciuta in zona, viene solo sfiorata dalla "route 33", ma funge da base di partenza storica per il Passo. Dunque, intanto c'è da dire che, a parte tratturi e mulattiere degli antichi popoli, il tracciato "moderno" della strada tra le montagne fu voluto da Napoleone, nell'intenzione, all'inizio del 1800, di collegare direttamente Parigi con Milano.
Una rara immagine di inizio '900 (prima dell'apertura del tunnel ferroviario) con la diligenza a cavalli al Passo
Lo scrittore americano J.F.Cooper, autore de "L'ultimo dei Moicani", nel percorrerla nel 1834 ne fu ammirato:
"La bellezza, la precisione, la forza ed il raziocinio con i quali era stata costruita la strada, ci strappò esclamazioni di meraviglia". La salita è abbastanza dolce fino al confine italo-svizzero poco oltre Iselle
Iselle, ultimo paese italiano prima del confine
(ultima stazione italiana della linea ferroviaria del Sempione) per poi inerpicarsi tra le strette Gole di Gondo, toccare il villaggio omonimo, bypassare quello di Simplon Dorf (per ora...) e, per spazi più aperti, toccare infine i "duemila" del Passo, caratterizzato dalla presenza del suo massiccio ospizio. E se il confine politico tra Italia e Svizzera ormai lo abbiamo passato da un pezzo, proprio qui, sul Passo, è fissato quello geografico, coincidente con lo spartiacque alpino (da una parte le acque vanno nel Po, dall'altra nel Rodano) senza contare che il Sempione è inoltre il “divisorio” tra le Alpi Pennine, sul lato orografico destro e Lepontine, su quello sinistro.
 Per nominarlo "alla tedesca" (siamo nel canton Vallese) che cosa fare al Simplonpass? Nella speranza di una bella giornata, innanzitutto godersi un panorama eccezionale sulle vette dell'Oberland bernese e sui vicinissimi ghiacciai del Monte Leone, magari salendo in pochi minuti alla grande aquila di pietra che veglia sul valico, monumento voluto per celebrare, in pieno conflitto mondiale, la fiera indipendenza del popolo svizzero.
L'ospizio del Sempione al Passo (2005 m). Alle spalle i ghiacciai del Monte Leone
Poi merita una visita il grande ospizio, severa costruzione d'inizio '800, gestito oggi come ostello (può ospitare 130 persone) dai padri di San Bernardo, proprio quelli dell'omonimo altro grande passo alpino. Ovviamente siamo arrivati fin qui motorizzati (a proposito, il Sempione, malgrado l'altitudine, normalmente è tenuto aperto tutto l'anno) ma per gli escursionisti si può percorrere qualche tratto a piedi dell'antica mulattiera Stockalperweg (conosciuta anche come "sentiero Stockalper", ben segnato) voluta dalla mitica figura del barone Kaspar Stockalper (1609-1691) che, ai tempi, gestiva un multiforme commercio attraverso il Passo. E per portarci via qualcosa non solamente negli occhi e nella memoria? Ricordate il villaggio di Simplon Dorf ("dorf" vuol dire proprio "villaggio") quello bypassato dalla grande strada? Ebbene al ritorno il consiglio è quello di fare una breve deviazione per fermarsi proprio là. Se si ha fame, da non perdersi, al Restaurant Post, i tipici piatti svizzeri a base di formaggio fuso, la raclette e la fondue, roba non proprio leggera ma... decisamente appagante. Di lì, il cammino è breve per il caseificio locale, come è altrettanto breve, per accompagnare il companatico, quello per raggiungere la bäckerei (panetteria) Arnold dove si possono acquistare i migliori pani della tradizione alpina svizzera oltre a ottimi dolci. A quel punto, veri “eroi del Sempione”, non vi resterà che declamare qualche passo (guarda caso...) dell'omonima poesia del Pascoli (ci perdoni il poeta... del resto amava la buona tavola) in onore dell'inaugurazione, nel 1906, della galleria ferroviaria del Sempione:
"Sottoterra due vaporiere immote,
divise da una grande porta,
aspettano. Un’ardente ansia le scuote. Un urlo va per l’aria morta.
 Porta di ferro, oggi è il trionfo! Muovi su gli aspri cardini sonanti!
Apriti, o porta dei millenni nuovi!
 O nuovi vincitori, avanti!...Porta di ferro!… Oh! chiama tu, grande Urbe,
le tue legioni veterane dalla vittoria! A quelle eroiche turbe
 dà gl’inni del trionfo, e il pane".







