Google+ Followers

Google+ Followers

martedì 30 dicembre 2014

Garmisch 1936 e quella medaglia dimenticata dei "non" campioni olimpici


Molti anni fa, non ho idea se ciò ancora accada oggi, un “must” dell'inizio della terza liceo classico era lo studio di un interminabile carme che ti faceva capire che l'estate era, inesorabilmente, finita: “I sepolcri” di Ugo Foscolo. Questo “andar per tombe”, metaforicamente parlando, lo percepivo come qualcosa di una pesantezza, appunto, “mortale”, merito ovviamente anche delle solite noiosissime lezioni e del fatto che, fuori, l'aria di inizio autunno era ancora tersa, tiepida, tutt'altro che cimiteriale. Luogo da rimuovere, il cimitero? Allora si pensava assolutamente di sì, complice pure l'odiatissima insegnante di italiano... poi, col passare degli anni, nel girovagare di qua e di là, ogni tanto ti sorprendi a fare visite, di carattere - con rispetto parlando - “turistico”, nei camposanti di paesi e città. In effetti ci sono sempre molte cose da vedere, da imparare, da studiare, da meditare. Così capita, nel cimitero di in un paesino di poche centinaia di abitanti, di imbatterti in una sepoltura che ti invita a “fare conoscenza” di una persona che ti ha preceduto. Specie se ti imbatti in un grande. A Formazza, estremo villaggio walser del nord del Piemonte, c'è la tomba di un, diciamo così, “non-campione olimpico”, Sisto Scilligo (1911-1992). In realtà la sua brava medaglia d'oro l'aveva vinta in Germania, durante le Olimpiadi di Garmisch del 1936, a tre anni dallo scoppio della rovinosa Guerra Mondiale.

Da sinistra, Silvestri, Perenni, Sertorelli e Scilligo, la squadra militare italiana medaglia d'oro a Garmisch
Ma... andiamo per ordine. Ufficialmente a quei Giochi l'Italia non vinse neppure una medaglia di bronzo e si dovette così attendere fino all'edizione di Sankt Moritz del 1948 per vedere un italiano sul gradino più alto del podio, Nino Bibbia, nello skeleton. Per la verità i nostri a Garmisch si comportarono anche bene, con, per esempio, un ottimo quarto posto nella staffetta di fondo 4x10, alcuni piazzamenti tra i “10” nello sci e anche una clamorosa vittoria della squadra di hockey su ghiaccio contro di Stati Uniti, sfiorando l'ammissione alle semifinali del torneo olimpico. C'era però un'altra gara, quelle delle pattuglie militari, una sorta di antesignana del moderno biathlon. Ebbene Scilligo, insieme ai compagni Luigi Perenni (in realtà il suo nome vero era Alois Prenn, ma l'italianizzazione allora era una regola) Stefano Sertorelli, e al capopattuglia capitano Enrico Silvestri la stravinsero. Le cronache del tempo affermano con ovvia enfasi che: “L'Italia ha conquistato a Garmisch il più ambito alloro delle Olimpiadi invernali... nessuno era stato audace da pensare che i nostri alpini potessero avere la meglio sulla forte rappresentanza delle pattuglie sciatrici scandinave”... E allora? 
La pattuglia azzurra festeggia dopo la conquista della medaglia d'oro
Il fatto è che quello sport era stato inserito (per il volere dello stesso Hitler) nel programma olimpico, ma solo come disciplina dimostrativa, e fu così che quella vittoria non contò nel medagliere. Quindi quella medaglia vinta sui campi da sci, ovviamente strumentalizzata dal regime ma assolutamente prestigiosa, risultò, di fatto, quasi dimenticata, tornando alla luce solo in questi ultimi anni. Che dire, di fronte all'umile tomba di Scilligo e alla sua grande e particolare vicenda sportiva? Che, in un flash, tornano in mente, dopo tanti anni, le parole del Foscolo:

“...A egregie cose il forte animo accendono
l'urne de' forti...

domenica 21 dicembre 2014

AUGURI DI BUON NATALE A TUTTI!


Le immagini che vedete nel breve video pubblicato su YOU TUBE (musica Christmas Day di Tomasz Bylina) sono di un antico presepio della Val d'Ossola, scolpite oltre due secoli fa. L' ignoto artista volle donare ai personaggi del Natale le realistiche sembianze dei suoi compaesani, giovani e anziani, borghesi o militari, umili o benestanti che fossero. Con questo, auguro un Buon Natale a tutti quelli che, anche se non mi conoscono, hanno avuto il buon cuore e la pazienza di leggermi.

LINKATEVI SU YOU TUBE E BUON NATALE A TUTTI! 

giovedì 18 dicembre 2014

La morte sospesa e il pietoso "rito del respiro"

Esistono luoghi dove si percepisce l'anima pulsante della terra. Senza andare a scomodare religioni newage, studi di geobiologia o radioestesia, è proprio lì, in quei luoghi, dove, quasi automaticamente, fermandosi ad ascoltare con tutti i propri sensi, ci si mette in sintonia con vibrazioni ancestrali e si ha la netta sensazione di essere a contatto con qualcosa di più grande e misterioso. Un'esperienza derivante dalla suggestione? Può essere, ma se la si prova, questo “qualcosa” ci entra dentro.
Forse è lo stesso tipo di sensazione che deve aver indotto antichi progenitori a edificare un'ara, un tempio, un santuario proprio in quel luogo, isolato, “sacro” quasi per vocazione.
Il santuario della Madonna della Gelata a Soriso (Novara)
La natura attorno all'Oratorio di Santa Maria della Gelata a Soriso, piccolo borgo non lontano dal Lago d'Orta, in Alto Piemonte è, intrinsecamente, suggestiva, proprio nel vero senso del termine, cioè che “suggerisce” qualcosa. Immersa nel bosco, si erge scenograficamente al termine di una lunga scalinata, dominando una piccola e ombrosa valletta. Non lontano, sgorga una fonte, praticata da tempi immemorabili, che già riconduce a un'idea di acqua lustrale.
L'antica fonte della Gelata
E' infatti questo un luogo di prodigi... addirittura di resurrezioni. Qui, quando, un tempo, la mortalità infantile mieteva miriadi di piccole vittime, si svolgeva un pietoso rito: quello del “Respiro”. I piccoli nati morti non potevano essere sepolti in terra consacrata, così compassionevoli processioni portavano i corpicini al cospetto dell'effigie della Madonna, in modo da cogliere almeno un barlume di vita e poter  celebrare un frettoloso battesimo. 
La sacra effigie della Madonna
Un segno, bastava un minimo segno per aspergere sul capo del bambino l'acqua santa purificatrice; solo in questo modo la sua anima avrebbe potuto salire in Paradiso, senza essere privata, nel Limbo, della visione di Dio. In genere si appoggiava una piuma sulla bocca del piccolo e, tra le preghiere incessanti di una fede antica e l'intensa emozione del momento... ecco il fremito della piuma indotto dal respiro del bambino e... il miracolo di un brevissimo ritorno in vita. Esistono autorevoli studi che trattano specificamente di questo rito, tipico delle zone alpine e prealpine della Alpi Occidentali,  una tradizione che ha resistito fino alla fine dell'Ottocento, per poi spegnersi definitivamente all'alba del Secolo Breve. 

