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lunedì 13 febbraio 2017

"Arte Sella", natural experience in Valsugana...


“…Tra vent'anni la gente si accorgerà che c'è stata la creazione della natura che ha dialogato con l'uomo. Che è poi quello che l'uomo ha sempre fatto. La dimenticanza è solo la nostra di non sapere, di non riconoscere più”.

E’ stato un suggerimento di chi mi ha amorevolmente ospitato in un b&b a Bieno, il piccolo borgo “finestra” della Valsugana (Trentino) a condurmi ad “Arte Sella”. All’inizio non ho ben capito di cosa si trattasse, poi, vedendone un depliant illustrativo ho riconosciuto, scavando un po’ nella memoria, non visiva ma “televisiva”, la “Cattedrale vegetale”, l’opera (se così si può dire) più nota di questo straordinario percorso artistico-naturale… ricordavo infatti qualche servizio tv a riguardo.
La "Cattedrale vegetale" di Giuliano Mauri, opera-simbolo di Arte Sella
L’invito, così corroborato, è quindi accolto. Si va… ma un minimo di documentazione, prima, è necessario. Leggo qualcosa… cercando di entrare (o meglio, di immaginare) non in un percorso di Land Art, ma  in qualcosa di completamente diverso.

Mentre da Borgo Valsugana si sale in auto lungo una piccola e meravigliosa insenatura laterale, la Val Sella, la cosa che più mi colpisce nella lettura delle brochure che la compagna dei miei vagabondaggi mi sta facendo è relativa all’incipit di questa esperienza. “Fare Arte Sella”: nel 1986 un’idea del tutto “rivoluzionaria”, quella dei tre amici Carlotta Strobele, laureata in filosofia di origine austriaca, Emanuele Montibeller, commerciante e artista di Borgo Valsugana ed Enrico Ferrari, architetto, pittore e urbanista… creare un percorso in cui natura, arte e uomo si integrano in un insieme in continua evoluzione.  “Fare Arte Sella”, in quegli anni a Borgo Valsugana era diventato un comune e ironico modo di dire che indicava qualcosa di astruso, velleitario… in definitiva un inutile gioco di pochi. Fortunatamente quella felice e libera intuizione si è via via trasformata in un percorso che nel tempo ha raccolto l’adesione di artisti provenienti da tutto il mondo e che ormai richiama in questa discosta valletta alpina decine di migliaia di eterogenei visitatori ogni anno.

"Bosco geometrico" di Urs Twellmann
Appropinquandosi alla testata della valle, si lascia la macchina e si prosegue a piedi per un quarto d’ora circa su una stradina tra boschi e pascoli… già una sorta di “decompressione” prima di entrare in un più autentico contatto con l’ambiente naturale circostante. A Malga Costa la giornata è fredda e lattiginosa in questo strano inizio (senza neve) inverno 2016, che un po’ assomiglia all’autunno, ma ha ormai perso la sua completa vividezza cromatica. Si entra in un composito bosco misto, comunque luminoso… abeti, larici, betulle, carpini, faggi… ed ecco l’incontro con le creazioni artistiche, quasi tutte in legno o in materiali che, nel loro ciclo di trasformazione, con i dovuti tempi, saranno destinate a essere “riassorbite” nella natura.
"Vento di Sella " e "Attraversare l'anima" rispettivamente di  Anthony Howe e di Will Beckers
E’ questo il senso del progetto artistico, un’osmosi tra uomo “artista-non protagonista” e natura in continuo divenire, anche se non immediatamente percepibile, completamente nella traccia dell’opera simbolo di “Arte Sella”, la “Cattedrale vegetale” di Giuliano Mauri (1938-2009) che affermò: “
All'interno di questi artifici che io sto costruendo ci saranno delle piante di carpino. Costruisco artifici per accompagnare le piante nei vent'anni che servono loro per diventare adulte. Dopo questo tempo le strutture sono destinate a marcire, a diventare terra.
"0121-1100=115075" di Jaehyo Lee
Al loro posto, stante una potatura annuale, ci saranno ottanta piante a forma quasi di colonna che ricorderanno comunque il mio lavoro. Quattro filari di alberi per la cattedrale che ho sempre sognato…”.
"La Cattedrale vegetale" di Mauri
Le opere si susseguono nel percorso di visita e ognuna ti dà un’emozione particolare… i titoli sono normalmente didascalici, “Villaggio Vegetale”, “Alveare”, “Bosco geometrico”, “Stupa” ecc. Scelta voluta?
"Il ponte" (realizzato con carta pressata) di Steven Siegel