lunedì 27 ottobre 2014

...Guarda! Segantini, "sgraffiti" e "balcun tort" nel paradiso dell'Engadina


Un'altra puntata oltre confine. Ma questa volta nei Grigioni, cantone (il più grande di tutti) delle straordinarie stazioni sciistiche elvetiche di tradizione, "patria" di Heidi, luogo dove resiste una particolare lingua romanza, ormai minacciata dall'uso comune del tedesco. Regione dove si apre, per una lunghezza di 80 km circa, una delle più belle vallate alpine in assoluto, l'Engadina (ovvero "Il giardino dell'Inn"). Ed Engadina vuol dire soprattutto Sankt Moritz, nome che fa riecheggiare comprensori sciistici da favola, Olimpiadi invernali, jet-set, teste più o meno coronate in vacanza, shopping da capogiro, paesaggi da cartolina ecc.
Ebbene dimentichiamoci un po', se possibile, di tutto questo "bagaglio", per evidenziare un'eccezionale attrattiva culturale, per la quale val la pena di mettersi in auto per qualche ora. Già, come arrivare, intanto, a Sankt Moritz?
C'è da dire che dall'Italia l'accesso non è proprio comodissimo. Tra le varie alternative, ce n'è una che non è la più breve, ma forse è la più "corretta" per avvicinarsi al mondo engadinese. Armandoci di un po' di pazienza, ci attende la statale 36 del Lago di Como fino a Chiavenna. Quindi si sale verso il confine italo-svizzero di Castasegna. Già in Engadina? Eh no! Si sta salendo per la Val Bregaglia, una delle zone italofone dei Grigioni (anche se si parla diffusamente il dialetto locale bregagliotto) fino ad arrivare ai 1815 metri del passo del Maloja,
Trittico delle Alpi di Giovanni Segantini, "La morte", ambientato nei pressi del passo del Maloja

importante confine geografico che “divide” le acque che andranno al Mediterraneo, da un parte, e al mar Nero, dall'altra. Se si fa una doverosa sosta prima del "tuffo" in Engadina (visti anche i laghi che la strada costeggia) presso il valico si nota uno chalet di legno dove visse gli ultimi anni uno dei più grandi pittori italiani moderni, Giovanni Segantini, di fatto la nostra "attrazione" di Sankt Moritz. Su una parete della sua dimora degli ultimi anni (sebbene il pittore morì nel 1899 in una solitaria baita) una lapide grigia recita tra l'altro "... inseguendo il suo sogno d'arte inebriato dalla luminosa bellezza alpestre...": un "indizio" per cominciare a osservare con più attenzione la montagna engadinese come "musa ispiratrice" del maestro. Una ventina di km di idilliaca discesa per raggiungere Sankt Moritz, o meglio, San Murezzan, come si dice in putèr, una delle cinque varianti del lingua romancia idioma che presenta affinità coi nostri ladino e friulano -  per puntare subito al Museo Segantini, una singolare costruzione a cupola ben riconoscibile. E lì, non si può non sostare in estatica ammirazione del capolavoro del pittore, il cosiddetto "Trittico della natura", tre enormi quadri che avrebbero dovuto far parte di una grande rappresentazione dell'Engadina, rimasta incompiuta per la morte di Segantini nel 1899 a soli 41 anni, da esporre all'Esposizione di Parigi del 1900.
Trittico delle Alpi di G. Segantini, "La vita"
Tele dal forte impatto emotivo nel visitatore, in cui la tecnica pittorica divisionista si trasfigura in tre assoluti capolavori. Le impressioni del paesaggio mutuate dalla pittura lasciano il posto alle proprie, una volta usciti. Se non si è proprio "mordi e fuggi" e si ha la possibilità di stare almeno un altro giorno in Engadina, il consiglio è di proseguire lungo la vallata. Sì, perché la regione a un certo punto si divide e all'Alta, dal villaggio di Zernez segue la Bassa Engadina. Al dialetto
putèr, si sostituisce il vallader e dopo laghi e altipiani, ecco una natura più prettamente alpestre e un movimento turistico un po' meno frenetico. Si susseguono borghi pittoreschi con nomi che a noi suonano magari un po' buffi, Scuol, Tarasp, Vulpera... ma un consiglio è di non perdersi i due villaggi di Ardez
Ardez, "Chasa Claguna"
e Guarda, probabilmente tra i più belli delle Alpi, soprattutto quest'ultimo, appollaiato a mezza costa su una soleggiata plaga pascoliva.
Panorama engadinese da Guarda
Pare che il toponimo derivi da "Warda" che tradotto dalla lingua locale vuol dire proprio "Guarda!" e, in effetti, il panorama di cui si gode è davvero da cartolina, o, se preferite, quello che potrebbe essere negli occhi di Heidi. Ma non è tutto. Qui e negli altri villaggi si può ammirare un'altra forma d'arte, quella degli "sgraffiti" (proprio con la "s" davanti). Si tratta di una particolare e antica tecnica di decorazione delle case (tuttora usata) in cui l'intonaco viene "graffiato" o "sgraffiato" lasciando visibile uno strato sottostante di tonalità diversa, creando così motivi policromi o disegni. E la fantasia agli artigiani-artisti del posto non è certo mancata. Altra caratteristica architettonica che non può sfuggire a un'occhio appena attento è la presenza di un particolare elemento nella facciata delle case, il "balcun tort", in italiano traducibile con il desueto "bovindo".
Antica dimora con "sgraffiti" e "balcun tort" a Guarda
E' una specie di “protuberanza” con finestre, normalmente ingentilita da fiori, 
che racconta un modo di vita in cui (…in mancanza di tv e video di quasiasi tipo) si poteva osservare quello che accadeva nella strada sottostante, senza aprire la finestre ed essere essere visti... capito la furbata! Comunque al "tort" è ora di aggiungere una lettera e non si può lasciare l'Engadina senza aver assaggiato la mitica “Torta di noci engadinese”, una dolce bomba calorica... davvero un ottimo carburante utile a sostenere le fatiche del lungo viaggio di ritorno.