Ma, al di là di tutto, è in luoghi come questo dove si sente davvero il “respiro” della natura, dove ci si può abbandonare a un intenso coinvolgimento emozionale, dove rivive, e questo è davvero un piccolo miracolo, la memoria di percorsi umani che, sebbene non ce ne accorgiamo quasi mai, sono dentro di noi.

lunedì 15 dicembre 2014

Val di Chio, entrando in un' "altra" Toscana

A volte l'istinto del turista-viaggiatore ti induce a fare scelte non razionali. Percorrendo la strada che unisce Arezzo a Cortona e al lago Trasimeno, non si sa proprio che cosa ti faccia deviare all'interno, in direzione di una piccola valle e di paesini dalle ignote denominazioni. Forse la voglia matta di risentirsi un po' bambino, alle prese con l'adrenalina di piccole-grandi esplorazioni. Comunque sia, un valore aggiunto lo si trova subito: poter finalmente guidare a 30 all'ora, senza avere alle calcagna il solito e odiosissimo suv, impaziente di superarti a qualsiasi condizione. Poi, togliendosi dalla statale, c'è la possibilità di ammirare dal basso la cittadina di Castiglion Fiorentino, adagiata scenograficamente su un colle. Ma non siamo in provincia di Arezzo? Scherzi della toponomastica legati a vicende storiche che raccontano lotte per assicurarsi il dominio di un borgo in posizione strategica nel territorio del Granducato.
Panorama della Val di Chio, in primo piano la Collegiata di San Giuliano di Castiglion Fiorentino
Già questo fatto ti suggerisce di essere in un luogo particolare, anche perché Castiglione è un po' un confine tra due mondi, la fertile e animata Val di Chiana da una parte e quel discosto solco vallivo che abbiamo iniziato a percorrere, che si chiama Val di Chio, dall'altra. Tornando alla nostra esplorazione dal sapore bambinesco, l'esordio in effetti ha qualcosa di ludico, con la strada che supera torrenti e canali tramite dossi quasi da “montagne russe”... ma presto si entra decisamente in un'altra dimensione, attraversando l'uno dopo l'altro, piccoli agglomerati. E' un po' “un'altra” Toscana, differente da tutte le altre, forse una Toscana “del silenzio” - certamente diverso da quello della non lontana Verna - in cui parla una natura solare e insieme un po' ombrosa, soprattutto man mano che ci si appropinqua nella valletta. Guardandosi intorno, dove non domina il bosco, i dolci declivi della val di Chio sembrano quantomai adatti alla coltivazione della vite e dell'ulivo e in effetti lo sono davvero. Ma questa vocazione ha anch'essa una storia particolare, essendo stata in gran parte “rigenerata” da due giovani donne, Lidia e Roberta. Sfidando pregiudizi maschilisti, con un pizzico di temerarietà hanno, a partire dal '96, riavviato una tradizione che si era fermata con la morte del capostipite della famiglia, ottenendo nel tempo un crescente successo. Persone speciali, che credono in una missione positiva del settore, al punto da ospitare da qualche tempo anche esperienze di agricoltura sociale al fine di favorire, attraverso la pratica sul campo, il reinserimento nella comunità di soggetti svantaggiati, soprattutto autistici.
Alcuni casali dell'alta Val di Chio dal Passo del Belvedere
La Val di Chio la si abbraccia con lo sguardo dall'alto, quando, risalendone il fianco sinistro, si arriva a scollinare al passo del Belvedere dove la strada continua: una sorta di hic sunt leones verso altri luoghi ignoti da esplorare.
A proposito quanto è stata lunga questa deviazione? Ah sì, solo 12 km, sufficienti a scoprire l'ennesimo microcosmo italiano.

mercoledì 10 dicembre 2014

Globalizzazione alata nella Pianura Padana


Vagabondando nelle pianure dell'alto Piemonte... uno strano incontro, faccia a faccia con il Threskiornis aethiopicus, sarebbe meglio dire “faccia a becco”, viste le caratteristiche del soggetto. Tradotto in italiano, suona con un nome molto meno astruso, ovvero “Ibis sacro”.
Un giovane  esemplare di ibis sacro tra le stoppie delle risaie
Si tratta di un grosso uccello, dall'apertura alare di oltre un metro, che gli studiosi classificano dell'ordine dei “pelecaniformi”, ossia simile ai pellicani, che si caratterizza appunto da un grosso e inconfondibile becco ricurvo e una colorazione bianca e nera.

Una sagoma e un attributo che ricordano qualcosa. Nomen omen, in effetti il nostro volatile ci riporta alla teogonia dell'antico Egitto e a immagini stilizzate che lo identificano con Thot, divinità della sapienza e della magia, raffigurato con testa di ibis. Già... ma che cosa ci fa, qui, in Italia, questo uccello dai tratti esotici? In effetti, è un ospite stabile della plaghe risicole solo da una quindicina d'anni o poco più... ma come ci è arrivato?
Gruppo di ibis nella campagna novarese con una "nostrana" cornacchia grigia