"Il quadrato" di Rainer Gross

"0121-1100=115075"
E’ una cosa che non disturba anzi, forse anche questo è un invito al ritorno verso un percorso lineare, semplice e non banale, in una parola… naturale. Alla fine, stranamente, non mi è venuta assolutamente in mente la consueta tipica domanda che ci si fa all’uscita di un museo o di una galleria d’arte ovvero: “Quale opera mi è piaciuta di più?”.
All'interno di "Senza titolo" di Aeneas Wilder

"Tana libera per tutti" di Patrick Dougherty
Originali, innovative, ironiche, evocative… ma ciò che colpisce è l’armonia complessiva che si esalta ancor più nel gioco di prospettive tra il bosco e le creazioni… prospettive volute o anche casuali nel divenire delle stagioni? Forse solo… naturali. Ma non è il caso di farsi troppe domande… si esce con la sensazione di aver vissuto una relazione particolare, un dialogo con la natura - intimo, esclusivo e segreto per ogni sensibilità personale - mediato dalla creativita artistica.
                                                 
Testo e foto con autorizzazione di "Arte Sella"

lunedì 30 gennaio 2017

Feltre, la silente città dai muri che parlano


Al cospetto di un antico stemma affrescato su una parete, in alto, nel bel mezzo di persiane aperte, mi è improvvisamente tornato in mente il titolo di un vecchio film cult di Pupi Avati, “La casa delle finestre che ridono”.
Risalendo (tra viottoli ed erte scalinate) verso il nucleo più antico di Feltre - cittadina della provincia bellunese non lontana dal corso del fiume Piave - arroccato a dominio della piana sottostante, lo sguardo è naturalmente attirato all’insù.
La "porta Oria" a Feltre


Le strade, fiancheggiate da antichi palazzi in stile veneziano, convergono verso il culmine del colle fino alla scenografica Piazza Maggiore e al severo castello di Alboino.
Piazza Maggiore a Feltre (Belluno)

A differenza della vivace “Feltre del piano” qui, nel centro storico, in una fredda giornata invernale, dominano il silenzio e la pace, fors’anche per quasi totale assenza di esercizi commerciali.
Il castello di Alboino
Per la solare Beatrice, compagna di buona parte di tutti i miei vagabondaggi, Feltre (perlomeno il suo centro) ha un’anima “abbandonata a se stessa”, un po’ triste. Forse è così, tuttavia la sua aura antica oltra a  un passato importante, li percepisci nettamente.

Sono i muri a parlare per Feltre, in un caleidoscopio di scritte, iscrizioni, affreschi, graffiti di ogni tipo e di ogni epoca. C’è da divertirsi a leggere e a guardare… si passa da scene religiose dipinte  alla scoperta di giovanili vicende del Goldoni, descritto come “giocondo poeta della commedia italiana” che qui “immaginò le argute scene del ‘Buon vecchio’ e della ‘Cantatrice’”, dalla laconica lapide sotto il monumento di Panfilo Castaldi “scopritore generoso dei caratteri mobili per la stampa” all’invito ai clienti all’esterno di un’antica “bottega di caffè e giuoco di bigliardo”.



La “Farmacia Fabris” mostra, sopra scuri chiusi immagino da tempo, una ancora ben leggibile insegna dipinta con maestria, incuriosendo per un’entrata “sopraelevata” rispetto al piano stradale.
E anche i muri del castello di Alboino, effettivamente di origine longobarda, non si sottraggono a parlare, questa volta con motti “eroici” ben più recenti, illeggibili, ma con una firma, ben nota, cancellata dalle sassate e un simbolo triangolare della stessa epoca, almeno credo.

Nel cortile del castello di Alboino, scritte del ventennio fascista
La massiccia torre dell’orologio a lato del composito maniero, non rivela scritte… ma il suo enigmatico aspetto antropomorfo, sembra lanciare una voce, quasi un canto baritonale difficile ormai da cogliere, veleggiando in alto, sopra il piano della contemporaneità.

lunedì 9 gennaio 2017

Fiera di Primiero, memorie tra monti... e mari


In una fine dicembre 2016 clamorosamente (ma ormai neanche troppo) senza un filo di neve, i borghi alpini votati al turismo bianco mostrano l’aspetto di una cartolina “fuori tempo”, circondati da un paesaggio che sembra essersi cristallizzato a un paio di mesi prima.
Le Pale di San Martino da Fiera di Primiero (dicembre 2016)
Prati brulli, rocce completamente glabre, lingue di neve “programmata” (eufemismo ormai ufficiale che in qualche modo ne nasconde l’artificialità) dove si affollano cannibali dello sci… un pochino di tristezza ti assale, insomma, nel constatare che l’equazione “inverno=neve=montagna” non funziona più come una volta. Ma è un attimo…  Fiera di Primiero, già col suo nome dolce e musicale, ti rincuora subito.  
Fiera di Primiero
Lasciando le vie dello struscio,  la piccola capitale di valle non tarda a svelare, nel suo cuore più antico, la propria origine asburgica. Fiera, antico feudo imperiale, fu infatti fondata nel XV secolo dai canopi
(Bergknappen) lavoratori tirolesi impiegati nelle miniere di rame argento e ferro del  Primiero proprio nel luogo dove si svolgevano i commerci di minerali e si tenevano i mercati, da qui il toponimo di Markt, poi italianizzato in Fiera.