giovedì 23 ottobre 2014

Un "accrescitivo" per il vicolo più stretto d'Italia


Una "spigolatura" turistica marchigiana? Presto fatto. Se avete la ventura di trascorrere qualche giorno sulla Riviera delle Palme (che si sviluppa tra i centri di Cupra Marittima e San Benedetto del Tronto) sarebbe un vero peccato evitare di fare qualche puntata 
nel magnifico entroterra ascolano.
Entroterra ascolano, il borgo di Cossignano
 
Morfologia ondulata, paesi d'intatta “anima” medioevale, uliveti e vigneti, riecheggiano in qualche modo certi paesaggi toscani. Qui solo più tranquilli e anche... meno cari, il che non è affatto da disprezzare. Sono davvero delle piccole sorprese borghi come Offida, Acquaviva Picena, Cossignano e Ripatransone... toponimo quest'ultimo dalla caratteristica "accrescitiva" che curiosamente nasconde in sé un primato da guinness... nel "piccolo". Dicevamo di spigolature non a caso, perché proprio in questo paese arroccato su una collina, vero belvedere del Piceno, ebbe i natali il poeta Luigi Mercantini, noto per la sua immortale "Spigolatrice di Sapri", un tempo vero must scolastico. Ricordate? "Eran Trecento, erano giovani e forti...". Ci perdoni il poeta ma a Ripantrasone si dovrebbe dire "Eran quarantatré, eran proprio contati...". E quarantatré, non uno di più, sono infatti i centimetri di quello che è il più stretto vicolo d'Italia, sebbene nel suo punto più angusto conti addirittura solo trentotto centimetri.
A Ripatransone, in provincia di Ascoli Piceno, il singolare primato italiano
 
La lotta per il primato lo vede prevalere sul vicolo Baciadonne di Città della Pieve (53 cm) e su altri vicoli "pretendenti al titolo" in vari borghi italiani che però non presentano alcuni requisiti richiesti per il record, come la pavimentazione o il presentare almeno una porta o una finestra che si affacciano su di essi. 




E' l'occasione per una foto curiosa, magari con qualche amico/a un po' sovrappeso che si presti allo scherzo di rimanervi incastrato, ma anche il pretesto per visitare Ripatransone, uno di quei borghi che hanno la “sfortuna” di essere in Italia... in altri paesi sarebbe sicuramente una meta turistica di prim'ordine.
Un giro lungo il panoramico circuito delle mura (la vista può spaziare, nelle giornate limpide, dalla Riviera delle Palme al Gargano, dal Gran Sasso ai Monti della Laga) può fungere da antipasto per uno "struscio" su corso Vittorio Emanuele con i suoi palazzi nobiliari, arrivando a Piazza XX Settembre cuore della cittadina (sfiorata, guarda caso dal 43º parallelo di latitudine nord, numero ancora una volta "magico" per Ripatransone) dove spiccano le architetture Palazzo del Podestà e il palazzo Comunale, nei pressi del nostro vicoletto. A proposito di antipasto... o meglio, aperitivo: un buon Falerio dei Colli Ascolani accompagnato da olive, ovviamente, all'ascolana è il viatico per inoltrarsi, al meglio... non in un vicolo, ma nei sapori autentici di questa terra.





lunedì 20 ottobre 2014

Generoso in treno? Nooo... a piedi!


In primo luogo, oggi si fa una breve puntata appena al di là del confine italo-svizzero di Chiasso. In secondo luogo, il protagonista è un monte, il Generoso (1701 m) che si dimostra tale di nome e di fatto. Si tratta di una delle mete preferite nella “Sonnen Stube” (il “salotto soleggiato”) degli svizzero-tedeschi... cioè? Chiamiamolo col suo vero nome, forse è meglio: nel Canton Ticino. Ovvio che il Monte Generoso sia una meta “preferita”... ci si arriva fin quasi in vetta in treno! Certo, grazie a una di quelle ferrovie alpine a scartamento ridotto che la vicina Confederazione ha saputo tutelare e potenziare... a differenza nostra (vedi quello che è successo alla Stresa-Mottarone).
Per un'escursione al Generoso, si deve raggiungere (una decina di km dopo la frontiera) Capolago, dove “nomen omen”, c'è anche il capolinea della ferrovia: così dopo una iperpanoramica salita di 9 km comodamente seduti, si arriva trionfalmente su uno dei belvedere più famosi della Svizzera (gli altri al “top” sono il Rigi e il Pilatus, guarda caso anch'essi raggiungibili con trenini a cremagliera). Eh no! Troppo facile. Niente treno. Sì, perché la linea è attualmente in fase di ristrutturazione e sarà di nuovo in servizio nel 2016.
La linea del Generoso, attualmente in ristrutturazione