Altro caso di una “globalizzazione” animale sempre più frequente (si pensi a specie ittiche un tempo insolite e oggi comuni nel Mar Mediterraneo) o c'è dell'altro? Sono state formulate almeno due ipotesi: l'una che vede questa “colonia” di pennuti, che ormai conta su diverse centinaia di individui, originarsi da alcuni esemplari liberati o sfuggiti dalla cattività, l'altra suppone che gli uccelli “italiani” provengano da “un'emigrazione” dalle terre francesi. O magari, ricordando il dio Thot, si tratta di una semplice e ignota magia animale... fatto sta che i “becchi curvi bianconeri” si trovano talmente bene da noi che stanno colonizzando anche altre parti della Pianura Padana e non solo, visto che sono stati segnalati anche in Toscana. E gli altri uccelli, intesi come quelli autoctoni, come hanno accolto questa nuova presenza?
Guardando, nelle stoppie del riso, zampettare insieme gli ibis con i “nostrani” aironi o garzette o le onnipresenti cornacchie, non sembrerebbe in maniera ostile... e anche gli ornitologi per il momento sono cauti nel paventare una possibile competizione sul cibo o sulla nidificazione con i volatili “italiani”. In ogni caso, questa acquisizione faunistica ha dato un tocco di novità al panorama dei birdwatchers o dei semplici osservatori della natura. Considerando poi che proprio in Egitto, il Threskiornis aethiopicus, risulta sostanzialmente estinto, che sia proprio l'Italia la terra promessa degli ibis?

giovedì 4 dicembre 2014

Toccare con mano l'anima dell'Italia centrale? Si può... in una cittadina umbra dal nome di donna


E' un' Umbria, per così dire, “minore”, quella della città dal nome di donna, Amelia. Certo non può reggere in confronto con ben più famosi e frequentati centri della “cuore verde” della Penisola, eppure oltre a esser una sorta di esemplare rappresentazione dell'anima dell'Italia centrale, si caratterizza per una sua marcata "anima femminile". Vederla da lontano, arroccata su un poggio calcareo, con le case strette l'una all'altra, suggerisce un ritorno a un passato d'armi, di scorribande, di capitani di ventura, di signorie in lotta, di contrade, di colori e di squilli di tromba.
La cittadina di Amelia, in provincia di Terni
Avvicinandosi, la si vede compresa, quasi presentandosi con ritrosia, in una potente cortina di antichissime mura megalitiche, comunicante verso dall'esterno tramite porte d'entrata immediatamente pronte a richiudersi a difesa. Una città dal nome di donna (anche se il toponimo deriva dal leggendario fondatore, re Ameroe) che, quasi ovviamente, è consacrata alla Donna per eccellenza. Entrando nella parte antica della città, attraverso la
"Porta Romana" si legge chiara l'iscrizione: Civitas Mariae Virginis in nomine Jesu a terraemotu liberata a.d. MDCIII, ovvero, "liberata per intercessione della Vergine dal rovinoso sisma umbro-abruzzese del 1703".
La cosiddetta "Porta Romana"
E si sale - spesso non si può fare altro in una cittadina dell'Italia centrale -  lungo la strada principale, via della Repubblica, per arrivare alla cima del colle, dove ai piedi della millenaria torre non può che ergersi la chiesa madre, dedicata, ancora una volta, a una donna: Fermina (o Firmina), martire ro
mana e patrona di Amelia. Secondo il racconto agiografico la giovane era figlia del praefectus urbis Calpurnio. Si narra che un consularis, di nome Olimpiade avrebbe tentato di sedurla, ma la virtù di Fermina lo condusse ben presto sulla via della fede. Una conversione che costò, qualche tempo dopo, a Olimpiade e alla stessa Fermina, la morte. All'entrata del Duomo si conserva una colonna romana dove la vergine, secondo la tradizione, subì il martirio.
Una ricetta tipica di quasi duecento anni or sono
Passando dal sacro al profano, ma restando sempre al femminile, se si è in buona compagnia, si consiglia di passare nello strettissimo “vicolo baciafemmine”... ed è possibile prolungare l'addolcimento delle labbra con la specialità locale, i “Fichi Girotti”: una ricetta che risale al 1830, nella quale i fichi, essiccati, vengono farciti con vari ingredienti come cioccolato, scorze d'arance, mandorle, noci ecc. 
E non è un caso che questa sia la specialità di Amelia... certo il fico sarà una parola "al maschile" ma i frutti commestibili - che combinazione - li produce solo la pianta femmina...

martedì 2 dicembre 2014

Sapri: "one hit wonder" per sito risorgimentale



"One-hit wonder", ovvero cantante noto al grande pubblico per un solo, formidabile, successo. Se dovessimo utilizzare lo stesso termine, ovviamente con il dovuto rispetto, anche nella poesia, allora Luigi Mercantini sarebbe a buon diritto nella schiera di chi è ricordato per un unico exploit. Per la verità, ce ne starebbe anche un altro, ovvero quello che risuona con il "Si scopron le tombe, si levano i morti, i martiri nostri son tutti risorti" dell'Inno a Garibaldi!, ma non è paragonabile al pathos di...

Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!
Me ne andavo al mattino a spigolare,
quando vidi una barca in mezzo al mare:
era una barca che andava a vapore;
e alzava una bandiera tricolore...
Sì, la Spigolatrice di Sapri, questo il grande "hit" del poeta marchigiano di Ripatransone con il suo famosissimo incipit, è qualcosa che rimane impresso nella memoria, sebbene la poesia (e anche la storia) risorgimentale sia ormai divenuta un po' obsoleta nelle italiche scuole. Al di là di ogni considerazione relativa al rivoluzionario, sfortunato e un po' velleitario tentativo del patriota Carlo Pisacane e dei suoi "trecento" di affrancare il Meridione d'Italia dalla monarchia borbonica, è strana la sensazione che si prova in quel di Sapri, ritrovando i luoghi descritti in quella poesia.
La baia di Sapri (Campania) teatro della sfortunata spedizione di Carlo Pisacane
E' una cittadina nell'estremo lembo della Campania, al confine con la piccola porzione di Basilicata tirrenica, raccolta in una baia accogliente e piena di sole. Su uno scoglio, lo Scialandro, una sinuosa statua in vedetta rappresenta quella "spigolatrice", povera lavoratrice dei campi,
La statua che rappresenta la "Spigolatrice di Sapri"
scelta per il "punto di vista" del poeta. E' un vero contrasto, quello che associa questo paesaggio tanto accogliente (con acque limpide segnalate dalla "bandiera azzurra", proprio vicino alla statua) all'epica tragicità di quella poesia...
...Mi feci ardita, e, presol per mano,
 gli chiesi: «Dove vai, bel capitano?»
 Guardandomi, rispose: «Cara sorella...
vado a morir per la mia patria bella»...
Un luogo risorgimentale "strano" (anche se la località dello sbarco non fu precisamente qui) molto diverso da altri, dove sacrari, ossari, lapidi e altro, introducono il visitatore nell'atmosfera di una storia quasi percepita "in bianco e nero".
Nel 1952 anche un film prese spunto dalla vicenda di Sapri
Difficile pensare a quell'estate del 1857, quando la morte di quei giovani si abbracciò a una natura benevola: un connubio stridente cui spesso non si fa caso, ripensando a guerre o battaglie. Sensazione colta in pieno in tempi moderni in un'altra indimenticabile poesia in musica, la
Guerra di Piero, di un artista, certo non "one hit wonder", come Fabrizio De Andrè...
dormi sepolto in un campo di grano 
non è la rosa non è il tulipano
 che ti fan veglia dall'ombra dei fossi 
ma sono mille papaveri rossi”