Sul Palazzo delle Miniere, dal severo aspetto, lì dove risiedeva il “giudice minerario”, campeggia l’aquila imperiale che guarda verso l’aguzzo campanile della vicina chiesa di Santa Maria Assunta.
Palazzo delle Miniere

Uno scrigno gotico quattrocentesco (su fondazioni precedenti) con opere che ne rimarcano l’antica anima e appartenenza: l’altare dedicato a San Giacomo Minatore, il grande affresco  commissionato dal governatore del Primiero Giangiacomo Römer in memoria dei suoi figli morti (segnati con una crocetta sopra il capo) zeppo di insegne nobiliari, il trittico ligneo del maestro Narciso da Bolzano con al centro la Vergine Maria nell'atto di essere incoronata Regina del cielo e della terra…
La Chiesa di Santa Maria Assunta

Altare di San Giacomo Minatore

Trittico ligneo di Narciso da Bolzano e, sotto, il grande affresco
Appena fuori, all’ombra (in tutti i sensi) della chiesa madre, una visione dalle caratteristiche più italiche
all’esterno dell’antica cappella di San Martino, lì dove campeggia, come singolare opera d’arte, un affresco che si integra e si completa con un crocifisso scolpito.

Vicino, una spettacolare (almeno per i miei gusti) canonica alpestre con l’ingresso contrappuntato da due affreschi cinquecenteschi.
La vecchia canonica di Fiera di Primiero
Più oltre, addentrandosi nel piccolo centro storico, il seicentesco “capitello della peste” è un ex voto di chi scampò alla peste manzoniana del 1630 che testimonia, nello stesso tempo, l’abilità e il gusto degli scultori in legno della valle.

 
Alzando gli occhi, prima di lasciare Fiera, un’ultima sorpresa. Una lapide ricorda che qui, in mezzo alle montagne, ebbe i natali chi unì due mari, ovvero Luigi Negrelli (1799-1858), progettista o meglio “propugnatore contro men grandiosi progetti del taglio dell’istmo di Suez”… chissà, forse ispirato dall’osmosi, qui nel Primiero ben tangibile, tra due mondi e due culture così vicini e così differenti.



lunedì 19 dicembre 2016

Casperia, medioevo "alla britannica" e senza gru


E finalmente eccolo, il borgo ideale alla vista, che ti si presenta adagiato perfettamente a un colle, senza nessun traliccio, gru o altro segno deturpante della civiltà che ne oscuri l’immacolato skyline, perfettamente centrato sull’antico campanile.
Casperia (Rieti) tra le montagne della Sabina
Il biglietto da visita è già accattivante, poi ti avvicini e ti accorgi che, all’interno, non possono circolare auto, moto o altri veicoli. E così… l’immediato innamoramento per questo luogo è davvero…dietro l’angolo. Non per niente siamo in Sabina, e, senza essere così “sbrigativi” come gli antichi Romani con il loro “ratto”, ti lasci prendere per mano da lei, Casperia, l’antica Aspra.
Un borgo antichissimo, presente in una sfilza di citazioni, da Virgilio nell’Eneide fino al pittore  Giovanni Fattori che la definì “uno sciame agglutinato di case grigie e di tetti ocra”. Incredibilmente bella Casperia, con stradine, viuzze, stretti pertugi che salgono a cerchi concentrici in cima al colle dove campeggia la chiesa di San Giovanni Battista.
Un tuffo nel medioevo… dove tutto è fermato nel tempo… un vero esempio di come dovrebbe essere conservato il nostro ineguagliabile patrimonio architettonico.
Eppure, fino a una ventina di anni fa Casperia stava morendo, completamente abbandonata e ignorata… come successe, secondo la leggenda, alle Sabine già maritate. Solo l’intuizione e la lungimiranza di un’altra donna diede il “la” al recupero del suo intimo splendore. Maureen Donovan, agente di viaggi gallese innamorata dell’Italia, ebbe per prima l’idea, apparentemente temeraria, di aprire un bed and breakfast in quello che era diventato un deserto. A poco a poco il passa parola-volano funzionò e cominciarono a calar qui turisti vieppiù numerosi dalla terra di Albione e anche  da altri paesi europei.  Non è un caso quindi che la lingua prevalente che risuona sia proprio quella inglese, mentre si passeggia in un borgo risanato e “rinobilitato”. D’altra parte proprio qui, in queste amenissime e verdi  montagne che guardano verso la valle del Tevere, fissava il suo buen retiro anche il meglio della nobiltà romana.
L'antrata di Palazzo Forani a Casperia
Testimone ne è l’imponente residenza di Palazzo Forani, annunciata da due orsi in pietra  a lato del portale d’entrata, che ricordano l’antica proprietà dei principi Orsini. Comunque è un piacere vagare in un paesino insolitamente lindo (penso a certi borghi che somigliano a Casperia, ma pieni di “monnezza”, per dirla alla romana)… saranno i britannici, o forse è un’antica abitudine indotta negli abitanti… d’altra parte la multa di dieci scudi d’oro per i trasgressori non era certo uno scherzo…