E allora? Non ci resta che scoprire una via alternativa, preparandosi a una (stupenda) scarpinata che ci farà conoscere anche una piccola vallata a due passi dalla pianura padana, la Valle di Muggio, immersa nel silenzio dei boschi, dei pascoli e dei piccoli centri che le fanno corona a mezza costa. Paesini che a pronunciarli sembra quasi di recitare una poesia: Caneggio, Bruzella, Cabbio, Muggio, Scudellate, Roncapiano... e qui ci si ferma, anche perché in questo piccolo villaggio a 960 metri sul livello del mare, dove in verità di “piano” ce n'è ben poco, la strada finisce. Calzati gli scarponcini da montagna, ecco l'attacco dell'itinerario, ben segnato dalla classica palinatura gialla propria dei sentieri svizzeri. Dapprima si rimonta un declivio abbastanza sostenuto (…non scoraggiarsi!) arrivando così a una dorsale erbosa - donde si può già scorgere la vetta – e arrivando in mezz'ora all'alpe Nadigh. Qui si può optare per il sentiero segnato o risalire sulla cresta di confine per dolci pendii pascolivi. Se si sceglie questa variante, il panorama offre già spettacolari scorci sulla sottostante valle d'Intelvi, verso l'Italia, e in particolare sullo sperduto paesino di Erbonne, patria del romantico contrabbando d'altri tempi. Procedendo senza difficoltà si arriva alla stazione del trenino (1601 m) e, in breve, un comodo sentiero conduce in vetta. In tutto due ore di cammino per un eccezionale visione circolare dove, aiutati anche da una tavola indicatrice, emergono dalle foschie della Pianura Padana la Catena appenninica e le Alpi Marittine, quindi verso ovest, in successione, Gran Paradiso, Monte Rosa, Cervino, Gruppo dei Mischabel, Weissmies, Jungfrau e verso est Grigne, Resegone, Adamello, Bernina e....chi più ne ha più ne metta!
Monte Generoso in versione "invernale" con la stazione della ferrovia
Ma come detto le “sorprese” del Monte Generoso non si fermano qui. Non è un caso che sia inserito nell' Inventario Federale dei paesaggi, siti e monumenti naturali d'importanza nazionale elvetici. Gli endemismi non si contano, grazie anche una storia geologica particolare (un tempo qui c'era il mare e ne sono testimonianza i numerosi fossili rinvenuti presso la vetta) con vere e proprie rarità botaniche come la Campanula Oclearifolia e l'Asphodelus Albus e una vegetazione quantomai varia.
Ma se la natura se è data da fare anche l'uomo non è stato con le mani in mano. Se, lungo la salita, ci si è soffermati ad osservare gli alpeggi con un occhio appena attento, si saranno notate cisterne per l'acqua piovana alimentate da ingegnose canalizzazioni e alcune strane costruzioni di pietra: questa sorta di obelischi venivano costruiti con i sassi ricavati dallo spietramento dei pascoli e dotati di scalini per salirvi sopra. Cosa servivano? Per tenere d'occhio al meglio le mandrie al pascolo. Ma il manufatto più interessante dal punto di vista etnografico è certamente la “nevera”, e se ne può osservare una all'Alpe Nadigh, sul percorso dell'escursione.
La "nevera" dell'Alpe Nadigh, sul percorso dell'escursione al Monte Generoso
Si tratta di una costruzione a pianta circolare, interrata per alcuni metri, dove un tempo si pressava una grande quantità di neve, così da conservare, fino all'estate, i formaggi e gli altri prodotti dell'alpe. Una scala a chiocciola di pietra scende sul fondo mentre all'esterno alcuni grandi alberi, solitamente faggi, difendono la costruzione dai raggi solari. Prodotti d'alpe, formaggi? “Generoso” fino in fondo, il nostro monte ci offre la possibilità di degustare nei numerosi
“grotti” della valle (tipici locali della ristorazione tradizionale ticinese... ne riparleremo) oltre alla tipica “tagliata” ticinese di salumi, i fantastici “furmagitt” di latte di capra, freschi o stagionati e i büscion”, altra prebilatezza caprina e lo "zincarlin", presidio Slow Food. Se volete portarvi a casa un po' di questa generosa bontà, un consiglio è quello di fare una sosta, sulla via del ritorno, all'azienda agricola Livi, nel villaggio di Casima... non ve ne pentirete!