mercoledì 26 novembre 2014

E dalle nebbie spuntò il castello di Don Rodrigo

E' uno dei tanti paesi italiani per i quali non ti sogneresti di programmare una visita o anche solo di fermarti nel caso si passasse da quelle parti. Oltretutto si trova in una posizione semiperiferica, lambito da una strada regionale che conduce in Valsesia, dove si susseguono, l'uno dopo l'altro, borghi ai piedi di antiche colline moreniche. Il primo tra questi, salendo da Novara, è Briona, poco più di mille abitanti. A differenza dei successivi può vantare un atout paesaggistico di un certo rilievo.

...Il palazzotto di don Rodrigo sorgeva isolato, a somiglianza d'una bicocca, sulla cima d'uno dei poggi ond'è sparsa e rilevata quella costiera...Appiè del poggio, dalla parte che guarda a mezzogiorno, e verso il lago, giaceva un mucchietto di casupole, abitate da contadini...


La rocca di Briona (Novara), un tempo dimora del "Caccetta", personaggio cui forse si ispirò Manzoni

Una descrizione che sembra adattarsi perfettamente al castello, sarebbe meglio dire, alla "rocca" di Briona che domina, dall'alto di una collina, il paesello e la pianura sottostante. Costruzione di una certa imponenza, d'origine antichissima, passata nei secoli di mano in mano a varie signorie come i Visconti e gli Sforza, si lega in particolare a un personaggio di cui fu dimora, Giovan Battista Caccia, detto il Caccetta, nobile ribaldo vissuto a cavallo dei secoli XVII e XVII. Un individuo le cui malefatte e crudeltà (compresi rapimenti di giovani fanciulle da marito) potrebbero aver ispirato il Manzoni nel dipingere l'immortale figura di Don Rodrigo per i suoi "Promessi Sposi". Una tesi (peraltro controversa) avallata anche da un noto scrittore come Sebastiano Vassalli. Tra l'altro è stato recentemente scoperto, grazie a studi d'archivio, una sua cuginanza acquisita con Marianna de Leyva, meglio conosciuta come la Monaca di Monza. Non mi addentro oltre, perché, in casi come questo, deve vincere comunque l'immaginazione che vede un Manzoni scartabellare tra antichi documenti seicenteschi e imbattersi nella figura emblematica e ispiratrice per i suoi del crudele signorotto del villaggio brionese. Che, sia detto, trovò la morte in quel di Milano nel 1609, decapitato a Porta Tosa. Oggi il castello, di proprietà privata, si può normalmente ammirare in tutta la sua austera bellezza dall'esterno, meglio in prossimità delle case immediatamente sottostanti il maniero.
Doppio arcobaleno su Briona
Tutto qua a Briona? No, ovviamente. Non considerando che il paese si fregia dell'altisonante titolo di “Città del vino” (per la verità molto abusato in Italia) per i suoi vigneti e le sue cantine, nonché “del miele”... dopo una bella passeggiata al di là della roggia Mora (così detta perché ampliata alla fine del XV secolo da Ludovico il Moro) si può fare un giro al cimitero. Necroturismo? Niente affatto, all'interno del camposanto, si erge un misconosciuto gioiello del romanico piemontese, la chiesa di Sant'Alessandro (XII secolo) ricca al suo interno di affreschi di varie epoche. Non visitabile anche questa? Naturalmente sì, però almeno ci si può rivolgere al Comune per farsela aprire, visto che le chiavi sono lì. Di ritorno verso il castello, una sosta al minuscolo Oratorio della Mora. Chiuso anche quello? No, questa volta no. Aprendo la porticina ci si sente quasi abbracciati, vista la piccola volta a botte, da una serie di affreschi tardogotici raffiguranti una teoria di santi (forse... è per intercessione loro che la piccola cappella è aperta) più la “povera” effigie del demonio, ormai non più riconoscibile, che non ha resistito nei secoli alle offese scaramantiche del popolo.
Gli affreschi tardogotici dell'Oratorio della Mora
Ci sarebbe anche dell'altro nel borgo piemontese di Briona... infatti nella chiesa parrocchiale sta per venire completamente alla luce un altro ciclo di pregevoli affreschi medioevali... ma, se è l'ora in cui si sente “un certo languorino”, allora la strada è obbligata. Si deve andare a Proh, proprio con l' “h” finale, frazione di Briona, da tempo vocata, nelle sue due trattorie, alla classica “paniscia” novarese. Ma prima il consiglio è di passare nelle vicinanze, rigorosamente a piedi, sull'antico ponte romanico a schiena d'asino sulla roggia Mora, luogo legato in epoche lontane alla riscossione di gabelle e dazi. Al ponte è legato un detto popolare
"va a ciapei sul punt da Proù" ovvero "và a prenderli (i denari) sul ponte di Proh". Magari potreste ripeterlo all'oste, prima di pagare il conto...

martedì 25 novembre 2014

Aspettando la fine dell'ultima ora di... Barga


Alla ricerca di location letterarie... A volte sovvengono i tempi del liceo, molti anni fa, alle prese con estenuanti lezioni, cosiddette "frontali", con insegnanti dalla voce monocorde... tutti a testa bassa a scrivere appunti che, a sua volta, la "prof" stessa pedissequamente traeva dalle elucubrazioni di una miriade di noiosissimi critici. L'Ottocento italiano: Leopardi e Manzoni, Manzoni e Leopardi e ancora Leopardi e Manzoni (per quest'ultimo... appuntamento al prossimo post).
Qualche volta si intrufolava nei monologhi anche un Carducci o un Pascoli, ma quasi di "sfroso"... evidentemente non erano molto simpatici alla suddetta, che li liquidava in breve. Nelle ultime ore della mattinata  la mente tentava di sfuggire lontano, di volar fuori dalla scuola, libera.