giovedì 1 dicembre 2016

Alghero: la scala del capriolo, la grotta e Caronte


Si scende, leggeri, quasi inebriati dal richiamo del mare sottostante… agili come caprioli lungo una scalinata scavata nella roccia di 654 gradini. E’ un must, per chi è in vacanza dalle parti di Alghero, una puntata all’imponente promontorio calcareo di Capo Caccia, così chiamato proprio per l’antica attività venatoria dei notabili del luogo, e scendere lungo la “Escala de Cabirol” ovvero, in lingua catalana, la “scala del capriolo” (tanto per restare in tema).
Capo Caccia (Alghero) e il suo faro
Meta ultima le famose “Grotte di Nettuno”. Lungo il tragitto in discesa, intercalato da alcuni tratti pianeggianti, lo sguardo si divide equamente tra il panorama di un mare che sembra infinito e gli sguardi di chi sta risalendo, più che altro per indovinarne l’aria soddisfatta, o meno.

Alla fine della scala, un po’ di assembramento agostano e “senso unico alternato” lungo uno stretto passaggio tra chi scende e chi torna a riveder le stelle. Si paga per entrare, biglietto a 13 euro: Ma vale la pena? Ovviamente, come sempre, a domanda, ci sono quelli che si lamentano: “Visita troppo breve”, “non si sentono le spiegazioni”, “costa troppo” ecc.  Dubbio amletico, entro o non entro… Comunque, essendo in vacanza, chissenefrega, io pago… ed entro. Ressa indescrivibile in un antro dall’espetto infernale, anche perché, dal mare giunge un’imbarcazione che vomita decine e decine di turisti, quelli che della “Escala de cabirol” e dei suoi 654 gradini proprio non vogliono sentire parlare.
Lo sbarco dei turisti "pigri"...
Immediatamente si materializza la nave di Caronte e il terribile spettacolo delle anime dei dannati avviate al loro destino, in un set cinematografico immaginario.
... come le anime dannate trasportate di Caronte
Dopo un po’ di coda si entra, in corposi gruppi. Prima raccomandazione: “Attenti alla testa”… e poi via alle spiegazioni della guida.
L'interno delle Grotte di Nettuno con i laghi interni formati dall'acqua di mare
Ambiente davvero grandioso e, una volta allontanatisi da Caronte, quasi ci si aspetta di incontrare il capitano Nemo e il suo Nautilus ancorato in un antro decorato da stalattiti, così come me lo rammento nell’antico e spettacolare  film “Ventimila leghe sotto i mari”.
L'altro del Nautilus del film "Ventimila leghe sotto i mari"
Invece la guida ci introduce a un altro personaggio…  Carlo Alberto, re di Sardegna, che per ben tre volte fece visita a queste grotte, come testimoniano anche alcune lapidi murate sopra le acque del cosiddetto “Lago Lamarmora”. E mi immagino le guide di allora a raccomandare “Altezza (nel vero senso della parola, visto che era alto oltre due metri”) fate attenzione alla testa!”.
Il "Lago Lamarmora"
Una cosa che non mi sono mai spiegato è come tra la sua discendenza ci sia poi stato un re alto mezzo metro meno… misteri sabaudi…

 
Comunque il giro si conclude, i personaggi veri o di fantasia, spariscono nella luce dell’estate mediterranea… ciò che non sparisce è la “Escala de Cabirol”, con i suoi 654 scalini, ora da fare in salita. Imperativo assoluto: “La prendo piano”, da capriolo stanco insomma. Capita di essere intervistati da chi scende (scusa anche per fermarsi) “Ne vale la pena?”… manca il fiato, ma la forza di un deciso cenno affermativo rimane. Sì, certamente ne valeva la pena.