mercoledì 15 ottobre 2014

Riso amaro... per una musica diabolica


Secondo molti, soprattutto quelli che ci abitano, la pianura, solo per il fatto di essere per definizione “piatta”, risulta conseguentemente (quasi per un perverso sillogismo) poco interessante. Relegata a luogo di passaggio, magari anche veloce, spesso per motivi di lavoro, è da considerarsi, un po' “figlia di un dio minore” nell'ambito degli itinerari turistici. Ma le sorprese non mancano, basta andarsele a cercare per stradine discoste e luoghi solitari... questa volta tra principi veri e principi del male.
Muniti di navigatore o di più antiquate, ma meno petulanti, cartine stradali, lo spicchio (sarebbe meglio dire “l'isola”) di pianura da percorrere, ad andatura rigorosamente slow, si trova tra Vercelli e Crescentino, in piena plaga agricola. Sulla provinciale tra la città “Capitale europea del riso” e il grosso paese appena a nord del fiume Po, una deviazione, più o meno a metà strada, ci conduce in un'altra dimensione, tra storia e leggenda.
L'abbazia di Lucedio, antico complesso monastico tra Vercelli e Crescentino (Piemonte)
Uno svettante campanile ottagonale annuncia l'abbazia di Lucedio. Il complesso fortificato, dedicato a Santa Maria e fondato da monaci cistercensi, ha una storia quasi millenaria: è una sorta di feudo passato, nei secoli, di mano in mano tra varie signorie, fino a quando si trasformò in qualcosa di ancor più “nobile” all'alba del Regno D'Italia. Nel 1861, infatti, i Savoia conferirono all'allora proprietario, il Duca Raffaele de Ferrari di Galliera, l'altisonante titolo di “principe”. E la denominazione ufficiale del luogo è proprio “Principato di Lucedio”; oggi identifica anche l'azienda agricola che vi ha sede. Il complesso architettonico (davvero piuttosto...complesso) si sviluppa in diversi ambienti (chiostro, sala dei conversi, aula capitolare, refettorio) ed è visitabile con guida su prenotazione. Trasuda storia e misteri, anzi... si dice addirittura che una colonna della sala capitolare “pianga” a causa di sanguinosi delitti dei quali, nei secoli, sarebbe stata testimone. Ma anche la campagna circostante non è da meno. L' ispiratore di tali malefatte, il “principe del male”, pare sia stato imprigionato con un potente esorcismo in una chiesetta, la Madonna delle Vigne, situata su un dosso boscoso a poca distanza dall'abbazia. Luogo che un po' di brividi in effetti li fa venire. Il demonio sarebbe stato “suggellato” grazie all' esecuzione di uno spartito musicale “ad hoc” , tuttora affrescato su una parete della chiesetta, da suonare rigorosamente per il “verso” giusto. Se invece l'inquietante melodia fosse eseguita al contrario, il diavolo sarebbe immediatamente liberato... Meglio non indagare oltre e farsi un giretto un po' più in là, magari dopo aver ammirato alcuni ospiti - decisamente più rassicuranti - delle risaie circostanti, habitat di decine di specie di uccelli “di ripa” come il cavaliere d'Italia.
Cavalieri d'Italia nelle risaie presso Lucedio

Non è un caso che queste zone, di grande importanza naturalistica, sono comprese nel Parco regionale del Bosco delle Sorti della Partecipanza di Trino. Tornando indietro verso Vercelli, merita una sosta la Cascina Veneria (da Lignana deviare in breve a sinistra) imponente quadrilatero perso nei campi. Perché? E' presto detto. La cascina è stata infatti la location di uno dei più famosi fim italiani del dopoguerra. Qui e nei dintorni, nel 1948, si girarono diverse scene di uno dei capolavori del neorealismo, “Riso Amaro”, con la regia di Giuseppe De Santis , che vide protagonista la splendida Silvana Mangano.
Silvana Mangano, protagonista di "Riso Amaro", in un originale manifesto cinematografico del film
Amaro o non amaro, per “rifarsi” in ogni caso la bocca dopo tutto 'sto girovagare, non può mancare, nelle trattorie locali, un piatto a base di - indovinate un po' - riso, la
“panissa” vercellese. Ma attenzione a pronunciare bene il nome... guai a confonderla con la “paniscia” novarese (quella la assaggeremo una prossima volta)! Sarebbe come suonare lo spartito del diavolo al contrario...

giovedì 9 ottobre 2014

San Pellegrino delle Alpi... sugli Appennini


Se si ha la ventura di trovarsi in Garfagnana, vero e proprio scrigno di sorprese dell'alta Toscana, una piccola “zingarata” (meglio se in stagione autunnale) alla ricerca di itinerari poco battuti ci permetterà di coniugare...  Alpi e Appennini. A scanso di equivoci, le Alpi sono quelle Apuane, che dalla valle del Serchio, la Garfagnana, si colgono nel loro articolato “lato B” , meno conosciuto rispetto al più noto skyline che si ammira dal litorale della Versilia.
 San Pellegrino in Alpe: mare di nubi sulla Garfagnana e, sullo sfondo, le vette delle Alpi Apuane
Ma “delle Alpi” è pure l'attributo di un santo, Pellegrino (di nome e di fatto) leggendario principe irlandese del VI secolo che, dopo un lungo girovagare, scelse come terra di elezione per il suo definitivo romitaggio, insieme al sodale San Bianco, proprio le montagne tra Toscana ed Emilia. Il culto e la tradizione del santo (anche se la chiesa non lo riconosce ufficialmente) impregna da secoli queste terre anche perché, già in epoca medioevale, sorse un santuario-ospizio a lui dedicato, oggi conosciuto come San Pellegrino in Alpe. Un edificio a servizio dei pellegrini (guarda caso...) che superavano lo spartiacque appenninico percorrendo la via Bibulca: da una parte l'Alto modenese, dall'altra la Garfagnana.
Ma torniamo a noi. Si parte dalla piccola capitale della valle, Castelnuovo Garfagnana, raggiungendo in breve Pieve Fosciana; a un bivio, bisogna lasciare la più frequentata strada che sale al Passo Foce delle Radici per piegare a destra verso il paesino di Chiozza. Quindi si sale, rigorosamente a velocità slow (anche a causa di pendenze del 20%) su una carrozzabile iperpanoramica: dopo una quindicina di chilometri eccoci arrivati in un luogo (a 1525 metri sul livello del mare) dove la pace quasi si respira, anche se il panorami sono davvero... mozzafiato sulle Apuane e sulla valle del Serchio.
Il Santuario e l'Ospizio di San Pellegrino in Alpe, tra Toscana ed Emilia (1525 m)
Il quasi millenario complesso monumentale è composto da due unità ben distinte, il santuario e l'antico ospizio, oggi sede di un museo etnografico contadino. Lasciarsi prendere da “fantasie medioevali” non è difficile in questi luoghi, ripensando anche alle epiche lotte che Pellegrino, che da buon eremita abitava in un tronco cavo di faggio, ingaggiò col maligno. Pare infatti che se le dessero sode a suon di sganassoni, fino a quando il santo con un colpo da “ko” riuscì a sbattere il demonio contro una montagna. Fu tanta la potenza, che il “povero” diavolo, prima di finire a mollo nel mare, bucò con il suo corpo addirittura una montagna, ancor oggi conosciuta come Monte Forato. Davvero una bella “castagna” quella del santo... a proposito, per acquistare l'ottimo frutto autunnale locale... e anche gustose noci, occorre proseguire dal Santuario per il Passo Foce delle Radici, luogo decisamente un po' più turistico, scollinando su un ultimo, breve e aereo tratto di strada.