Ma a che cosa serviva tutta questa poesia da studiare, tutti questi autori? Ogni tanto c'eri e ogni tanto non c'eri.
Il poeta Giovanni Pascoli
La mano era ormai anchilosata nel prendere appunti e talvolta sul foglio apparivano frasi sbocconcellate, ormai sconnesse. Un giorno, l'ultima ora di un soleggiato sabato di marzo, coincise con un'altra ora... quella di Barga. Ma che cosa era mai questa Barga?

Al mio cantuccio, donde non sento 
se non le reste brusir del grano, 
il suon dell'ore viene col vento 
dal non veduto borgo montano: 
suono che uguale, che blando cade...
Dunque Barga era un "non veduto" borgo montano... Bello sarebbe essere adesso in montagna - pensavo - mentre la "prof" proseguiva imperterrita la monocorde lettura, intervallata dalle chiose del critico letterario Tizio o Caio.
...E suona ancora l'ora, e mi manda 
prima un suo grido di meraviglia 
tinnulo, e quindi con la sua blanda 
voce di prima parla e consiglia...

e... finalmente la campana, quella della scuola, suonò davvero il termine dell'ultima ora e quella poesia rimase così a metà, lasciando insoluto un quesito... ma dov'era 'sta Barga? E poi la "prof" non aveva detto che il "rifugio" del Pascoli era in quel di Castelvecchio?
Solo da "grandi" si possono capire certe cose e, finalmente, entrare in contatto con i luoghi d'ispirazione dei poeti e rileggere quei passi, questa volta in piena libertà e senza che nessun professore o critico letterario tenti di plagiarti con la sua più o meno personale e più o meno attendibile versione.
La torre campanaria del Duomo di Barga (Lucca) ispiratrice della poesia pascoliana
E si capiscono molte cose quando, da un lato a un altro di una valle giunge il suono di una campana e ci si ferma ad ascoltare. Ci si ferma. Perché è questo che bisogna fare, captando i suggerimenti dei propri sensi e della natura circostante. Si immagina, e sarà un'immaginazione certamente diversa da quella che il poeta tentava di trasmettere con i propri versi... ma non importa, è bello lo stesso. Così, risalendo la valle del Serchio, sopra Lucca, la reminiscenza scolastica non può che indurre a fermarsi in un piccolo borgo, Castelvecchio Pascoli, dove il poeta si illudeva di aver ricostruito, in mezzo alla natura, il suo "nido" natio di San Mauro, in Romagna. E' da qui, dalla sua casa, ora trasformata in museo, che si deve tendere l'orecchio, verso la torre  campanaria di Barga... ritrovata e riconosciuta, e finalmente si può entrare in sintonia con l'ispirazione poetica, quella che tanti anni prima sfuggiva inesorabilmente a uno studente liceale... ma anche alla sua "prof"...
...E suona ancora l'ora, e mi squilla 
due volte un grido quasi di cruccio, 
e poi, tornata blanda e tranquilla, 
mi persuade nel mio cantuccio: 
è tardi! è l'ora! Sì, ritorniamo 
dove son quelli ch'amano ed amo. 


mercoledì 19 novembre 2014

Ricette e campanile... sfida con riso, sul confine del “paniscia-graben”


Anche un paio di letterine possono fare la differenza... Nell'Italia degli ottomila comuni, dell'orgogliosa rivendicazione di tradizioni locali, del guardarsi in cagnesco tra dirimpettai, non possono certo mancare dispute di campanile su un patrimonio di grande importanza nel nostro pese come quello del cibo. Lotte al coltello (e anche... alla forchetta, al cucchiaio e cucchiaino) per dimostrare di essere migliori del proprio vicino.
Spighe mature di oryza sativa, il riso
Partiamo dalla Svizzera... Cosa c'entra la Svizzera? Ebbene, anche nella vicina Confederazione le "frammentazioni" non mancano, figlie naturali della plurinazionalità e del multilinguismo. Una di queste divisioni, la più nota, quella tra la Svizzera tedesca e la Svizzera francese ha preso il nome, guarda caso, dal tipico piatto a base di patate della regione germanofona, i rösti. E quel solco, il rösti-graben (fossato del rösti) - citato spesso dai media per rimarcare differenze più o meno sensibili tra le due etnie maggioritarie in Svizzera, dal punto di vista della mentalità o delle scelte elettorali o politiche - addirittura si identifica in un 
"confine" geografico che corre lungo la valle del fiume Sarine (in tedesco Saane) nel canton Friburgo (ovviamente bilingue). Detto questo, e prendendo a prestito la vicenda, quanti graben, grandi o piccoli, profondi o meno, abbiamo in Italia nel segno del cibo e delle preparazioni gastronomiche? Domanda a cui davvero è impossibile rispondere. Mi limito a citare quello di mia diretta conoscenza, il "paniscia-graben" che vede contrapposte fieramente due comunità (ovviamente) assai vicine: Novara e Vercelli. A Novara si fa la paniscia, a Vercelli la panissa, entrambi gustosi primi della tradizione culinaria popolare a base di riso. Ora, andando a spulciare qua è là in rete si leggono ricette, in entrambi i casi, con mille varianti (come spesso succede per preparazioni non “codificate”) e pareri, più o meno dotti, sulle similitudini o le differenze di questi due piatti.
Paniscia novarese dell'osteria dei Gatt di Lumellogno (Novara)
Addirittura alcuni autorevoli esperti sostengono, a torto, che due risotti siano sostanzialmente uguali. Affermazione quanto mai blasfema sia alle orecchie di un novarese che di un vercellese. Quali sono le differenze dunque? Tenuto conto dei segreti personali di ogni chef o casalinga/o, e quindi senza sconfinare nel "campo minato" della preparazione e dei dettagli, soprattutto riguardo al soffritto (in genere lardo e
salam d'la duja, ovvero salame sotto grasso a Vercelli, lardo e mortadella di fegato, a Novara) la panissa vede, tra gli ingredienti aggiuntivi al riso, la presenza preponderante dei fagioli; nella paniscia trovano posto invece  più verdure in diversa quantità, come verze, sedano, porri e, secondo i gusti personali, altre ancora. Si dirà, ben poca differenza. E invece no! Un palato appena attento coglie senz'altro una sensibile diversità nel gusto. Ma tornando al nostro "paniscia graben", anche quest'ultimo può coincidere con un elemento geografico, nella similitudine con l'omologo elvetico? Al posto del fiume Sarine, potremmo metterci, a questo punto, un altro fiume, il Sesia (che guarda caso a Vercelli chiamano diversamente: "la Sesia" e, in passato, è stato davvero un confine storico) che separa grosso modo le due province, contrapposte peraltro, come si conviene al "dna italico", da accese e antiche rivalità, soprattutto nei vicinissimi capuologhi. Ma, così come succede in Svizzera per il rösti-graben, è una scelta per comodità e convenzione, proprio perché esistono aree di "ibridazione"... senza contare che nella vicina Valsesia esiste pure, sempre a base di riso, la panizza
Una domanda però rimane nella… fondina: quale delle due preparazioni è la più buona? De gustibus, anche se, ovviamente per spirito di campanile, la mia scelta non può essere che una... e, per me, ciò che dà quel tocco in più nel legare ed esaltare al meglio tutti gli ingredienti è l'umilissima verza, meglio se già ammorbidita dalle prime brine invernali. A proposito, per assaggiare una vera paniscia novarese dove andare? Al di là delle rivisitazioni della ricetta popolare di luoghi più o meno chic, preferiamo una versione ruspante come quella dell'osteria dei Gatt di Lumellogno, frazione "contadina" di Novara. Paniscia e panissa: anche un paio di letterine possono fare la differenza... 

