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mercoledì 5 novembre 2014

Tricase: orecchiette... al buio del Salento


Poco pubblicizzate, le sorprese dell'entroterra salentino hanno un autentico sapore di Meridione italiano: baciato dal sole, orgoglioso delle sue tradizioni, ruspante, un po' anarchico e un po' terra di nessuno. Un mix di sensazioni forti, da provare lasciando per un attimo le malìe di un mare indimenticabile. Galatina, Nardò, Maglie, Casarano, Specchia... nomi che ai più dicono poco, persi nel cosiddetto “tacco” dell'Italia.
Il toponimo Tricase, poi, suggerisce un'umiltà intrinseca, quasi a volersi nascondere. In realtà è una cittadina tutt'altro che secondaria, di quasi 20.000 abitanti nella provincia di Lecce, un tempo sede di una fiorente manifattura di tabacchi e ricordata anche per rivolte operaie represse nel sangue. A quattro chilometri dalla costa adriatica (anche se convenzionalmente l'Adriatico finisce a Otranto) e non lontano da Capo Santa Maria di Leuca, capitarci lì, magari dopo un piccolo tour nelle Serre salentine (modeste alture di antichissima origine) vuol dire fare quelle piccole e preziose scoperte che qualsiasi centro dell'Italia “minore” sa offrire. Intanto, salendo da Tricase Porto si può sostare per foto di rito sotto le frasche della monumentale (4,25 metri di circonferenza del tronco) e secolare quercia vallonea "dei cento cavalieri", così detta per aver offerto ombra all'imperatore Federico e alla sua corte. Poi, in paese, addentrandosi nel centro storico, si può ammirare il trionfante barocco delle sue numerose chiese, come la decoratissima San Domenico, che si apre in piazza Pisanelli - salotto buono e anima della cittadina - contrappuntata dal severo castello dei principi Gallone (XVI-XVII Sec.). 
Piazza Pisanelli a Tricase con la chiesa di S.Domenico
Una struttura, quest'ultima, tanto imponente che, al tempo della sua edificazione, diede adito alla leggenda di contare addirittura su 365 stanze, una per ogni giorno dell’anno. 

Se si ha la fortuna di capitare, nel mese di agosto, durante la fantasmagorica festa patronale di san Vito, vera "esplosione" (è il caso di dire) di tradizione, si può assistere allo spettacolo pirotecnico dell' "incendio di Palazzo Gallone", preceduto dal decollo di variopinti palloni aerostatici e dalla consegna delle chiavi della città alla statua di San Vito.
"Incendio di Palazzo Gallone" a Tricase, durante la festa patronale di sSan Vito
Portarsi via qualcosa da Tricase? Intanto c'è la possibilità di acquistare coloratissime ceramiche artigianali che sembrano imprigionare la solarità di questi luoghi e poi... non c'è che da deliziare il palato con i sapori più autentici della cucina salentina di terra. Il consiglio è di fare una puntata in una frazione di Tricase, Lucugnano, il cui nome pare derivi proprio dal patronimico romano "Lucullo", da sempre associato a "magnate" favolose. Un must del posto è una stretta stradina a "L" che nelle sere d'estate si trasforma in men che non si dica in una trattoria "en plein air", in cui il profumo del basilico proviene da sotto i tavoli, dove generosi mazzi hanno la funzione di tener lontani fastidiosi "ronzii" alati estivi. Questa è "Iolanda": antipasti tradizionali con fritture di verdure e polpette di patate, sottaceti che riescono nel piccolo prodigio di piacere anche a chi non sopporta l'aceto, sagne 'ncannulate - pasta salentina per eccellenza, anche nella variante d'orzo - spiedini di carne e salsicce e, naturalmente, orecchiette alle cime di rapa stellari. Si ritorna alle rispettive basi più che soddisfatti, ma occhio a non perdersi, perché le strade dell' entroterra salentino, in "notturna", sembrano quasi il contrappasso per il gran sole del giorno, ovvero... buio pesto, spesso anche negli incroci e alle rotonde. Ma anche questo, se vogliamo, è il Sale...nto di una piccola avventura.

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