mercoledì 8 ottobre 2014

Re, misteri e imperatori nel cuore dell'Etruria


Andando a zonzo per l'Etruria, alla ricerca di itinerari per così dire “minori”, le piccole scoperte turistiche sono sempre dietro l'angolo... e anche sottoterra. Tra Toscana e Umbria un borgo dal nome evocativo di un “confine”, Chiusi, è relegato a una notorietà dovuta principalmente al fatto di trovarsi su grandi direttrici, l'autostrada del Sole (qui è l'uscita per le ben più famose Chianciano Terme e Montepulciano) e la linea ferroviaria Firenze-Roma, della quale rappresenta uno snodo di una certa importanza.
Panorama sulla val Tiberina dal campanile del Duomo di Chiusi
Eppure Chiusi, l'etrusca e potente Clevsi, ha alle spalle una antichissima e gloriosa storia. Era la città di Porsenna (e qui parte un bel “flash” scolastico...) “lucumone”, ovvero, in etrusco, “re”. Perché, un tempo, le maestre elementari si soffermavano su questo personaggio? Ebbene fu lui che, racconta una storia che è quasi leggenda, assediò Roma dopo la cacciata del re Tarquinio il Superbo, alla fine del VI secolo avanti Cristo. Gli storici romani ci tramadano un Porsenna che desistette dal conquistare la Città Eterna,
Porsenna e Muzio Scevola

ammirato dal coraggio di eroi ed eroine come Orazio Coclite, Clelia e il famosissimo Muzio Scevola ...quello che si fece bruciare la mano...ricordate? In realtà, entrò vincitore in Roma, poi costretta a scendere a patti col fiero re etrusco. Un “tipino” mica da ridere... ma torniamo alla sua città. La sorpresa è ipogea. Sotto il centro della cittadina, si sviluppano infatti, scavati nell'arenaria, una serie di cunicoli (visitabili con guida e con il biglietto del Museo della cattedrale) che vanno a costituire il “labirinto” di Porsenna. La leggenda vuole che il re, sentendo avvicinarsi la morte, abbia fatto costruire questo articolato e particolare mausoleo per proteggere un ricchissimo tesoro costituito dal suo sarcofago, da un carro con quattro cavalli e da una chioccia con 5000 pulcini....ovviamente tutti in oro massiccio. A che cosa servivano i pulcini? Beh, pare che il loro pigolio dovesse svegliare il re una volta passato nell'aldilà...
Cunicoli nel labirinto di Porsenna

Usciti dal labirinto - che in realtà è un ingegnoso sistema di approvvigionamento idrico degli antichi etruschi - davvero una sorprendente esperienza archeologica, il consiglio è quello di salire sull'alto campanile della cattedrale dal quale si domina la cittadina e l'ampia valle del Tevere, allungando poi lo sguardo a est verso una vicina meta.



E se un re ha legato la sua leggenda a Chiusi, un imperatore ha lasciato il segno nella cittadina umbra dove ci si dirige, Castiglione del Lago, sulle rive del Trasimeno.



Il camminamento che conduce alla fortezza di Castiglione del Lago
Qui, sul quarto lago d'Italia per estensione (… altra tipica reminiscenza scolastica),
Federico II, di Svevia, geniale imperatore, fece costruire, nel 1247, la Rocca del Leone, una massiccia fortezza difensiva dalle cinque punte che pare ricordare, nel suo perimetro, la costellazione omonima. 
Il suo severo profilo domina la cittadina, adagiata scenograficamente su una piccola penisola sul lago. 
Da non perdere un singolarissimo percorso monumentale: uno stretto e suggestivo camminamento coperto che conduce al castello e al suo potente Mastio.
E dopo tanta fatica...visto che siamo sul lago, non può mancare un assaggio di pesce. Il consiglio è quello di recarsi nel borgo peschereccio di San Feliciano, proprio di fronte a Castiglione, dove si può gustare un buon “tegamaccio”, specialità locale, ottima zuppa di pesce di lago rigorosamente cucinata nel coccio.

martedì 7 ottobre 2014

Tra i laghi prealpini... la montagna del primo “slalom gigante”