domenica 16 novembre 2014

Sbrinz, la "via" europea di un formaggio svizzero

Sbrinz, il suo destino europeo è già nel nome. Sì, perché si tratta di un formaggio svizzero, ma proprio svizzero al cento per cento, "battezzato" dagli italiani. Per conoscere la sua storia bisogna fare il solito viaggetto nel tempo, "atterrando" alla fine del XIV secolo, quando, in quel di Münster, nel Canton Vallese, si firmò una sorta di trattato di cooperazione internazionale tra le comunità al di là e al di qua delle Alpi, al fine di rendere transitabile ai commerci verso la Lombardia, tramite la costruzione di una mulattiera, il passo del Gries (2479m).
Il passo del Gries (2479 m), confine tra Svizzera e Italia, e il lago di Morasco
Per secoli il valico, oggi ai più misconosciuto (tanto che non ha neppure una sua voce autonoma su wikipedia italiano) fu una vera e propria "Via delle Genti", percorsa da un intenso passaggio di merci e mercanti. Ma per parlare di sbrinz su fonti storiche certe, bisogna andare un tantino più in là, quando, nel 1530, si trova citato un
Brientzer käss, ovvero un formaggio di Brienz (cittadina sull'omonimo lago nella Svizzera centrale) per indicarne la zona di origine. Qualche tempo dopo furono i milanesi, che apprezzavano assai quel cacio d'Oltralpe, a storpiarne il nome facendolo diventare "sbrinz", etimo che si affermò ben presto anche nella vicina Confederazione tanto da diventare "ufficiale", anche perché le esportazioni verso il sud consentivano degli ottimi affari ai casari e ai commercianti svizzeri. Ai tempi il trasporto era appannaggio di una sorta di cooperativa - diremmo oggi - l' "unione dei mulattieri", detti anche "someggiatori", termine che deriva appunto dalla soma degli animali adibiti a sopportare i carichi nelle lunghe tappe, 
attraverso gli alti valichi, dalla Svizzera centrale alla pianura. Una via naturale nord-sud, quella del Gries, percorsa, descritta e decantata anche da grandi uomini come Horace-Bénédict de Saussure che la praticò nel 1777 e nel 1783 e, addirittura, da Richard Wagner nel 1852. Ma nell'Ottocento il declino del passo fu accelerato dall'inaugurazione di vie più "comode", come la napoleonica strada del Sempione, per entrare definitivamente nell'oblio alla fine del XIX secolo con l'apertura del traforo ferroviario del Gottardo. Così il nostro sbrinz trovò altre strade per arrivare a deliziare gli italici palati.
La carovana della "Sbrinz Route" a Formazza con il prezioso carico trasportato a dorso di mulo
La gloriosa e secolare epopea del "formaggio transfrontaliero" non meritava però di essere dimenticata. Così da 11 anni a questa parte è stata proposta, oggi a cura di una specifica Fondazione con sede a Lucerna, una rievocazione di quei "gustosi" traffici, la "Sbrinz route": accompagnati da cavalli, muli e asini, "someggiatori" della Svizzera centrale in costumi storici e insegne dei rispettivi cantoni di appartenenza, ripercorrono 
come un tempo le vie dei padri, compreso il Gries,  con il prezioso carico (che viene anche regolarmente venduto) arrivando fino a Domodossola, scendendo per le valli Formazza e Antigorio.
I someggiatori scendono verso Domodossola
Un appuntamento fisso del mese di agosto, nel segno di una valorizzazione "slow" della tradizione, cui volentieri si affiancano escursionisti italiani e svizzeri, che ormai affrontano insieme anche il viaggio di ritorno nel segno di una rinnovato gemellaggio anche... caseario, visto che Formazza è la "patria" del rinomatissimo formaggio d'alpe Bettelmatt. Sbrinz?
Facendo il verso a un ormai più che stucchevole spot televisivo: "Svizzero? Sì, ma anche un po' italiano".

mercoledì 12 novembre 2014

Ariosto e l'anima antica della Garfagnana


Ogni tanto, astrarsi dalla fisionomia attuale di un luogo e ripensarlo nel passato...100, 500, 1000 anni or sono, può essere un piacevole gioco mentale. A volte è un'esercizio difficile, che necessita uno sforzo di fantasia, supportato almeno da qualche minima conoscenza storico-culturale.
Il borgo di Chiozza, frazione di Castiglione di Garfagnana
Altre volte fare “viaggi nel tempo” è più semplice... ed è quando si capita in luoghi che sembrano aver conservato un'anima, per così dire, “inscalfibile” allo scorrere dei secoli. Un'anima affidata alla natura.

...Qui vanno li assassini in sì gran schiera
ch'un'altra, che per prenderli ci è posta,
non osa trar del sacco la bandiera.

Saggio chi dal Castel poco si scosta!
Ben scrivo a chi più tocca, ma non torna
secondo ch'io vorrei mai la risposta.

Parole di Ludovico Ariosto per descrivere, non certo in maniera lusinghiera una terra dalle impenetrabili foreste, marca di confine del ducato Estense, refrattaria a piegarsi a qualsiasi potere esterno, la Garfagnana. Che ci faceva il grande poeta del Rinascimento italiano in mezzo a quelle montagne è presto detto: governatore inviato dal duca Alfonso d'Este in una regione da poco annessa ai suoi territori. Tre anni, dal 1522 al 1525, vissuti, quasi con lo spirito di un esiliato, nel maniero di Castelnuovo, centro principale della valle solcata dal fiume Serchio, e cadenzati da un fitto carteggio di ben 157 lettere con il suo signore.
Le fortificazioni e le mura di Castelnuovo Garfagnana
Se per un attimo si chiudono gli occhi e poi li si riaprono, le selve boscose, le aspre balze delle montagne, lo scorrere delle acque dei torrenti, i borghi a mezza costa raggomitolati su se stessi quasi a difendersi... non si riesce a immaginare una realtà molto diversa da quella di quasi cinquecento anni fa.
Sommocolonia, frazione di Barga, in Garfagnana
Resiste ancora quell'anima antica, fiera e un po' selvaggia che magari non riesce a piacere proprio a tutti, e che tuttora relega la vallata un po' ai margini del turismo di massa... ma forse è meglio così.
Non sembra un caso, quindi, che questa terra conservi tesori del passato anche nei suoi prodotti. Qui, in Garfagnana, si è salvato dall'oblio un cereale come il farro (un tempo alimentazione dei legionari romani) coltivabile sino ad un'altitudine di 1000 metri in piccoli appezzamenti, dal 1996 tutelato dal riconoscimento IGP, Indicazione Geografica Protetta; qui si lotta per conservare biodiversità quali il “formentone” conosciuto anche come “granoturco 8 file”, particolarissimo tipo mais; qui ci sono ancora strenui cultori di “frutta antica”, come mele e pere di varietà magari esteticamente poco attraenti, ma molto profilate nel gusto.
Gragnanella, frazione di Castelnuovo Garfagnana
Un consiglio è di andare in una discosta frazione di Castelnuovo Garfagnana, Gragnanella, dove davvero il tempo sembra essersi fermato; qui Olinto e Alessandra, titolari di un agriturismo, la sanno molto lunga in merito. Dimenticavo... si trova, guarda caso, in via del Respiro, un invito a fermarsi e a lasciarsi avvolgere dall'intenso profumo del passato.

lunedì 10 novembre 2014

Il profondissimo mistero delle acque del Livenza


Non è cosa da tutti i giorni, senza effettuare scarpinate in montagna più o meno lunghe, accedere alle sorgenti di un vero fiume, ma in Friuli si può. Ed è un incontro quasi magico con un'acqua trasparente, pulita, di un colore incredibile e unico, che appare all'improvviso dopo un misterioso percorso. Per la verità qui, a Polcenigo, non lontano dal capoluogo Pordenone, “paghi uno” (anzi non paghi, visto che lo spettacolo naturale è del tutto gratuito) e “prendi due” perchè le risorgive principali che alimentano il Livenza sono due: il “Gorgazzo” e e la “Santissima” (in verità ce n'è sarebbe una terza, il “Molinetto”, più a valle rispetto alle prime due).
Le acque de "Gorgazzo", poco dopo la loro risalita in superficie
Pare che il nome del fiume Livenza derivi dal latino Liquentia, dal verbo liquere, ovvero essere scorrevole. E le falde di alimentazione del fiume scorrono nascoste per un lungo tratto, prima della sua “nascita ufficiale", raccogliendo le acque del soprastante altipiano del Cansiglio, inabissatesi in profonde cavità carsiche prima dello sgorgare in superficie. Ai piedi di una parete rocciosa,  il “Gorgazzo”, conosciuto in lingua locale anche come El buso, presenta delle caratteristiche diverse rispetto alla più convenzionale “Santissima” (che si chiama così per la presenza di un chiesa trecentesca dedicata alla Santissima Trinità) 
La sorgente della "Santissima"
in quanto le sue acque, prima di fuoriuscire dalla roccia, preferiscono farsi ancora un "giro" molto più in basso, alimentate come sono da un profondissimo sifone carsico ascendente che, con una profondità di ben – 212 metri rispetto al piano di campagna, è considerato la sorgente più profonda d'Italia. In realtà, il mistero avvolge ancora il percorso ipogeo delle acque del Gorgazzo, che resta in parte del tutto sconosciuto anche alle esplorazioni degli speleosubacquei. Al di là di qualsiasi considerazione scientifica resta la meraviglia dell'incredibile colore delle acque della sorgente, così descritto nel 1877 dal geografo Giovanni Marinelli: "Prendete il colore dello smeraldo, quello delle turchesi, quelli dei berilli, gettateli in un mare di lapislazzuli, in modo che tutto si fonda e ad un tempo conservi l'originalità sua propria ed avrete la tinta di quella porzione di cielo liquido che si chiama il Gorgazzo!".
L'incredibile colore delle acque del "Gorgazzo" scaturite dalle profondità ipogee
Una descrizione iperbolica, eppure, provare per credere, azzeccata, per questa sorta di “laghetto fatato” che sembra voler nascondere la sua bellezza tra l'abbraccio di una verdissima vegetazione. Intorno alle sorgenti, percorsi naturalistici davvero alla portata di tutti e possibilità di ristoro per una piacevole gita. Tuttavia, avendo un po' di tempo in più, e per finire l'escursione in “gloria”, al di là del famosissimo “San Daniele”, il consiglio è di assaggiare  qualcosa di "diversamente buono" ovvero il prosciutto crudo di pianura friulana da Nonis, presso San Vito al Tagliamento (a sud di Pordenone) ristoro agrituristico dove si può finire la giornata in un trionfo di taglieri e grigliate miste e di sfiziosità suine di ogni genere. Le scorribande gastronomiche in terra friulana magari saranno un po' meno poetiche ma sicuramente potranno dare, per altri versi, altrettanta soddisfazione.