Ha un fascino un po' retrò, di un mondo "piccolo", quando turisti e villeggianti si "accontentavano" di aria salubre, come si diceva una volta, e di estesi panorami a due passi da casa.
Stiamo parlando del Mottarone, una montagna stretta tra due laghi prealpini, il Lago Maggiore da una parte e il Lago d'Orta dall'altra, tra Piemonte e Lombardia.
Una vetta (raggiunge i 1491 metri sul livello del mare) dal glorioso passato, ma oggi tutta da ri-scoprire. Tradizionalmente è conosciuta come la "montagna dei milanesi", tanto da essere addirittura immortalata in una notissima canzone meneghina di Giovanni d'Anzi, Lassa pur ch'el mond el disa. E, in effetti, soprattutto negli anni Trenta del secolo scorso, la vetta prealpina dall'aspetto “bonario”,
La vetta del Mottarone (1491 m) dal versante del Lago d'Orta
visse una breve ma intensa stagione turistica, soprattutto a livello di sport invernali. Si contavano una pista di ghiaccio naturale, un trampolino per il salto con gli sci e numerose piste di discesa oltre a un fantastico trenino a cremagliera che portava i turisti quasi in cima, con partenza da Stresa, la "ben" frequentata cittadina del Lago Maggiore fin dal XIX secolo.
Il 20 gennaio 1935 il Mottarone fu addirittura teatro del primo slalom gigante internazionale italiano. La Seconda guerra mondiale e un accidentale incendio che nel 1943 distrusse il Grand Hotel Guglielmina, a un passo dalla vetta, diedero un duro colpo al Mottarone, senza contare che, nel 1963, con una decisione scellerata, fu soppresso anche il trenino,
Ciò che resta della stazione ferroviaria, sullo sfondo la funivia
sostituito in seguito da una più prosaica funivia.
Ma passiamo all'oggi. Il panorama è sempre quello, ovverosia una visione spettacolare su tutto l'arco alpino, sulla Pianura Padana, sui “sette laghi” (Varese, Comabbio, Monate, Delio, Ganna, Ghirla e Biandronno, oltre naturalmente a Maggiore, Orta e Mergozzo) che ne fa in ogni stagione uno dei belvedere più celebrati dell'intero arco alpino.
Dalla vetta, panorama sul massiccio del Monte Rosa
D'inverno, grazie anche all'innevamento programmato, il Mottarone si è ritagliato una nicchia, tra i grandi comprensori bianchi delle Alpi Occidentali, per uno sci “familiare”, con una buona scelta di piste facili e medie adatte a bambini e principianti. Per chi vuole abbronzarsi, con il sole presente da mattina a sera, non c'è luogo migliore. Ottime anche le ciaspolate fino in vetta su dolci pendii, con sicuri percorsi a piacere, partendo da quote anche basse negli inverni di buon innevamento.
Pendici del Mottarone: facili ciaspolate ed escursioni con eccezionali vedute
Nelle altre stagioni ormai il luogo è un "must" per il parapendio, grazie alla comodità di accesso in automobile e a una posizione "strategica" con generose termiche per panorami unici e, soprattutto, per gli appassionati delle due ruote. I 13 km da Armeno al Mottarone, percorsi più volte da gare professionistiche, sono un bel banco di prova e ormai una "classica" per i cicloamatori, mentre per i mountainbikers tutto il massiccio è percorso da ottimi percorsi downhill su entrambi i versanti. Per i più sedentari, dopo il sole...un consiglio. Da non perdere la toma del Mottarone, dal colore giallo paglierino e dal profumo intenso di pascoli di montagna, prodotta da una cooperativa locale... tra l'altro con un punto vendita aperto anche la domenica mattina.

lunedì 6 ottobre 2014

Capo d'Otranto, a Oriente l'incontro dei mari


E anche questa... bisogna andarsela a un po' cercare, perché pur essendo una località, per così dire, da “record”, non è molto pubblicizzata, anzi passa del tutto inosservata, se non si fa un po' di attenzione, come spesso capita in Italia per tanti luoghi di misconosciuta bellezza.
Per certi versi è meglio così, è un posto che è bello scoprire in piena tranquillità. Chi ha la fortuna di trovarsi a fare una vacanza in Salento, non può lasciarsi sfuggire l'occasione uno spettacolo paesaggistico (...e geografico) unico. Stiamo parlando di Punta Palascìa, meglio conosciuta come Capo d'Otranto, il luogo più orientale dell'Italia dove, come “bonus”, le convenzioni nautiche fanno incontrare le acque del Mare Adriatico con quelle del Mar Ionio.
Per arrivarci bisogna percorrere una strada panoramica sulla costa… adriatica o ionica, a seconda se si parta dalla stupenda  cittadina salentina (tra i patrimoni dell'Unesco) di
Un tratto di costa tra porto Badisco e Capo d'Otranto

Otranto, cioè da nord o da Porto Badisco, da sud (questa l'opzione migliore). In entrambi i casi, cinque chilometri per arrivare a un'installazione militare ben riconoscibile ovvero la stazione meteorologica dell'aeronautica di Punta Palascìa.
E il Capo? Lasciata l'auto, in vicinanza dell'area cintata parte un sentiero pedonale che in breve la aggira per poi entrare in un vero e proprio “altro” mondo. Poche decine di metri in discesa, ed ecco che gli unici rumori sono quelli del mare e del vento; tra le piantine di capperi, una scabra vegetazione e rocce sbiancate dagli elementi, 


occhieggia la bianca mole del faro, per la verità oggi in stato di semiabbandono.
In pochi minuti lo si raggiunge, e si può avere l'ebbrezza di essere per un momento le persone più “orientali” d'Italia e, se si è mattinieri, di assistere per primi all'alba sulla Penisola italiana. Davanti a sé l'incontro dei mari e, in caso di giornata con cielo limpido, le frastagliate coste albanesi, dall'altra parte del mare... 

Che dire di un luogo “magico” come questo: fossimo in un altro paese probabilmente sarebbe stra-segnalato e ben curato, ma di certo perderebbe la sua intensa e solitaria poesia. Nel dilemma, preferiamo la seconda opzione... altrimenti che scoperta turistica sarebbe?

giovedì 2 ottobre 2014

Cilento: sole, sirene e … che dieta!


Cilento...che mito! Lo si può dire davvero per questa subregione della Campania affacciata sul Tirreno. Un articolato promontorio compreso tra le cittadine di Agropoli - poco oltre la piana del Sele - e di Sapri, presso il confine con la Calabria.
Luoghi un po' discosti dalle grandi direttrici, vi si arriva infatti solo su strada statale dopo essere usciti dalla A3 a Battipaglia. 
Il fatto che proprio qui, e precisamente nel borgo di Castellabate, sia stato ambientato il film campione di incasso “Benvenuti al Sud” non è un caso ed è anzi
La piazzetta di Castellabate location del film "Benvenuti al Sud"

sintomatico. Il Cilento è un “concentrato” di tutto quanto di meglio possa offrire il Meridione italiano: acque pulite, gente ospitale, cucina sana e generosa e... mito, nel vero senso della parola!

Sì, perché due tra i grandi poemi dell'antichità, Eneide ed Odissea, hanno qui trovato ideali, per così dire, “location”.

A Palinuro, sfortunato nocchiero dell'eroe Enea, è intitolato lo spettacolare sperone di roccia, situato a sud di Pisciotta, sferzato dalle onde del Tirreno mentre più a nord, oltre Acciaroli, un'isoletta è intitolata a Licosa, per meglio dire Leucosia, una delle tre sirene al cui canto ammaliatore Ulisse dovette resistere.
Lasciarsi cullare dalla suggestione è facile e molto piacevole anche perché, in entrambi i casi, è possibile effettuare una comoda escursione a piedi, accompagnati dal frinire delle cicale (“colonna sonora” già altamente evocativa di atmosfere mediterranee) che conducono al faro di Capo Palinuro e ai suo spettacolari faraglioni
a strapiombo sulla costa e, nel secondo caso, fino a trovarsi di fronte all'isoletta di Licosa.
Uno spettacolare faraglione presso Capo Palinuro

Per la “casa” delle sirene il percorso è un po' più lungo, circa 4 chilometri su stradina sterrata partendo dalla baia di Ogliastro Marina, ma vale veramente la pena  addentrarsi in un'area forestale protetta, tra macchia mediterranea e uliveti, arrivando allo scoglio del mito e magari farsi un bel bagno ristoratore.
L'isoletta delle sirene, Licosa
Se per le spiagge cilentane parlano eloquentemente le numerosissime “bandiere blu” conquistate da quasi tutte le località costiere, l'entroterra vale scoperte turistiche sorprendenti con la possibilità di brevi tour, ovviamente da affrontare a velocità ridotta e sostando in meravigliosi villaggi dove pare che il tempo si sia fermato: per esempio a Celso e  Galdo (cui si sale in breve da Acciaroli), frazioni di Pollica, appollaiate su una balconata panoramica sul mare. Luoghi dove le tradizioni resistono orgogliosamente (sempre meglio dare un'occhiata al calendario delle feste popolari) e dove può capitare di imbattersi, come a Galdo, in eleganti palazzi testimoni di un'antica nobiltà, ora trasformati in residenze turistiche al top.
Il portale di palazzo Galdi a Galdo Cilento
Un momento... e per “mettere le gambe sotto il tavolo”? Il consiglio è quello di andare alla ricerca delle rustiche trattorie dei paesini del “monte”; capita ancora di trovare menu dove campeggiano semplicemente “maccheroni al pomodoro”, “parmigiana di melanzane” o “salsicce al sugo” al posto di astrusità linguistiche che spesso vanno a coprire clamorosi bluff anche in celebrati ristoranti. Ci attendono mangiate ruspanti ma spettacolari, con sapori autentici e impareggiabili. Del resto proprio il Cilento è la patria della cosiddetta “dieta mediterranea” (dal 2010 patrimonio mondiale dell'Unesco) “inventata” dal fisiologo americano Ancel Keys che si innamorò perdutamente di questi luoghi 
tanto da trasferirsi nel borgo di Pioppi, altra frazione di Pollica, dove studiò a lungo i benefici di questo regime alimentare: Keys morì infatti nel 2004 a 101 anni...  non si può dire certo che non sia stato un testimonial efficace della “mediterranean diet”.