mercoledì 5 novembre 2014

Tricase: orecchiette... al buio del Salento


Poco pubblicizzate, le sorprese dell'entroterra salentino hanno un autentico sapore di Meridione italiano: baciato dal sole, orgoglioso delle sue tradizioni, ruspante, un po' anarchico e un po' terra di nessuno. Un mix di sensazioni forti, da provare lasciando per un attimo le malìe di un mare indimenticabile. Galatina, Nardò, Maglie, Casarano, Specchia... nomi che ai più dicono poco, persi nel cosiddetto “tacco” dell'Italia.
Il toponimo Tricase, poi, suggerisce un'umiltà intrinseca, quasi a volersi nascondere. In realtà è una cittadina tutt'altro che secondaria, di quasi 20.000 abitanti nella provincia di Lecce, un tempo sede di una fiorente manifattura di tabacchi e ricordata anche per rivolte operaie represse nel sangue. A quattro chilometri dalla costa adriatica (anche se convenzionalmente l'Adriatico finisce a Otranto) e non lontano da Capo Santa Maria di Leuca, capitarci lì, magari dopo un piccolo tour nelle Serre salentine (modeste alture di antichissima origine) vuol dire fare quelle piccole e preziose scoperte che qualsiasi centro dell'Italia “minore” sa offrire. Intanto, salendo da Tricase Porto si può sostare per foto di rito sotto le frasche della monumentale (4,25 metri di circonferenza del tronco) e secolare quercia vallonea "dei cento cavalieri", così detta per aver offerto ombra all'imperatore Federico e alla sua corte. Poi, in paese, addentrandosi nel centro storico, si può ammirare il trionfante barocco delle sue numerose chiese, come la decoratissima San Domenico, che si apre in piazza Pisanelli - salotto buono e anima della cittadina - contrappuntata dal severo castello dei principi Gallone (XVI-XVII Sec.). 
Piazza Pisanelli a Tricase con la chiesa di S.Domenico
Una struttura, quest'ultima, tanto imponente che, al tempo della sua edificazione, diede adito alla leggenda di contare addirittura su 365 stanze, una per ogni giorno dell’anno. 

Se si ha la fortuna di capitare, nel mese di agosto, durante la fantasmagorica festa patronale di san Vito, vera "esplosione" (è il caso di dire) di tradizione, si può assistere allo spettacolo pirotecnico dell' "incendio di Palazzo Gallone", preceduto dal decollo di variopinti palloni aerostatici e dalla consegna delle chiavi della città alla statua di San Vito.
"Incendio di Palazzo Gallone" a Tricase, durante la festa patronale di sSan Vito
Portarsi via qualcosa da Tricase? Intanto c'è la possibilità di acquistare coloratissime ceramiche artigianali che sembrano imprigionare la solarità di questi luoghi e poi... non c'è che da deliziare il palato con i sapori più autentici della cucina salentina di terra. Il consiglio è di fare una puntata in una frazione di Tricase, Lucugnano, il cui nome pare derivi proprio dal patronimico romano "Lucullo", da sempre associato a "magnate" favolose. Un must del posto è una stretta stradina a "L" che nelle sere d'estate si trasforma in men che non si dica in una trattoria "en plein air", in cui il profumo del basilico proviene da sotto i tavoli, dove generosi mazzi hanno la funzione di tener lontani fastidiosi "ronzii" alati estivi. Questa è "Iolanda": antipasti tradizionali con fritture di verdure e polpette di patate, sottaceti che riescono nel piccolo prodigio di piacere anche a chi non sopporta l'aceto, sagne 'ncannulate - pasta salentina per eccellenza, anche nella variante d'orzo - spiedini di carne e salsicce e, naturalmente, orecchiette alle cime di rapa stellari. Si ritorna alle rispettive basi più che soddisfatti, ma occhio a non perdersi, perché le strade dell' entroterra salentino, in "notturna", sembrano quasi il contrappasso per il gran sole del giorno, ovvero... buio pesto, spesso anche negli incroci e alle rotonde. Ma anche questo, se vogliamo, è il Sale...nto di una piccola avventura.

lunedì 3 novembre 2014

Quell'effimero valore aggiunto del paesaggio padano: le "rotoballe"



Dalle Alpi al Lilibeo - come si diceva una volta - ovvero in tutt'Italia, i paesaggi rurali hanno vissuto, una ventina d'anni or sono, un sorta di cambiamento epocale da "seconda repubblica". Mentre impazzava tangentopoli, la "rivoluzione" dei campi era affidata non a qualche pubblico ministero ma alle... rotopresse. Macchinari un po' inquietanti al traino di trattori che, in men che non si dica, "sfornano", perfettamente imballate in film plastici, enormi balle a forma di tronco di cilindro: le rotoballe, appunto.
Rotoballe a Mosezzo (Novara)...

Paglia di frumento o di riso, fieno e foraggi non fa differenza... il paesaggio rurale in pochissimo tempo cambia radicalmente aspetto, punteggiato da questa sorta di menhir vegetali che a volte vanno a sostituire più prosaiche balle a parallelepipedo. Sì perché, non si sa come, queste rotoballe danno un tocco di poesia in più al paesaggio: chissà, forse sarà la loro somiglianza a grosse biglie per qualche... passatempo di un gigante, arrivando a pesare anche oltre tre quintali.
...e a Palazzolo Acreide (Siracusa)
Fatto sta che se solo si immette la parola "rotoballe" in "ricerca immagini" di google, ci si accorge ben presto della profonda differenza tra quelle a parallelepipedo e quelle rotonde... nel senso che queste ultime, le nostre rotoballe, danno ispirazione a una miriade di fotografi (con tanto di vetrine facebook) che si sbizzarriscono nella reinterpretazione artistica di un paesaggio, magari normalmente un po' anonimo, grazie a questi elementi aggiuntivi. E ciò vale ancor più per i paesaggi padani, "condannati", si fa per dire, all'orizzontalità della pianura o all'ortogonalità (in genere) delle superfici coltivate.
Cilindriche o a parallelepipedo? Una scelta "di campo" per due "tocchi" diversi al paesaggio padano


Un dubbio ci sovviene, non è che queste rotondità, inconsciamente, riportino a quelle delle mitiche mondine, chinate nel loro massacrante lavoro nelle risaie? Che le rotoballe richiamino in noi la nostalgia di una Pianura Padana ormai perduta, pullulante dell'elemento umano?
Quando la campagna piemontese e lombarda pullulava di umanità: le "rotondità" delle mondine
Qualunque sia la risposta, quelle distese di rotoballe che improvvisamente appaiono e altrettanto velocemente spariscono per essere usate o insilate, sono un piccolo piacere, dal sapore un po' metafisico, anche per l' occhio di un fugace osservatore motorizzato.